Reincarnazioni

di Andrea Betti

“Haroun al Rashid…vaga tutta la notte in vesti di mercante, si identifica nell’ultimo facchino, marinaio o brigante, rischia con lui la vita o il taglio della mano. Ma resta pur sempre il califfo: che al mattino siederà sul trono d’oro della giustizia e dovrà assumersi il destino, il significato, di tutte quelle esistenze.” 

Cristina Campo, Gli Imperdonabili

«…del resto, pensavo: le cose sono cominciate ad andare male da quando sono tornato onnivoro. C’è un parallelismo. Il bad karma della mattanza, ininfluente su chi non si è mai posto il problema etico del mangiare carne, virulento su chi era diventato veg ed è tornato sui suoi passi. È una cazzata da paranoico, lo so».

Spalancò la porta di metallo sbatacchiandola senza riguardo; la lucetta della sauna che aureolava Samstag sembrava accecante vista dal fondo del corridoio angusto e buio; lo chiamano effetto Brocken: così che appena emerso dalla nuvola di vapore, la sua sagoma controluce iniziò a proiettare ombre concentriche nella fuminea, via via più larghe e diafane; i suoi movimenti si tradussero in lame oscure e radianti, i suoi zoccoli di legno rimbombavano sul pavimento con echi di grotta, fra i sibili del vapore di quella vecchia palestra del seminterrato nel compound C-43 che lo facevano sentire un superstite vacuo, mentre s’incamminava nudo verso le docce. Pensava veramente di essere afflitto dalla maledizione della carne: lo aveva detto o pensato, stava ricordando o parlava da solo a voce alta? Era per scherzare o per confessare scherzando? Ma di certo, se valutava i suoi ultimi tre, quattro? Forse cinque (o erano già dieci anni?) da che aveva ricominciato a mangiar carne una sera di ottobre, in un ristorantino di Dieusaitquoi, o insomma da quelle parti, allora non poteva fare a meno di notare il trend negativo – anche se lui avrebbe preferito parlare di “spirale discendente” come il titolo di quel disco che gli piaceva tanto da ragazzetto e ora non ricordava – ricordava poco: che erano lì in vacanza, con la sua ex moglie e una coppia di amici; da qualche tempo vagheggiava l’idea di riprendere a mangiar carne, pur con certe accortezze e cautele, in occasioni precise, mantenendo basilarmente il regime vegetariano. Come quando riprese a fumare, promettendo a sé stesso e a chiunque incontrava, che ne avrebbe fumate solo due al giorno, come faceva sua madre.

«Ma la carne non è come le sigarette. Non è un vizio». Obiettava la consorte: certo, però, constatando gli sviluppi della sua vita da quel momento in cui una forchetta con un pezzo sugoso di ottimo hamburger tornò a interessare le sue papille gustative, non poté non notare un degrado progressivo, impercettibile quasi, ma costante della sua qualità di vita; degrado di fotocopie di fotocopie, lo sbiadire di ombre vaporose, l’affievolirsi del segnale portante in una nuova distanza che era in realtà il mesto ritorno alle sue origini, ai suoi rimpianti, al suo stato di natura, alla casa degli anziani genitori, il “Mausoleo” come lo chiamava la signora Samstag, con un’ironia nella quale aveva sempre avvertito una nota di disprezzo.

Nel rinnegare ciò che aveva scelto di diventare (vegetariano, seppur imperfetto, eretico, pescetariano occasionale) aveva perso un credito cosmico che si era creato in favore del destino che ci è dato; la scelta di alterare la programmazione originale non sempre è premiata ma sicuramente è sanzionata quando si torna indietro. Aveva creato un’intercapedine con una superficie abrasiva dove la sua integrità di persona andava a sgretolarsi, ogni giorno, un po’ di più, veniva, come dire? Grattugiato…

«Ma non c’entra nulla. Dai! Doveva succedere tutto quel che è successo».

«Ah, sì? E come la mettiamo con l’essere artefici del proprio destino? Tu prima mi dici che siamo artefici del nostro destino e ora mi dici…in pratica che è tutto scritto? – Doveva succedere…– ma che cazzo dici? È una contraddizione, capisci? È una TUA contraddizione o no? Allora è il destino artefice delle nostre vite? Oppure, – fammi capire un po’ chi sei tu, che mi stai accanto ormai da dieci anni…– pensi che quando fa comodo siamo artefici e quando va di merda, non lo siamo più? Così, à la carte, come torna meglio?».

La signora Samstag scosse la cenere sulla tovaglia, non intenzionalmente, ma doveva sempre guardare dritto negli occhi il signor Samstag quando iniziava a sclerare – dio! Come odiava quel verbo fasullo, che rendeva ogni impeto sciocco, ogni discussione un battibecco, ogni reazione uno scatto nervoso, senza un pensiero dietro, senza uno scopo – il loro psicoplasmatore aveva raccomandato di guardarsi sempre negli occhi, come quell’ossessione che hanno taluni brindando, che a Samstag era sempre suonata un po’ come una dimostrazione di sfiducia, un soprassalto di aggressività. Ma no, Samstag, ti sbagli, diceva lo psicoplasmo: guardarsi negli occhi per depotenziare, per rendersi conto che non si stava sbraitando contro un muro, ma contro qualcuno.

«Samstag, tu cerchi lo scontro. Io, lascio correre, come ha detto il dottor Zulawsky. Lascio cadere il discorso…».

«…ma…ma io, io non sto litigando! Ti sto ponendo una questione, come dire? Di principio? Questo è il mio modo, mi appassiono, mi accaloro…».

«Stai sclerando e basta, perché ti fa rabbia che io non sia d’accordo con te!».

«…ma d’accordo su COSA?».

«Vedi che la gente si volta a guardarti? È una cosa che non sopporto in privato, almeno qui, al ristorante, dove tutti ci vedono, ti chiedo, per cortesia di mantenere la calma, di abbassare i toni…non essere deplorable

Samstag era paonazzo, quella voce sembrava provenire da un prontuario di Riallineamento Sociale: non era la voce della Signora Samstag, di cui, per discrezione, non diremo il nome, ma chiameremo solo Signora Samstag. Esisteva ancora un flebile discrimine fra la passione e la violenza nella società, fra l’accalorarsi e il farsi minacciosi? Samstag per indole o paura se ne era sempre tenuto alcuni passi indietro, ma negli ultimi anni, pareva aver recuperato almeno agli occhi di sua moglie e degli avventori che si giravano indispettiti. Stava gridando? Stava gracchiando? Erano in un ristorante di montagna – ancora una volta la montagna – arredato con mobilio anni settanta che poteva ricordare un locale Ostalgie della ex Berlino Est: poltroncine in similpelle dal disegno squadrato, seggiole di tubolare con schienale e seduta in multistrato di faggio un po’ consunto, sbiancato dallo strusciare dei corpi inguainati nelle tute da sci, i lampadari a cilindri di opalina che scendevano dal soffitto ingialliti dalla gloriosa stagione delle sigarette, le pareti anch’esse giallognole per la medesima ragione, il perlinato di legno chiaro ad altezza spalla. Non mangiarono nulla, era una domenica pomeriggio di merda, la cucina era chiusa: troppo presto per cenare, troppo tardi per pranzare e Samstag odiava le domeniche pomeriggio a prescindere dal degrado della sua relazione coniugale, dal suo degrado di onnivoro di ritorno, di rinnegato, transfuga dalle proprie scelte, dal suo degrado di sclerato deplorevole e gracchiante. Ordinarono due cioccolate calde e dense, ben fatte nonostante il latte di soia che a dispetto del cacao lasciava sempre un retrogusto di brodo di fagioli; il barista in automatico decorò la bevanda con un bel ciuffo di panna spray che la signora Samstag scartò con un meticoloso rifrullo del cucchiaino, chiedendo poi con un gran sorriso un cucchiaino pulito al flemmatico barista. Consumarono la mesta merenda silenziosi, seduti davanti alla vetrata, vicino all’ingresso, dalla quale si vedeva il parcheggio semivuoto della località sciistica; lastre di ghiaccio, neve sporca accumulata ai margini e, sull’altro lato della strada, l’imponente complesso dell’Hotel Duke, abbandonato da tempo, con le imposte di legno delle finestre mezze aperte, imputridite in basso e schiarite in alto, alcune penzolanti da un solo cardine, piuttosto pericolose per i passanti; un leviatano di cemento armato agonizzante, interdetto tutto intorno da transenne e nastri giallo/neri sbrindellati che si agitavano al vento.

