Piroclasti

di Andrea Cassini

Essere con la testa a venticinque chilometri di altitudine, le guance sfregiate da bufere di anidride carbonica ghiacciata ma gli occhi aperti, a sfidare i cristalli di polvere marziana che si conficcano nella sclera e le particelle cosmiche piovute tra le maglie larghe della ionosfera. Avere il corpo inscritto nella circonferenza del vulcano, la caldera che si è stratificata intorno al petto usando il torace come camino, pietre giovani del periodo amazzoniano. Affondare con le gambe nella crosta che è una buccia di basalto, sentire sugli stinchi i moti convettivi che spingono la lava in superficie accanto a fiumi di silicio, e il vento raduna i grani di ossido di ferro in mulinelli color ruggine che, quando si posano, fanno assomigliare Marte a un cimitero di rottami. Poggiare i piedi sul mantello di silicati, distinguere sulla punta degli alluci i tetraedri di ortopirosseno e le serie isomorfe dei granati, avvertire residui di magnetismo che pure fanno vibrare la cartilagine delle caviglie e innescare la fiamma del vulcano. Nimrod è alto quanto mille torri, piantato nel pianeta con testa e braccia che sbocciano dal cratere come un manichino, in cima a un monte tanto alto che l’orizzonte curverebbe prima che l’occhio possa inquadrarne la vetta, ma il gigante ha occhi di statua che non battono mai le palpebre perché Nimrod è un cacciatore d’anime e aspetta dal suo pulpito nella stratosfera il giorno in cui il vento gli porterà notizie. C’è un pianeta morto e un pianeta da costruire.

 

La camera magmatica che avvolge i polpacci comincia a brontolare, il tambureggiare del fuoco riverbera tra pareti di ardesia erette nel periodo noachiano e fa oscillare i peroni e le tibie sulle frequenze di un do. Il suono non si ferma, quando sembra che stia per dissolversi e riecheggiare si assottiglia invece in un fischio e poi si coagula in un ronzio, come un bordone suonato da corde di azoto e carbonio. Il magma ribolle e in ogni bolla ne esplode un’altra e un’altra ancora, si innalzano creste concentriche che s’inseguono e interferiscono e Nimrod pensa allo scalpiccio di zoccoli di animali mai visti o ancora non creati.

In cima al monte, sul petto e le braccia e il volto scoperti, ci sono due venti che tagliano l’aria: uno soffia da est, l’altro da ovest, quando s’incontrano fanno un suono affilato come due lame ma non si toccano, lasciano un corridoio vuoto in cui Nimrod tende lo sguardo e aguzza l’orecchio, perché si spalanca uno spazio limpido che è un periscopio lungo quanto mille fiumi, ma dall’altro lato della lente non vede anime né corpi, né ode lingue che gli vogliano parlare. Se sul pianeta vivono altri esseri, stanno lontani dallo sguardo del gigante e non hanno legna per costruire altari né bestie da offrire in sacrificio. Intanto i due venti si respingono e per evitarsi entrano in un moto circolare che monta in un uragano. Sotto, la terra mugghia di protesta. Tra i piedi di Nimrod si aprono porte sotterranee e il mantello sfiata un respiro roco e incandescente. Dalle spelonche fuggono voci di fantasmi che abitavano un tempo la regione di Tharsis, sepolti sotto i laghi d’acqua acida del periodo esperiano, ma prima che Nimrod possa decifrarle l’uragano le zittisce e stringe le spire, il gigante è nell’occhio calmo del ciclone e sopra la sua testa c’è un fulmine che vola in cerchio come un immenso rapace pronto alla picchiata. Si sente pizzicare le gambe, è la polvere rossa laggiù sul suolo marziano che si alza e galleggia nell’elettricità statica, i banchi di ghiaccio sfrigolano. Nimrod stringe i denti, il fulmine stride e tuba e ronza, ma non si scarica. Si taglia una via di fuga tra le nuvole e si dilegua verso altre montagne; il fulmine ha ripulito il cielo, ora c’è un’aura dorata e netta, c’è il sole che sembra una palla di neve appoggiata sull’orizzonte piatto. Il ghiaccio si spezza con un boato; le porte sotterranee tornano a tacere, sepolte, e con esse si ammutoliscono i sibili antichi.

 

Nimrod ora pensa i propri pensieri. Si amalgamano viscosi nelle camere cavernose del teschio, poi fanno attrito mentre passano tra i ventricoli cerebrali e la scala vestibolare dell’orecchio, e la linfa che scorre nel labirinto membranoso comincia a vibrare sulle frequenze di un sol. Nimrod sente il corpo scuotersi secondo un ritmo pari, una stasi che si risolve nell’allargamento dal centro. I pensieri escono dalle orecchie producendo il suono di un regno che nasce, abbracciano grandiosi le montagne circostanti e ne sbriciolano i picchi in valanghe che rombano e ruggiscono in una sinfonia a cui il vento fa da sipario, vi si proiettano nuovi fulmini che sono sottili come capillari celesti, schizzano trionfanti dalla terra verso il cielo e il cielo, ferito, si apre.

