La generosità del revisore

di Silvia Pareschi

Quando compriamo un libro, di solito non pensiamo a tutto il lavoro che c’è dietro, a quante figure professionali hanno lavorato su quelle pagine dopo che l’autore ha scritto la parola Fine e ha spedito il manoscritto al suo agente. E perché dovremmo pensarci? Al cinema restiamo seduti davanti ai titoli di coda perché siamo cinefili o educati, ma nei libri i titoli di coda non ci sono (con la meritoria eccezione dei libri pubblicati da minimum fax), e questo un po’ ci esime dal riflettere su quanto lavoro abbia richiesto la confezione del libro che abbiamo fra le mani.

Si dice spesso che i traduttori sono invisibili. Qualcuno sostiene anche che questa invisibilità derivi sostanzialmente da un rifiuto inconscio, da parte del lettore, di ammettere che non stanno leggendo direttamente il loro autore preferito, bensì la voce di quell’autore passata attraverso il filtro di un’altra voce, quella del traduttore. È un’ipotesi suggestiva, e probabilmente veritiera. Ma tutto sommato oggi noi traduttori siamo un po’ meno invisibili che in passato. Ci sono molti corsi di formazione dedicati al nostro mestiere, articoli che parlano di noi, premi che ci vengono attribuiti. Sappiamo che ci sono tanti ragazzi che vorrebbero fare i traduttori, anche se non capiamo perché (o meglio, lo capiamo perché eravamo così anche noi, solo che oggi noi sappiamo tante cose che loro ancora non sanno, tipo che quello del traduttore non è proprio un mestiere lautamente retribuito, per usare un eufemismo).

Così, se a volte oggi il traduttore esce un po’ dall’ombra e riesce ad acquisire un po’ di visibilità, alle sue spalle rimangono nascoste le altre figure della filiera editoriale, quelle che lavorano sulla traduzione e la limano, la perfezionano, a volte decisamente la rimettono in piedi quando non riesce a camminare con le sue gambe.

È un lavoro preciso, delicato e intriso di umiltà. Come quello del traduttore, e anche di più, perché non viene riconosciuto. Io per esempio non sono brava a rivedere le traduzioni altrui. Perché sono possessiva con i testi e con gli autori, entro con loro in un rapporto che diventa subito duale, e se rivedo una traduzione finisco per volerla rifare. Ma non è così che funziona una revisione. Come il traduttore si mette al servizio del testo che sta traducendo, così il revisore deve mettersi al servizio della traduzione, saper intervenire con intelligenza ma anche con garbo, migliorando la traduzione senza stravolgerla (a parte certi casi in cui non si può fare altro, e allora è una fatica immane), aggiustandola con tocchi sapienti che smussano gli angoli e lustrano le opacità e restituiscono alla fine un testo pulito e levigato, oltre che rispettoso dell’originale.

Per quanto un traduttore possa essere bravo, il passaggio della revisione è sempre indispensabile. E i traduttori lo sanno. Sanno quanto sia prezioso l’aiuto di un bravo revisore, quanto possa essere fecondo di consigli, soluzioni e dialoghi costruttivi. Sanno che avere a che fare con un bravo revisore è una fortuna di cui occorre sempre essere grati. Perché dopo mesi passati sopra, anzi, dentro un testo, anche il più bravo dei traduttori a volte può perdere la lucidità, può smarrirsi, può prendere lucciole per lanterne, cedere a vezzi, a calchi, può leggere cose che in realtà non ci sono, e più rilegge e più si convince che sia così, e allora solo un occhio esterno può vedere le cose come stanno davvero, togliere le incrostazioni e restituire le parole a quello che era il loro vero significato.

Questa storia dell’imprescindibilità di un occhio esterno la racconto sempre ai corsi di traduzione, ma non c’è niente meglio di un esempio pratico per capire cosa vuol dire. Prendiamo il libro di Denis Johnson La generosità della sirena (Einaudi). A questo libro hanno lavorato insieme a me Grazia Giua in qualità di editor e Norman Gobetti (traduttore di Philip Roth e altri grandi scrittori) come revisore. A un certo punto in uno dei racconti compare un pun, cioè uno di quei giochi di parole che sono la bestia nera di ogni traduttore. Nel paragrafo si parla di mistero, e la scrittura di Johnson abbonda di misteri. Il gioco di parole si riferisce all’insegna di un negozio:

I wonder if you’re like me, if you collect and squirrel away in your soul certain odd moments when the Mystery winks at you, when you walk in your bathrobe and tasseled loafers, for instance, well out of your neighborhood and among a lot of closed shops, and you approach your very faint reflection in a window with words above it. The sign said “Sky and Celery.”

Closer, it read: “Ski and Cyclery.”
I headed home.

La traduzione finale è questa:

Mi domando se siete come me, se raccogliete e conservate nella vostra anima certi strani momenti in cui il Mistero vi fa l’occhiolino, in cui, per esempio, uscite in accappatoio e mocassini e camminate ben oltre il vostro quartiere, in mezzo a tanti negozi chiusi, e vi avvicinate al vostro vago riflesso in una vetrina con delle parole scritte sopra. L’insegna dice: «Carta e festa».

Guardando più da vicino, ho letto: «Caccia e pesca».
Sono tornato a casa.