Prese un accappatoio pulito; l’odore di bucato si mischiava con la puzza di sudore della quale sono impregnati gli spogliatoi, quell’odore di cazzo, di piscio, di peli, di piante dei piedi, di ciabatte di plastica, di bagnoschiuma e deodoranti industriali.

“Sono insopportabile, ma non sono cattivo. Eppure li avevo messi sull’avviso, tutti. È come quei tizi che soffrono della sindrome di Tourette e vanno in giro con dei biglietti per avvertire le persone che non offendono intenzionalmente… ma …vuoi dirmi che è diverso? Che sono un po’ stronzo? Sono paranoico, non sono stronzo.”

Si pettinava davanti allo specchio i capelli ricresciuti, che erano già puliti, non sarebbe stato necessario lavarli di nuovo. Sarebbe abbastanza normale pensare che lui rivolgesse al proprio riflesso queste ruminazioni, ma in realtà parlava ad Altri che lo popolavano, e sorridevano delle sue considerazioni petulanti. Perché in Samstag erano in molti a vivere, e non era una metafora tanto per dire o un sintomo di personalità multipla.

Quando fece la prima comunione sua madre gli si raccomandò di non strizzare gli occhi: c’era tutta una serie di foto dell’estate precedente dove Samstag sembrava una talpa o un cretino che faceva i versacci.

Allora, Samstag ottemperò al comando materno  letteralmente, e ne scaturì una serie di foto nelle quali era l’unico bambino con gli occhi spiritati, spalancati, sempre; un’espressione da pazzo. In ogni foto, nelle foto dei genitori, del fotografo della cerimonia, in quelle dei parenti e dei genitori degli altri bambini e dei loro parenti a loro volta…

Due giorni prima, mentre era sul terrazzo a giocare, sentì un boato, profondo, come un tuono, ma il cielo era sgombro di nuvole e azzurro. Sua madre gridò: l’armadio le era crollato addosso; la scossa non fu così forte da demolire il vecchio palazzo in centro dove risiedevano, ma aprì una lunga crepa, un cretto dal muro fino al pavimento, dal quale ogni tanto in estate esalava un odore dolciastro e nauseabondo come di suppurazione. Sua madre ne uscì indenne; la nonna baciava il santino di Sant’Emidio, a cui era devota dai tempi del gran terremoto in Garfagnana cui lei e il nonno scamparono miracolosamente. Il giorno della comunione piovve, fu svegliato da un altro boato, ma era un temporale vero questa volta: venne giù un diluvio; nella cattedrale buia come al vespro d’inverno di quel mattino di giugno insolitamente cupo e freddo, Samstag e gli altri fanciulli stavano come bambolotti appoggiati alla balaustra di uno degli altari laterali; dietro di loro, nella fiammata del flash, la grande tela raffigurante l’Arcangelo Michele che abbatte Lucifero; le bimbe, vestite di bianco come spose nane, i maschietti con abiti eleganti ma meno impegnativi, chi con un foulard celeste al collo, alcuni con le giacchettine blu o il cardigan bianco in frescolana, le camicie a rigatino, le spillette votive d’argento con un giglio bianco. Tutti candidi, seri e composti, anche Samstag, ma con gli occhi sbarrati da pazzo furioso. Era importante non masticare l’ostia: Samstag era molto impressionato da questa prescrizione, pensava veramente che masticandola avrebbe morso Gesù. Doveva lasciarla sciogliere sul palato; il prete glielo aveva detto più volte. Il prete aveva l’alito cattivo: questo lo aveva incentivato a rammentare la prescrizione. Qualche giorno prima li aveva condotti in ritiro spirituale nella villa in campagna dell’episcopato; era in realtà una giornata di svaghi e merende dopo il lungo catechismo in quella cucinetta minuscola della parrocchia, dove ristagnavano l’odore di sughi raffreddati nei pentolini e dei piatti lasciati in ammollo, l’alito del sacerdote e le puzzette dei bimbi, nella quale di tanto in tanto la perpetua apriva una finestrella a bocca di lupo per cambiare aria; poi portava dei biscotti caldi e il profumo dolciastro di pastafrolla e burro fuso ancorché stucchevole, recava una nota fragrante e tiepida in quel chiusino di sagrestia, di fiati muffiti di vecchio prelato e scoregge infantili.

Giocarono, i più a pallone, nel prato che costeggiava l’uliveto; alcuni, quelli un po’ ritardati, amanti di robottoni giapponesi e castronerie da sfigati (non esisteva ancora la parola nerd), si divertivano a rotolarsi in terra giù da un declivio, come Samstag, che era un incapace nei giochi di squadra; il maestro di ginnastica glielo ripeteva spesso, senza che lui capisse il senso, ma ricordava bene la frase: “sei un analfabeta psicomotorio!”.

Le bambine invece giocavano a nascondino o aiutavano la perpetua a portare sul tavolone sotto il portico, i vassoi con le pizzette e le paste, le bottiglie di coca e il rosolio resinoso delle benedettine, che era usanza dare anche ai bambini in quell’epoca spensierata.