Il vento ora srotola un tappeto scostando e levigando i sassi frantumati e Nimrod immagina di percorrerlo, quel tappeto, i talloni che scavano crateri a ogni passo tra squilli di trombe soffusi da un cuscino di nuvole, i venti le gonfiano come vele maestose, come cornice o corona intorno alla sua testa. Nimrod arriccia il naso; il vento soffia da regioni lontane, sotto gli strati ricchi del suono riconosce l’odore maturo delle valli di Ophir Chasma o dei calanchi aguzzi di Tithonium, e sotto gli umori grondanti di quel suono c’è una voce che canta di musica e di arte e di vita, e c’è una lingua che Nimrod un tempo conosceva e poi ha dimenticato. Non sono solo, pensa Nimrod. Non sono solo. Poi una frizione: il vento trattiene il respiro, la voce si spegne nel timore schivo di essere udita e con essa tace la natura e i pensieri del gigante smettono di risuonare. Resta un gorgoglio cieco di sottofondo, il rumore bianco della gola del vulcano.

 

Nimrod muove lo sguardo a meridione, come il fascio di luce di un faro. C’è un fronte di nuvole bianche che rotolano sopra una prateria sterile. Avanzano morbide e inesorabili. Poi si sfaldano, attraversate da un cilindro di vento che porta con sé una nota calante, uggiolante, che si piega al modo minore e sussurra tiepida di mille morti in un ciclo di mille nascite. A Nimrod ora tremano le spalle, e il vulcano è scosso dai singhiozzi sulle frequenze piane di un mi, è la nota del passato e del rimpianto, ma il passato è una lingua incomprensibile. Il gigante interroga i venti, ritto sul pinnacolo del pianeta, ma su Marte i venti non hanno nome e gli dei non hanno templi e non c’è nessun’anima che voglia parlare con lui. Nel silenzio Nimrod è solo, altissimo ma muto. Il gigante piange una singola lacrima di sale che scioglie un solco nel fianco del vulcano. La nuvola ora gli s’infrange contro, è bagnata e pesante di pioggia mai caduta, è viola, le guglie di roccia acuminate la sfilacciano e piange anch’essa bordate di nebbia gelata. Poi una spina di vento la puntella di lato e la porta via, Nimrod vi ha lasciato intagliata la sua impronta come in un blocco d’argilla. Il nuovo vento ha con sé un latrato ma nessuna voce. Devo dare un nome al vento, pensa Nimrod, per potervi leggere le voci. E se gli esseri organici non parleranno, sussurrerò alle rocce inerti il nome di dio perché possano costruirmi una torre.

 

Nimrod attende. Nella stratosfera la notte non è diversa dal giorno ma è buia e fredda, le due lune sono dischi pallidi, ugole di fantasmi. Il gigante chiude gli occhi e il vento si popola di ululati, di spiriti che soffiano nelle fessure tra i denti e si arrampicano sulla nuca con zampe di lucertola. La terra è un mantice che si gonfia e a ogni sospiro che esala lui si sente più grande e più alto, si issa a catturare i suoni più lontani e ritrova quel canto e quei colpi di tamburo, una tribù che scappa forse dal suo sguardo, chissà quali razze e quali animali, e percorre i terreni caotici di Oxia o addirittura, più in là, le creste ondulate di Abalon. Marte ha un nome per ogni lingua o labirinto o serpentina di sassi morti, pensa Nimrod, ma non per i venti o gli organismi vivi. Non mi serviranno animali vivi e parlanti, decide. Le voci sono indovinelli, il vento è un alito vecchio, mentre la terra intorno ai suoi piedi esplode ora di turgore giovanile: ogni geyser e ogni fumarola e ogni solfatara sprigionano vapore sulle frequenze ascendenti di un la e Nimrod è elevato. Questa terra di sangue e ruggine è così nuova e forte, pensa, che plasmerò creature di materiale piroclastico. Nelle scaglie dello scudo vulcanico si aprono squarci ardenti, saltano i tappi di magma, i lapilli guizzano nelle mille direzioni e il gigante legge i venti e li ammaestra con un bisbiglio assordante per forgiare esseri di pietra. L’animo di lava, solidificandosi, si farà spirito e così nasceranno vite inorganiche con le bocche chiuse e prive di lingua, ma che parleranno un unico idioma modellando i venti con mani e dita. Nimrod ammira la prole di carbonio mentre nel gheriglio di noce del cervello un sibilo lo avverte di un mutamento. La terra ora sfrigola battendo in tempi dispari, il vapore che lo spingeva dai piedi a perforare l’esosfera si è arrestato e c’è un calore che gli abbraccia le ginocchia, cupo e grasso, vuole ungerlo e inghiottirlo. Il magma sotto la pelle strilla, vorrebbe eruttare risalendo il camino e proiettandosi dal cratere, Nimrod ha gli occhi protrusi e la fronte pulsante, sono io il vulcano, pensa, sono io la torre, deglutirò questa colonna di fuoco. L’esofago si strappa e il la scende di ottava in ottava fino a un territorio dove le onde sonore vibrano a intervalli di millenni e la sua struttura molecolare muta a ogni tremito, e durante uno di quegli intervalli di silenzio, Nimrod osserva con occhi gonfi di gioia e di pianto le creature piroclastiche popolare la terra rossa di forme mai viste: hanno aperto le bocche di pietra per cantare le lodi di dio.

francesca matteoni

Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi. 

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