Il lettore se la godrà senza conoscerne il retroscena, cioè proprio il fondamentale apporto del revisore. Infatti la traduttrice (cioè io), momentaneamente smarrita nel Mistero di Johnson, aveva in prima battuta preso fischi per fiaschi, o meglio sci per cieli, e aveva ostinatamente continuato a leggere le due frasi come “sky and celery” (“cielo e sedano”, la frase distorta dalla mente del protagonista) e “sky and cyclery” (“cielo e biciclette”, ossia un’altra frase distorta al posto della più normale “ski and cyclery” che voleva dire semplicemente “sci e biciclette”). La mia mente si era incagliata nel Mistero e leggeva tutto in quella luce, e così aveva partorito la seguente versione:

L’insegna dice: «Cielo e cinismo».
Guardando più da vicino, ho letto «Cielo e ciclismo»

Una resa niente male del gioco di parole, se effettivamente ci fosse stato scritto “sky and cyclery” anziché “ski and cyclery”, cioè sci e non cielo. Ma io, a ogni successiva rilettura del testo, quella i al posto della y mi ostinavo a non vederla. Non c’era niente da fare: un po’ come in quei disegni con le illusioni ottiche, se qualcuno non me l’avesse mostrata non l’avrei mai vista. E quel qualcuno è stata Grazia Giua, che si è subito accorta dell’errore e ha trovato la brillante soluzione che ora tutti possono leggere: “Carta e festa” come distorsione di “Caccia e pesca”.

E allora, quando chiudiamo un libro, proviamo a ricordare che se nei titoli di testa c’è solo il nome dell’autore (e volte anche quello del traduttore), i titoli di coda sono lunghi e articolati, e che se quello dello scrittore (e del traduttore) è un lavoro solitario, il libro finito può essere solo il prodotto di un sapiente lavoro di squadra.

  9 comments for “La generosità del revisore

  1. Carla
    7 Gennaio 2020 at 17:02

    Ma che gioco di parole è “Carta e festa”? Non vuol dire niente!

    • ot
      7 Gennaio 2020 at 20:05

      No, così come non vuol dire nulla “Sky and Celery”: il protagonista distorce la scritta abituale “Ski and Cycling” leggendo una cosa assurda, così come sarebbe assurdo un negozio di “Carta e festa”, graficamente e fonicamente affine al normalissimo “Caccia e pesca”, allo stesso modo in cui lo era “Sky and Celery” con “Sky and Cycling”.
      Il “gioco di parole” ovviamente è la lettura storpiata dell’insegna, in inglese come in italiano.
      Grazie a Silvia Pareschi per questa riflessione sul sacrosantissimo ruolo del revisore.

  2. Ulderico
    7 Gennaio 2020 at 19:17

    Pare ski (invece è sky).

  3. 7 Gennaio 2020 at 23:01

    Senza voler mancare di rispetto all’autrice dell’articolo, mi pare un po’ troppo forzato e riduttivo impiegare l’esempio di “ski and cyclery” dove una “i” è letta come “y” per giustificare l’esistenza della figura del revisore. Indubbiamente più occhi aiutano a correggere errori ortografici, grammaticali e di traduzione ma spero che vi siano motivazioni molto più plausibili per l’impiego di editor, revisori di traduzione e agenti letterari.
    Se così non fosse, basterebbe essere degli scrittori attenti e umili.

    • 10 Gennaio 2020 at 10:49

      Io invece credo che i revisori di traduzione siano proprio importanti e necessari per individuare e correggere piccole sviste ed errori anche di una brava traduttrice come Silvia Pareschi. Anzi, è proprio un segno di umiltà e attenzione quello di chiedere e accettare l’aiuto di qualcuno.
      Se nelle case editrici ci fossero più revisori attenti leggeremmo traduzioni con meno strafalcioni di quelli che siamo abituati a vedere. In certi casi si tratta di errori dovuti a quella immersione nel testo che Pareschi ha così ben descritto, in altri di vera e propria sciatteria. Tanto per fare un esempio, mi viene in mente un saggio di Baumann in cui si leggeva di tappeti nelle normali case inglesi e il lettore immaginava raffinate case con tappeti persiani, quando invece, verosimilmente il traduttore non si era reso conto che il “carpet” dell’originale era una molto più prosaica “moquette”

      • 10 Gennaio 2020 at 21:35

        Quindi “revisori” è semplicemente equivalente a un correttore di bozze? Il mio commento in sintesi afferma proprio che l’importanza del revisore non può essere confinata soltanto alla correzione di sviste. Se fosse così, sarebbe troppo riduttivo.

  4. 13 Gennaio 2020 at 08:19

    Onore al senso del ragionamento svolto dalla Pareschi circa il lavoro duro del tradurre, da una lingua all’altra, cercando di limare le inevitabili imprecisioni insite nel seno stesso delle singole espressività linguistiche ma, direi, ci sta! Personalmente lavoro, quanto meno una parte del mio fare, sul senso del “trasporre” opere letterario/poetiche in linguaggi figurati, non “illustrazioni di” (mi annoierebbe!) ma sul possibile senso metamorfico che l’opera di un Maestro mi suggerisce facendo in modo che, partendo (esempio) da una “cosa” di J. Joyce, faticosamente tradotto dal compianto Luigi Schenoni, io pervenga alla elaborazione di un foglio colorato atto ad esprimere un possibile senso del ciò che sensitivamente sento nel “fare”! Sì, cmq, lavoro duro come duro è il ciò di cui la Pareschi discute e con umiltà e passione, grazie alle Persone come Lei che sanno trasmetterci le emozioni mediate da Autrici/Autori in strutture linguistiche le più diverse! Mi piacerebbe contattare la Pareschi per mostrarLe degli esempi.
    R.M.

  5. andrea
    13 Gennaio 2020 at 12:45

    Salve Silvia avrei bisogno di contattarla, a quale indirizzo potrei scriverle?

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