Il prete poi li chiamava dentro la villa, nello studio dai soffitti alti a cassettoni, così alti che si perdevano nell’oscurità, seduto dietro uno scrittoio di mogano con un gran crocefisso d’avorio alle sue spalle e il ritratto del Papa; loro accorrevano accaldati, con la perpetua che faceva segno con le mani di non correre, i passi che rallentavano smorzati dal tappeto. Uno ad uno venivano interrogati sulle nozioni apprese al catechismo: le sette virtù teologali, i sette peccati capitali, le parabole di nostro Signore, ma era un’interrogazione senza voti e senza paura d’esser sgridati, anzi, non di rado era il prete a suggerire le risposte
«…è l’invì… l’invì…l’invi-di…?».
«Invidia!».
«Bravo, Samstag! Tu sei il più intelligente di tutti, lo sai?».
«Davvero, Don Siliano?». Esclamò tutto contento sporgendosi da principio verso l’anziano sacerdote per poi ritrarsi, come un’antenna di lumaca, dalla fiatella, mentre quello, con una mano sulla spalla cercava di avvicinarselo.
«Certo. Sei un bimbo pieno di talento: sai disegnare, ti sai esprimere correttamente, sai scrivere bene. A catechismo eri sempre attento e preparato. Hai imparato la storia di nostro Signore nei Vangeli, le sue parabole. Ecco… a te vorrei chiedere. Cosa pensi della sacra eucarestia che stai per ricevere?».
«Mah… è la comunione? Il corpo di…Cristo che è morto per noi…per l’alleanza…giusto?».
«Bravo… e poi?».
«Si è sacrificato per noi…e per tutti! Però, ecco… Don Siliano, io non capisco una cosa: Gesù era ebreo? Allora gli ebrei sono cristiani?».
Don Siliano era abituato alle domande seccanti di Samstag, tolse la mano dalla spalla del bimbo e se la sfregò sulla fronte, come a massaggiare un muscolo preso da un crampo.
«No. Ecco…gli ebrei, sono ebrei. Non sono cristiani. Gesù invece, ecco…diciamo…di sì. Però lui era il figlio di Dio e gli ebrei non lo riconobbero come tale. Tutt’ora loro aspettano, invano, l’avvento del Messia».
«Ma…ma… la domenica delle palme loro lo accolsero come un re! Perché poi…allora?».
«Sì! Però poi lo tradirono! Lo tradì Giuda che era un ebreo! Anche lo stesso popolo che lo aveva acclamato come un re! E quando fu chiesto loro da Ponzio Pilato, se crocifiggere Gesù o Barabba, scelsero Gesù e risparmiarono Barabba. Vedi, Samstag, è per questo motivo che gli ebrei poi vennero dispersi ai quattro angoli del globo e che furono perseguitati. Non solo essi non riconobbero in Gesù il Redentore, il figlio di Dio, ma furono cagione della sua morte corporale! Sono colpe che si pagano: se avessero riconosciuto il Cristo forse non sarebbero stati dispersi e magari non sarebbero finiti nei campi di concentramento. Pensaci bene!».
«Me lo ha raccontato il nonno, anche lui c’è stato nei campi, ma non perché era ebreo, però mi raccontava e poi ho visto il documentario…ma insomma però Gesù era venuto apposta per sacrificarsi… che c’entravano gli ebrei? Se doveva morire comunque…»
«Samstag…» Don Siliano si alzò in piedi, un po’ stufo di questa discussione, si accese una sigaretta, cincischiò con un fermacarte di vetro di Murano, quelli che sembrano contenere ricami e filamenti colorati «…fu una brutta cosa quella. Certo…ma loro, rifletti un po’, fecero bene a salvare Barabba? Con la conseguenza di far crocifiggere Gesù, mandato dal Signore Padre nostro per salvarci e salvare anche loro. Anche se Gesù era venuto per sacrificarsi infine loro comunque rigettarono la sua benevolenza, il perdono, i miracoli, la nuova alleanza che egli portava all’umanità. Noi tutti, Samstag, siamo responsabili del nostro destino, ricordatelo…i nazisti erano dei mostri, ma gli ebrei non fecero nulla per salvare Gesù. Tienilo sempre a mente! E ora, vai: sempre con queste domande! Piccolo impertinente! Vai a far merenda, che ci sono le pizzette e le paste del Sartini. Vai…»

 
Samstag uscendo dal C-43 notò un gruppo di famiglie accalcarsi all’ingresso della Metro, cariche di valige e scatoloni; l’agente della vigilanza sociale, esaminava i loro documenti.
“A loro è andata bene. Forse sono Cascami.” Pensò Samstag. Si accese una sigaretta e si diresse verso quel capannello di sfollati.
«Buonasera…».
«Buonasera. È con questo gruppo anche lei?»
«Io? Ma vede che sono in zoccoli? Io non parto…sono cascami?».
«Eh? Ah! Sì…cascami in trasferimento al Nord. Per la Ricollocazione. Quindi lei è un Cluster? Documenti?».
Samstag si arrotolò una manica e mostrò il tatuaggio:
C-43-G-92-47
«Ci sarà una bella solitudine qui da domani, signor…?»
«Samstag».
«Lei è sposato?».
«Non più… da, cinque o sei anni… sette, forse dieci… non ricordo, non ultimammo le pratiche: lei fu ricollocata. I miei sono morti nella Terza Estate».
«Ah… mi dispiace… anche mio genero, morì nella Terza Estate. Niente da fare: dissolto nel nulla – e si soffiò fra le dita – Beh? Ci muoviamo? Il treno non aspetta voi! Questi cascami sono una vera rottura…».
«Del resto…come potremmo fare diversamente?».
«Mah… lei dice? Io, qualche idea ce l’avrei… Poi sono anche maleducati. Ehi?! Che cos’è quella roba? Non si può portare! Una valigia a testa. No, le dico di no! Non mi interessa di questo…questo…foglio – e lo prese con disgusto con delle lunghe pinze per esaminarlo – Sì! Il Sovrintendente vi ha autorizzato: non mi interessa! Dovevate farlo spedire per corriere, non potete portarvelo dietro. Ma Cristo! – rivolgendosi a Samstag – …sono maleducati e pure stupidi forte!».
Samstag vide la ragazzetta, magra, magra, con gli occhiali tondi che, aiutata dalla nonna ancora giovane, spingeva un ingombrante piano elettrico, ravvolto in un panno di velluto rosso.
«Aspetti, vigilante… io non ho molto da fare domani. Posso occuparmene io, se la signorina è d’accordo. Mi lasci l’indirizzo, glielo spedisco io. Me lo scriva, qui dietro al permesso…».
«Ma è sicuro…?». Chiese il vigilante un po’ incredulo.
«Certo… è per l’arte!». E strizzò l’occhio alla ragazzina che sorrise, esibendo il suo vecchio apparecchio ortodontico, recuperato forse in un ossario della Terza o della Seconda Estate. Poi Samstag salutò quelle persone, sapendo che non avrebbe più rivisto nessuno per il resto della sua vita. Ma non sarebbe rimasto solo.
Quando la sua memoria riaffiorava nel brusio imperterrito degli Altri, ai sensi ottusi di Samstag si riproponevano brevi e vivide sequenze, come fotogrammi subliminali inseriti in un filmato che non gli apparteneva e che tuttavia lo saturava, inesausta proiezione interiore di esistenze sconosciute; vedeva la carne – un hamburger – ne fiutava l’odore grigliato e appetitoso, nei suoi timpani risuonava lo sferragliare delle posate sul piatto, e alzando lo sguardo, mentre masticava fra senso di colpa e appagamento, il dettaglio di un calendario appeso alla parete del ristorantino, con la foto di un bosco rosso e giallo, una bava di nebbia bassa a lambire i fusti scuri delle latifoglie: ottobre. La carne era tornata un giorno di ottobre di alcuni anni prima delle Tre Estati consecutive, in un’epoca durante la quale erano stati previsti gli esiti infausti del cambiamento climatico, ma niente come le Tre Estati. Samstag era stato vegetariano – non vegano, nonostante la dieta della moglie fosse prevalentemente tale – per almeno sei anni, con convinzione, per motivi etici si diceva allora, perché a lui la carne era sempre piaciuta, ma a fasi alterne nella sua vita l’aveva rinnegata, oppresso dall’idea della sofferenza degli animali; aveva cercato forza e conferma nella comunità vegano-vegetariana, aveva conosciuto attivisti, gente dell’Animal Liberation Front, di Sea Shepard, aveva letto Tom Regan; nella vita aveva conosciuto amici nel giro punk hardcore che avevano praticato questa scelta come estremo rifiuto dello sfruttamento; aveva letto Horkheimer, Safran-Foer, Peter Singer, Ceronetti; aveva conosciuto i produttori di seitan delle Valli Alcova; aveva imparato a farlo lui stesso con sua moglie, togliendo l’amido della farina, con una serie di lavaggi che portavano ad avere questa palla dalla consistenza gommosa di purissimo glutine che poi bollivano in un brodo vegetale, una ricetta giapponese occidentalizzata, con alghe, alloro, odori, salsa di soia… quando veniva bene era sugoso e di aspetto invitante come un pezzo di bollito; amava un certo tipo di seitan artigianale che trovavano di rado, dalla forma irregolare, venduto in sacchetti trasparenti sottovuoto, intriso di sughetto marrone che gli ricordava il sontuoso roastbeef della nonna Amalia, quel sugo denso dove avrebbe inzuppato un chilo di pane. Il sapore era buono, riuscivano a farne arrosti e anche un ottimo ragù, ma quando lo masticava i suoi molari emettevano sempre un cigolio sospetto, come se stesse masticando plastica… quel rumore lo fece riflettere, sulla consistenza del seitan. Il tarlo dei sensi che nessuna etica inganna; non per tutti è così: a sua moglie, che era vegetariana da sempre, una vinciana pura, non faceva alcuna differenza; a lei la carne aveva sempre fatto schifo, ci aveva sempre sentito il cadavere e talvolta persino il seitan troppo “sugoso” la metteva in ambasce, mentre a lui, ex-carnivoro, pur senza volere, veniva da fare paragoni. L’odore delle grigliate in estate, lo ammaliava; un altro tarlo dei sensi cominciò a roderlo, dopo l’apripista voluttuario, un baco malinconico, l’idea che non avrebbe mai più assaggiato il formidabile ragù di sua madre, una pietanza che negli ultimi anni quando stava maturando la conversione al vegetarianismo, aveva preso a disprezzare, con motivazioni acide, del tipo, “fai sempre le solite cose”, “non ti viene più come una volta, ti viene acquoso” e altre staffilate gratuite di questo tipo che, per certo, erano utili a demolire in lui stesso un modello di comportamento acquisito fin dall’infanzia; di fatto, mortificavano soltanto la povera donna che, tuttavia, dopo un’iniziale momento di dispiacere, rispondeva a tono:
«Sì, sì! Sei stato già vegetariano: te lo ricordi? Da ragazzetto, quando frequentavi quegli altri sciamannati…Mi facevi comprare quelle bistecche di soia disidratate. Eh! Però poi mangiavi il mio cinghiale a Natale. E il pesce a Capodanno o quando andavi al mare! Eh… tanto come tutte le tue fisime, per fortuna durano poco. Vedrai anche stavolta…».
“No questa volta sul serio, dicono sempre così, io sono l’anarchia, ecco un altro anticristo.”
Pensò, e non rispose nulla. La mamma di Samstag non ebbe torto nel giudicare il figlio così volubile e poco fondato nelle sue scelte; ne conosceva la natura sensibile, ma mutevole, l’incapacità a dimagrire e contenersi nei vizi, la generosità un po’ vana di chi siede sugli scalini del proprio castello immaginario fantasticando d’esser cavaliere; non lo giudicava, ma lo capiva, e le sfuriate, le “sclerate” erano brevi burrasche, che non la intaccavano nel profondo, nonostante talvolta versasse qualche lacrima quando lui aveva questi sussulti d’orgoglio e si faceva sarcastico.
La carne tornò, anche questa volta, che si era sentito maturo, capace di scelte ponderate e definitive: il matrimonio, la decrescita, la vita in campagna, i cani, l’orto, l’autoproduzione di saponi e candele, i maglioni di acrilico fatti all’uncinetto. Per un po’ andò bene, poi vennero anni bui, sia per la piccola famiglia Samstag che per il mondo. Persero il loro vecchio cane, Crono: morì di vecchiaia fra le cure premurose dei Samstag, i bocconcini di carne lessata, l’unica carne che aveva toccato il loro pentolame in tanti anni, le punture di vitamina, le flebo…Crono era il cane della signora Samstag, lo aveva adottato, ai tempi dell’università a Napoli: con l’ALF liberarono un canile lager della camorra. Ci fu una tarantella non da poco, i guardiani esplosero anche diversi colpi di pistola e il canile fu messo sotto sequestro. Lei riuscì, con alcuni amici a dissequestrare alcuni cani, destinati alla soppressione, fra cui Crono, un indefinibile e dolce cerbero al confine fra molte razze che si voglion belluine, un po’ pitbull, un po’ ridgeback, un po’ corso; un molosso cazzuto, capace di fiducia illimitata in chi amava, come di un’aggressività fulminea che non lasciava scampo. Una creatura difficile quanto adorabile nella quale Samstag, per indole, s’identificò non poco. Poi venne la Prima Estate, quella del Malbianco, dei raccolti coperti dalla lanugine del fungo di provenienza sconosciuta, quella del luglio freddo e piovoso, durante la quale morì di polmonite il nonno della signora Samstag. L’estate senza sole, senza raccolti, senza vino, senza pomodori e prodotti ortofrutticoli.
Poi venne la Seconda Estate, quella delle Moschine. Moschine sconosciute anch’esse, piccole come pulci, che infettarono gli olivi e i castagni, che infestarono vitigni, meli e ciliegi, che portarono febbri letali alle mucche e pestilenza suina; quella del gran secco, della siccità, del caldo ammorbante nell’emisfero boreale, dell’ozono irrespirabile a bassa quota e assente nella stratosfera, l’estate che non si doveva uscir di casa dalle undici alle diciotto per via delle radiazioni ultraviolette, dei grevi ombrelli piombati e delle maschere di plexiglas fumé. L’estate che morirono i piccioni, i ratti, i gatti e i cani randagi, i cervi, i ricci, le api…
Poi venne la Terza Estate.
Quando Ada Sheldrake trovò l’access point, nell’inverno successivo alla Terza Estate, era già molto malata. Il suo torace era attraversato da un foro, da parte a parte, di quindici centimetri di diametro, un alloggiamento: una pratica dolorosa che si perse con il raffinarsi delle tecniche di riconversione tumorale. I primi esperimenti di trasferimento su simuloide singolo o in cascata (rizoma di simuloidi miceliari o mSR) furono effettuati nel suo appartamento, dove viveva reclusa da almeno tre anni, quando le fu diagnosticato un linfoma anaplastico a grandi cellule causato probabilmente dalla scarsa schermatura del tetto; ci furono dibattiti furibondi sull’effettivo mantenimento della coscienza. Che cosa s’intende per coscienza? Non era più una questione speculativa, ma di effettività: sarebbe stata solo una sorta di registrazione, il grammofono sulle tombe che si figurava Joyce? Una versione evoluta di un profilo memorial del Socializzatore? O un vero e proprio spillover dell’anima nelle paste gelatinose del simuloide, una metemtecnosi, come qualche divulgatore scientifico la definì. Il Rizoma pareva funzionare, ma alla lunga questa tipologia di dati, perdeva la sua organizzazione interna nel mezzo gelatinoso, pur mantenuto alla giusta temperatura, nel bagno chimico appropriato e con una stabile microtensione elettrica; il dato nel rizoma si dissolveva capricciosamente in particelle incoerenti, in frammenti di codice, come le avreste trovate su un vecchio hard-disk fritto con un defibrillatore: non erano certo sequenze binarie che un algoritmo poteva mantenere in una forma fruibile, ma erano interi complessi, non scindibili, uniformi, monadi dai margini incerti, che creavano rizomi con altre monadi “affini”, sacchi leggeri carichi di una spesa pesante, irta di spigoli e punte acuminate, che a volte si rompevano per la via…Il Rizoma poteva garantire il transito, l’allocazione momentanea, ma per dove? Quale sarebbe stato l’ultimo stallo della coscienza a meno di non accettarne la dispersione o esser credenti e confidare in una dimora ultraterrena? Inaccettabile.
Ada Sheldrake era un genio, una di quelle persone che non amavano troppo lavarsi, che aveva perso interesse nella vita, episodica protrusione incoerente di qualcosa che intuiva dietro; un oceano, diceva, un Oceano vivente ed eterno, l’archivio Akashico, la coscienza collettiva, il Brahman, ma in una forma che non aveva mai trovato prima espressione, perché per esistere doveva essere estratta o, in un certo senso, inventata.
Il mito doveva acquistare concretezza, essere oggetto di misurazioni, il pensiero farsi materia, il verbo farsi carne.
Sempre persa dietro a qualche ragionamento, a qualche fantasia portentosa, passava la maggior parte del tempo a letto, circondata dai suoi simuloidi in pasta gelatinosa o in memory foam, quei grossi cuscini, sui quali trascorreva le giornate a fare il pane come un gatto castrato. Metà della sua testa era glabra e ulcerata da almeno settantasette tentativi di accesso. Poi c’era, lui l’access point o come lo chiamava la Sheldrake “l’ano della Mente”. E la cosa la faceva ridere, senza che nessuno, nemmeno i suoi più stretti collaboratori, capisse. Aveva appreso questa tecnica da un’antica pratica di perforazione del cranio; a volte, restava in coma anche per quindici giorni, durante gli spillover e i reverse spillover. Spesso, si risvegliava con intere parti della sua vita cancellate, senza speranza di recupero, o cieca da una mano, sorda da un piede, zoppicante da una narice, con un occhio impastato, la lingua abbagliata o più generalmente paralizzata in parte o del tutto, coperta da eruzioni cutanee simili a scritture jiǎgǔwén in forma di eczema-grafema. Ma, nonostante tutte queste disavventure, questi patimenti, queste sconcertanti sinestesie e ridistribuzioni sensoriali selvagge (non di rado la sua voce poteva uscire flebile da una ascella o da un alluce) non si perse mai d’animo, e mirò con tenacia al suo obiettivo, avvalendosi di numerosi simuloidi di backup che teneva nel congelatore che aveva in garage, insieme alle pizze precotte, i gelati e i quarter pound di vitello. Pur non restituendole l’emozione vivida del ricordo, dissipata senza possibilità di recupero nell’oceano che era aldilà della vita, le permettevano di reintegrare il dato utile a ricostruire pazientemente il suo operato e fingere che non era successo nulla di irrimediabile.
Il Parco Phrygia si stendeva a perdita d’occhio dietro C-43: giovani pioppi tremuli americani, ancora bassi, esili e un po’ spelacchiati come fili d’erba appena affiorati dalla terra riarsa dopo un acquazzone. Samstag aveva terminato il giro delle Case, amava passeggiare fra quegli alberelli specialmente quando diventavano un bel mare giallo in autunno.
…ancora quattro anni, sette mesi, dodici giorni, circa otto ore”
Diceva a sé stesso, rincuorandosi.
Gli avevano installato un contatore alla rovescia meccanico sulla porta, perché a Samstag guardare il trascorrere di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, lo tranquillizzava a differenza di altri Cluster che mal sopportavano l’attesa.
Quasi cinque anni ancora d’insonnia e di cefalea martellante, specialmente la notte, senza luce, senza televisione, senza distrazioni; aveva a disposizione una torcia a carica manuale che produceva un flebile chiarore a malapena sufficiente per leggere poche righe di vecchi libri già letti o che qualcuno degli Altri aveva già letto e sprofondare in una trance ipnagogica. La torcia era indispensabile anche per centrare la tazza del cesso, la diuresi notturna era diventata per Samstag un automatismo portatore di un fugace sollievo corporale allo stupore malinconico in cui perlopiù vegliava; infine si rassegnava a masticare le sue dosi di orfina e attendeva un sonno striminzito che calava ratto e scostante dal buio sopra, nero anch’esso, indistinguibile alla veglia e senza sogni. Cosa o chi del resto, avrebbe potuto sognare in Samstag?
Si ricordò, o qualcuno per lui lo fece, dei blackout in India. All’inizio ne era turbato, come per molti altri aspetti della quotidianità indiana, prosciugata d’ogni orpello che un europeo riterrebbe essenziale, i materassi senza lenzuola negli alberghi e nelle guest-house; la mancanza di carta igienica, lusso per turisti da acquistarsi nel minimarket figo di Laksman Jhula; e i blackout notturni, che gettavano nella tenebra tutta la città lungo il Gange, un buio traboccante di stelle scintillanti che addensava su di sé un umano silenzio al quale si affacciavano voci misteriose di animali notturni, il ruggito lontano di una tigre, le strida di uccelli esotici. Le prime due notti era inquieto; quel buio senza scampo, lo atterriva; le sbarre alle finestre per non far entrare le scimmie e le gazze ladre, i pianti lontanissimi di un poppante con le coliche – che forse lui sentiva nella sua testa – e l’odore, fortissimo di incenso da chiesa. Non incenso indiano, quello della puja allo Shiva Lingam, odore di cattolicissimo turibolo, un odore rivoltante più delle cataste di rifiuti lasciate a marcire sulle rive non in vista agli ashram di lusso. Samstag era diventato, seppur in una forma assai lieve, schizofrenico anni prima, poco dopo il divorzio (cos’era la Prima o la Seconda Estate? Non ricordava), avvelenato da un’occupazione monotona; le cure con gli stabilizzatori dell’umore lo avevano liberato dalle ansie, dalle crisi di persecuzione, dai pianti di bambino e dalle fantosmie, ma lo avevano reso anche assente, poco reattivo, infine depresso e delirante.
Probabilmente la maggior forma di disuguaglianza umana è tra chi è vivo e chi non lo è più: la morte è un problema che va risolto”.
Questo era quanto sosteneva Peter Thiel, forse qualcuno lo ricorda, decenni prima delle ricerche sulla metemsomatosi (metemtecnosi) di Ada Sheldrake.
Finanziò alcuni progetti di frontiera come Human Longevity e all’avvento della Seconda Estate si fece ibernare, in un vecchio bunker per ICBM autoalimentato, nel deserto del Mojave, garantito per assicurare un sonno criogenico di almeno cinquemila anni. Fasti faraonici: con il miliardario si fecero congelare il suo personal assistant, il suo levriero afgano, le sue concubine e otto delle sue guardie del corpo più fidate ed esperte; un sarcofago blindato nel sottosuolo, in una grotta di salgemma, protetto da lastre di acciaio e piombo, totalmente NBC Safe, incassate in strutture di cemento armato, a cui si accedeva tramite un solo portellone corazzato a pistoni idraulici in acciaio al manganese e ottone con sistemi di ribloccaggio automatico; portò con sé i suoi Picasso, Cattelan, Vedova, Hirst, Bacon, Schifano; il Livre de Portraiture di Villard de Honnecurt, e una quantità non trascurabile di lingotti d’oro e diamanti, nell’eventualità che i suoi asset digitali al risveglio si fossero volatilizzati. Un cortocircuito in un sottosistema del vecchio impianto che non era stato controllato a dovere, causò un’interruzione di corrente dal reattore atomico alla camera di ibernazione. I corpi furono ritrovati, mummificati, ben conservati, durante l’ispezione quinquennale pianificata.
La Thiel Corporation riscosse un cospicuo risarcimento, con il quale finanziò, ultime volontà del tycoon in caso di fallita immortalità, le ricerche di Ada Sheldrake che stava per mollare il colpo, dopo decine di travasi\rinvasi traumatici, senza più un soldo per pagarsi un assistente.
Era arrivato per la prima volta Oumuamua e dopo tre giorni era risalito in cielo.
La Terza Estate.
La stessa Sheldrake in quei giorni patì una grave e similare perdita; uno dei suoi congelatori a pozzetto aveva cessato di funzionare, per via di un blackout e di un guasto al gruppo di continuità a celle d’idrogeno, causato probabilmente dal forte impulso elettromagnetico emesso da Oumuamua, il suo saluto. Perse quattro dei suoi più grossi simuloidi, contenenti almeno tredici anni della sua vita d’affezione e di ricerca; perse le sue nozioni di matematica evolute, le sue nozioni di biochimica, astrofisica, negromanzia, neurofisiologia, cibernetica, ermeneutica transazionale e si ritrovò piena di soldi e più vuota di una zucca di Halloween. Fu quel giorno che conobbe Samstag, vagando con la sua Volvo Polar per il compound C-43. Non ricordava nulla, non ricordava il suo nome, né come fosse arrivata lì; la gente scappava in una direzione e lei andava nell’altra; non sapeva chi era e dove fosse diretta perciò rimase a secco, in un quartiere e un pianeta che aveva esaurito i combustibili fossili da almeno quindici anni; si sedette sul cordolo del marciapiede, piangendo alla disperata, come un uccellino preso al cappio in una trappola.
Samstag le si avvicinò, di ritorno da lavoro.
«Posso aiutarla?». Le chiese. Lei lo abbracciò; aveva un ridicolo vestito verde, corto e indossava delle calze autoreggenti, una delle quali scivolava continuamente dalla gamba sinistra. La guardò tirarsi su la calza, intravide uno scampolo di inguine e di pube come fluorescenti nel buio della sua insensibilità farmacologica. Lui era schizofrenico, peloso, morbido, ciccione e un po’ ritardato, ma era stato anche intelligente di tanto in tanto nella vita, come se delle perturbazioni di intelligenza, avessero attraversato il suo cielo, allentando il clamore abbacinante di un sole idiota.
Lei era un genio con la mente parzialmente cancellata, quasi anoressica, glabra e ricoperta da un eczema misterioso che si componeva di minuti pittogrammi in una lingua sconosciuta, mai esistita, mezza testa rasata piena di forellini rossi, cieca da un occhio e con un grande buco tondo nel petto.
«Portami a casa… Questa … cosa… si è rotta…». Disse, indicando la Volvo.
«La …cosa, lei dice…l’automobile…? Ok». Rispose a fatica, Samstag, afono; non parlava più da almeno dieci, o forse dodici anni. A meno che “parlare” non significhi ripetere a un microfono formule e indicazioni sempre uguali o scrivere le stesse comunicazioni utilizzando le stesse formule per l’archivista e il diramatore.
Ogni giorno alle sette e quarantacinque usciva dal C-43 e prendeva la Metro per Lago Corvo, dove lavorava come ordinatore allo stoccaggio dei cereali in replicazione accelerata; più o meno il suo lavoro consisteva nel dire a dei protei dove posizionare in un capannone già stracolmo, i bussolotti idroponici con le piantine clonate di grano. Poi, mandava le bolle per posta pneumatica al diramatore di contrada e all’archivista locale, controllava la temperatura, i cicli stroboscopici di luce e buio e, a sera, avevano il raccolto pronto, da inviare ai mulini e agli impianti di panificazione intensiva. Così ogni giorno, dalle 7.45 alle 19.45. Tutti i giorni, nessuna festività dalla Seconda Estate, solo brevissime ferie, calcolate dallo psicoplasmatore aziendale o le assenze giustificate per malattia. Il giorno dopo si licenziò e divenne l’assistente di Ada Sheldrake e, ogni tanto, il suo trastullo. Ma la macchina non ripartì, dal momento che come dicevamo, non esisteva più carburante.
L’anima ombra stava riemergendo.
«Sta per succedere di nuovo».
Ada Sheldrake infilò l’avambraccio nel foro circolare, l’alloggiamento, ora vuoto, che le attraversava il torace da parte a parte. Ogni volta che la vedeva arrivare avvertiva un insopportabile prurito alle pareti fibrose del buco nel suo petto. Il silenzio che aveva preceduto la sua comparsa era il silenzio che le stava colando addosso; come quando si ruppe il dispenser di sapone liquido nella valigia durante lo sfollamento della Seconda Estate; come quando sognava di stare sotto arnie sospese in cielo, gigantesche, che si schiudevano, rilasciando quintali di miele sintattico; i germani intorno al laghetto del parco scuotevano le penne remiganti della coda, come nella danza delle api esploratrici.
Venne abbagliata da un raggio di sole, scomposto in poligoni concatenati e iridescenti, che poi si sbriciolò, come vetro temprato in una miriade di brillantini sul pelo dell’acqua; i paperi, agitati, soffiavano ai polpacci dei camminatori col naso per aria, che si scontravano fra di loro, minacciando di schiacciarli, mentre una femmina spostava prudentemente il suo uovo con la punta del becco, lontano dal viavai.
Una cucchiaiata di gelato inghiottita di colpo, causò un istantaneo mal di testa a Samstag, in un punto dolente ed elettrico, imbullonato in mezzo alla fronte, il sensore del gelato inghiottito alla svelta, così lo chiamava; poche gocce marroncine e appiccicose caddero sulla sua camicia bianca da assistente; il silenzioso Samstag, il villoso Samstag, il sufficiente Samstag, che lei odiava, per quel modo di ignorarla deliberatamente e poi seguirla, sempre, come un papero condizionato a rincorrere stivali rossi o bimbette volanti con l’ultraleggero.
Ada, mentre assisteva alla discesa, non sapeva come fare a liberarsi della sua mente diventata ingombra e vuota a un tempo; rumore bianco tarmato di congetture lasciate senza naftalina, travasi e rinvasi non sempre andati a buon fine; parole sempre sulla punta della lingua, da cercarsi per approssimazioni su motori di ricerca prezzolati che alla fine ti volevano solo vendere qualcosa che compravi in preda alla compulsione, oppure, chiedendo a Samstag, schioccando le dita come all’ipnotizzato che non si rinviene, il servo muto, quei cosi di legno che i maschi umani del secolo scorso, inscenando prima di coricarsi la crocifissione delle proprie vesti da lavoro, adoperavano per poggiare pantaloni e camicie, bretelle e calzini, quasi a formare un loro feticcio antropomorfo, per poi indossare il pigiama, emettere un grugnito e addormentarsi o far finta di, abbottati di orfine.
L’ombra in principio coprì la valle Orba a sud est: da un banco di nubi filamentose fece capolino uno sperone nero, una lingua luciferina fra labbra emaciate, solo che non spuntava dal basso come la cima di un monte, ma dal cielo.
Era nera lucida, seppiata in penombra, la superficie irregolare rivestita di polimerizzazioni di tolina spalmate sopra il ferro-nichel siderale che non conosce lebbra d’ossigeno o l’insidia umida delle celesti ghiandole lacrimali e dei ghiacciai perenni; l’erosione delle polveri nell’imperversare dei venti; i travagli minerari a colpi di piccone che scintillano, poi la fusione, le vanità e l’ossequio del cromo, il mirror polishing a furia di spazzole e sabbiature nelle officine, l’umile ed essenziale ufficio dei minerali ferrosi di qua d’esser ridotti in lastra o in bobina, stampati in forma di suppellettili per la cucina o carrozzerie di veicoli.
Non era frutto di nessuna estrazione; non apparteneva né alla vita organica, né alla geologia terrestre, né alla sua forza di gravità.
Lei scendeva, libera e lenta, così densa che il tempo le si raggrumava intorno, rallentando fino a fermarsi: una lama nera, senza fine, che penetrava la pelle della stratosfera con la compostezza e l’arte di un fachiro, senza ledere organi vitali, senza scatenare tempeste, solo qualche screzio azzurrognolo di statico, puzzette d’ozono, come dall’ano contratto di un digiunatore.
Entrava, e la sua nuova ombra terrestre le si faceva incontro lieta, fiduciosa, leonardesca nella caligine dell’azzurro filtro atmosferico. Lei, ombra anima in sé conclusa, avvezza al binario nitore di luce e buio che si portava indosso nel suo vagabondaggio interstellare o alla tenebra assoluta dei remotissimi apogei oltre l’Eliopausa, fu felice e gradevolmente sorpresa di proiettarsi in questa morbida ombra terrestre, perfino ansiosa di ricongiungersi a lei, nel punto di contatto dove avrebbe sostato indefinitamente e senza affanno.
Samstag allora si scionnò e si risolse a parlare:
«È un pennant...». Disse, credendo di aver detto una cosa intelligente e a effetto; anche se in tutta onestà aveva davvero visto su quella massa nera e oblunga, logogrammi e pitture di guerra.
«Pareidolia…». Lo liquidò Ada: sfilò il braccio dall’alloggiamento toracico e gli chiese una sigaretta, dopo dodici anni che non ne toccava una, mentre ammirava la gigantessa che, in equilibrio, come una ballerina sulla punta del suo alluce, si poggiava aggraziata nella radura a fondo valle.
«…non so se è un pennant: è per certo Oumuamua».
Ada si distese accanto a Samstag.
«Ti faccio una domanda come un alveare…sono un po’ fissata con gli alveari, lo sai… cioè tu lo sai e io no, non me lo ricordo per davvero. Nell’ultimo rinvaso ho registrato numerose deplezioni dei modulatori chimici… va sempre peggio, perdo acetilcolina come un colabrodo…anzi, dovresti aumentare la somministrazione». Rise, mentre si affrettava a prendere un appunto sul retro di un volantino. Samstag la guardava inebetito. Lei allegra:
«Toh…Pennant! Ti ho scritto un appunto che fra tutti e due… Conservalo…cosa stavo dicendo? Ah…ecco! Samstag! Quanto di questo mondo in cui siamo stati inventati è solo boria del Creatore o una sua ironia cattiva? L’universo è solo un circolo del cucito tutto pettegolezzi e retorica? E chi vi agisce è mosso solo da invidia e mantenimento di una risibile rendita di posizione? Quanto tutto questo è una mia paranoia e quanto non lo è? Solo il romitaggio premia? Serve La bolla per distruggere la bolla interindividuale?».
Samstag non pensò che fosse una domanda del cazzo perché in sostanza non la capì. Confidò in un’arguzia degli Altri. Aveva vissuto per dieci anni da solo in un compound grande come una città, da prima popoloso, svuotato poi dal giorno alla notte. Per lui non era cambiato nulla: era come essere soli. La gente del Cluster era uguale all’universo; boriosi benché incorporei, pettegoli benché compressi in una scatola cranica. Non gli prestava troppa attenzione tranne quando lo tenevano sveglio nella loro immanenza senza giorno e senza notte.
In molti si fecero avanti, come nell’Ade, mormorando alle orecchie di Samstag mezze risposte piene di saggezza acidula o sagaci battutine da hipster:
“intervieni contro noi maschi bianchi oppressi”
“sembra la copertina di un porno-emo, la bolla come herpes”
“cambia film”
“bolla is the new balla”
“un’ode al subprolet”
“basta snitch; argomentazioni cheesy. Non reagire”
“da coprofagia: flawless victory”
“la rivincita dei zoomer? Ti sta flexando.”
ecc…
Lui si trastullò con queste voci provò a collegarle l’una a l’altra come il fanciullo che giocherella col suo trenino; prima pose sui binari un locomotore, che chiamò paranoia, la forza trainante dell’universo, poi il vagone con il carbone che la alimenta, un vagone di voci contrastanti, di invettive inutili, di frecciatine glitterate, di citazioni interstiziali, che sarebbero bruciate nel fuoco ostile della caldaia, gli sbuffi di vapore avrebbero poi mosso i pistoni, inondato i marciapiedi fetenti dove gli ufficiali della Gestapo impartiscono ordini trattenendo i loro pastori tedeschi, in segreta e totale ammirazione dei loro stivali ben lucidati; come gli agenti del ricollocamento, che non mandavano nessuno a morire ma che pensavano quella massa di sfollati, i “cascami” esattamente come la pensava un nazista.
Vide sorgere la stella boriosa a est, simile alla stella idiota nella sua testa, ma più grande; la vide attraverso il buco di Ada e vide molti goderne in lui, altri che si erano attardati nel lobo sbagliato, cercare il posto al sole dietro i suoi bulbi oculari, svicolando come i furetti fra le ombre dei capillari e fra le ombre-ombre di Samstag, scostandosene sdegnosi. Vide le persone che avevano ostentato calma, impazzire. Vide i folli diventare savi e via di nuovo tutto da capo, la coolness e poi gli schiamazzi di chi farneticava; ciò che era brillante diventò abbagliante e poi nero con una vampa verde sulla retina a occhi chiusi; lo colpì allora un suo pensiero, improvvisamente e solo suo soltanto: tutte quelle ombre saccenti che erano in lui sarebbero dovute tornare a breve ai loro corpi o altrimenti dove? Esse erano vite, in ogni caso. Iniziò a sudare dalla fronte e il respiro gli si fece accelerato.
«Dove sono i corpi, Ada?».
Lei non capì subito. Era come scema a volte.
«Quali corpi? Gli Sfollati? I Cascami? Di cosa parli? Vedi che non mi stai mai a sentire: non hai risposto alla mia domanda. Vabbé, tanto non mi ricordo più…».
«No, Ada. È una cosa seria: i corpi della gente qui dentro!». Disse, picchiandosi l’indice sulla fronte «…nel cluster».
«Ah… Beh… non ci sono più corpi».
Samstag avrebbe voluto ucciderla, ma non si può uccidere la più grande ermeneuta della Creazione, la travasatrice, la… i suoi molti titoli brillavano alla voce onorificenze del socializzatore. Sentì fermento nel Cluster, come aprire una bottiglia di birra sciabordata.
Una schiuma di voci gli intorpidì le tempie, perse il lume degli occhi, le sue pupille si fecero larghe in una istantanea midriasi. Poi si riprese:
«Ma, cazzo! … il mio contratto! Il mio contratto prevede un deposito quinquennale! Cosa cazzo dici? No-n-non è possibile…oltre! Che fai li rimetti nel rizoma di simuloidi? Non esiste nemmeno più quello. Lo hai fatto smantellare nel…perché degradano… ma che cazzo ti sto dicendo? Lo hai inventato tu!».
«Ahahaha!». E Ada rideva come una marionetta e iniziò a spogliarsi nuda, la pelle secca di eczemi, gli addominali scolpiti nella pancetta prominente da bimba… «Ma chi se lo ricorda? Io? Io non ricordo nulla! Ho avuto uno shock anche l’ultima volta. Poi ci hanno pensato gli ingegneri. Era tutto sui simuloidi e nei miei appunti…forse…hanno un piano alternativo…». Montò sopra di lui, la sua fica asciutta cominciò a secernere un umore grigio, madreperlaceo. Accanto al foro toracico, il suo unico seno piatto esibiva un capezzolo marrone che s’inturgidiva, ma dal buco rotondo, perfetto, Samstag era accecato da un raggio del sole borioso; si coprì il viso, disperato e abbagliato a un tempo, i suoi testicoli e il pene inerte venivano coperti dal liquido di Ada.
«Sei…sei…peloso e stupido! Sì! Pauroso! Scemo! E quel che è peggio impotente! E col cazzo piccolo!». Pensava così di stimolarlo lei, attraverso l’umiliazione, come altre volte era accaduto, ma c’era un fatto nuovo. Samstag parlava; non era narcotizzato dall’orfina o dalla terapia, e stava comunicando un problema non da poco, visto che entro due giorni avrebbe dovuto travasare tutto il Cluster nei corpi di provenienza che dovevano essere da qualche parte, e scopriva adesso che non c’erano più. Schizzò su dal letto, gettando di lato Ada, secca, odorosa di sudore vecchio e liquido vaginale; secca nella pelle, nell’occhio vedente arrossato, nelle pupille di diverse dimensioni, nella cecità parziale, nella secchezza d’occhi vedenti e ciechi, secchezza di piedi, di schiena, di torace; si tirò via di dosso quel cespuglio in fiamme con la congiuntivite, quella proterva dominatrice guasta e mezza demente.
Si accese una sigaretta e cominciò a singhiozzare.
«Cazzo! Cazzo! Cazzo! Mi avete fregato… Ci avete fregato tutti!». Poi la sua voce diventò cento bisbigli sovrapposti, perché tutto il Cluster era in allarme: cento lamenti, cento bestemmie, cento urli. Le battutine stronze erano scomparse. Ada lo osservava, distesa sul fianco e scuoteva il capo, come a dire “non ci siamo per nulla”.  Prese un cilindro mSR e lo riempi con pasta simuloide fresca e se lo inserì nell’alloggiamento.
«Ascolta, Samstag… ascoltate tutti! Perdio! … volete…vuoi essere alleggerito? Sicuramente il degrado è già esponenziale. Credo che… – e rigirò la confezione di simuloide in pasta, data di scadenza, marca… capacità – ecco, si, io credo che almeno cinquanta o sessanta li posso tenere qui, per una settimana, forse due…».
«Cinquanta? Sessanta? Una settimana? Due? Ma cosa fai? Tiri a indovinare? Sono centinaia!»
«Merda! Non posso fare più di questo, Samstag! Vieni qui. Calmati. Te ne prego. Prepara l’iniezione di acetilcolina, adesso! Non sclerare!».
Era maggio, forse giugno: si avvicinavano gli esami di terza media. Samstang era un bambino inquieto e senza amici: aveva preso a parlare da solo, a raccontarsi storie che erano la prosecuzione di serie a cartoni animati finite, fantasie di viaggi in motorino (fra due anni avrebbe avuto il “cinquantino”) nelle quali si sacrificava eroicamente per la sua amata, l’Epilettica Senza Nome, gettandosi contro una nave aliena, mentre ascoltava la Cuban Ouverture di Gershwin. Lo zio di Milano gli aveva regalato uno dei primissimi walkman, non il totemico Sony, ma un Philips, più pregiato per fattura, robustezza e funzioni (permetteva anche di registrare). Conteneva una cassetta di prova con tre brani disco-funky, ma il primo ascolto fu la cassetta di Julio Iglesias, Vagabondo – la prima volta che Samstag ascoltava qualcosa in stereofonia, totalmente immerso nella musica, non come con il grammofono o il registratore a cassette mono – l’apertura del brano è caratterizzata da una sezione di fiati e synth potentissima disco-sinfonico-melodica. Un binge drinking acustico lo riempì fino traboccare in un’emozione fisica che cancellava le oscurità che in lui da tempo si accumulavano, la solitudine senza tregua, le peregrinazioni per i cimiteri a cambiar fiori sulle tombe dei nonni e dei vari congiunti. E poi finalmente la Cuban Ouverture che diventava un mare, dove la sua fantasia di dodicenne pescava chimere robotiche giapponesi, rimuginando le nudità macilente in mezzo allo squallore delle baracche dei prolet di 1984 figurandosi in esplorazioni sulla sua Aprilia ET immaginaria, blu e bianca, che guidava come un caccia top gun e che, non di rado, si trasformava come una mach patrol a due ruote in un velivolo da guerra fantascientifico; sognava di fare l’accademia aeronautica ma era miope, non lo avrebbero mai preso.
In questo turbinare di pensieri, con le cuffie, pedalando sulla cyclette, oppure in cameretta, ballando o meglio mimando i gesti del motociclista, dell’eroe, del samurai, si annidava un grumo, come quelli che si formano negli scarichi del lavandino, un grumo di capelli vecchi e sapone, melmoso, un’occlusione impermeabile all’acqua corrente, alla pressione, alla luce.
Uno di quei malefici artefatti, che le nonne dicevano di trovare nei guanciali: le corone di lana o piume annodate a formare aureole di malanno sul capo del dormiente, portatrici di emicranie invalidanti, di cancri in metastasi improvvisi e incurabili; pezzetti di legno scheggiati come quelli delle bare riesumate ogni dieci anni, di cui Samstag spesso raccoglieva ed esaminava i frammenti marci, consumati dai bachi da cui pendevano rimasugli di trina dell’imbottitura; potevi trovare filze, spilli, talvolta croci rovesciate incise con l’unghia sul passepartout in cartone delle foto di famiglia. Erano gli stessi familiari, quelli più invidiosi e segretamente avvelenati che regalavano questi oggetti saturi di malvagità, oppure che indirettamente ti facevano il malocchio: bastava poco, un ciuffo di capelli, una foto, talvolta il solo pensiero.
La nonna e la mamma di Samstag, vedendolo incupirsi, isolarsi, e parlare da solo sempre di più, decisero di condurlo da una certa signora benedicente, come ne esistevano una volta nelle piccole città e nelle campagne.
«Ti portiamo da Donna Martoni, che ti fa una benedizione…che ti serve anche per l’esame».
Perciò un pomeriggio, Samstag venne condotto da questa persona; viveva in una stanza grande a pian terreno in un bel palazzo del centro, le finestre strette, sempre socchiuse, che davano su una corte interna; la piccola cucina a gas con sopra un tubo al neon che contendeva il suo lucore verdastro con quello rosso dei lumini posti sopra il frigo; un tavolo di fòrmica rosa, la macchina per cucire con accanto il monte dei vestiti da sistemare, i pantaloni a cui fare l’orlo, i prendisole a cui ricucire la spallina, le vestaglie da allargare o restringere, in quelle insopportabili fantasie a fiorellini minuti e, sulla parete, le numerose stampe raffiguranti il Redentore, i santini, le Madonne, alcuni rosari appesi a piccoli chiodi e un crocefisso, una macchia di devozione cattolica concentrata, mentre il resto della stanza era spoglio come una cella monacale, con macchie d’umido e le ombre bianche, rettangolari di quadri rimossi.
Samstag ebbe paura di questa donna alta, vestita con un semplice abito celeste, con il grembiule da lavoro e le ciabatte con la fibbia rossa; la sua testa annuiva come una campanula scossa dalla brezza, i capelli corti e grigi; i suoi occhi sporgenti, grigi anch’essi, sembravano rovistargli l’anima, leggere le sue peccaminose fantasie con Edwige Fenech nuda in stivali neri da cavallerizza, smascherare le sue manipolazioni proibite pensando all’Epilettica senza Nome.
Non disse nulla, lo fece stare davanti a sé mentre la nonna e la mamma bisbigliavano, snocciolando un rosario: poi anche lei iniziò a bisbigliare e senza toccarlo, le passò le mani intorno al corpo, fra le gambe, davanti, dietro, sopra la testa, una perquisizione spirituale, accompagnata da una litania impercettibile. L’alto soffitto si allargava sulla testa di Samstag, mentre le braccia della donna parevano plasmare un secondo Samstag etereo, una custodia del Samstag in carne ed ossa, fatta di vapori, di ombre concentriche e diafane proiettate dalla luce Kirlian che da dietro lo illuminava; il calore iniziò a propagarsi nel corpo del giovane, avrebbe provato qualcosa di simile molti anni dopo, in circostanze completamente diverse, bevendo un’acqua amara. Il calore scioglieva il grumo di capelli, la melma grigia come pelle di piovra, l’odore fetido e di sapone allo stesso tempo; sentiva un buco nello sterno, era la bocca dell’aspirapolvere e aveva il sapore metallico del sangue: sull’onda montante del calore espiatorio, una schiuma di teschi, di quelli intravisti all’ossario nei pomeriggi cimiteriali, crani, tibie, e la cosa più impressionante, la palla di un femore che sporgeva fuori da un’urna sulla quale prosperava verdognola una patina di muschio; le muffe che si propagavano dal sibilo astioso di qualche zia incanaglita, da un suo bacio di Giuda su quelle gote cicciute segnate dalla montatura rovente degli occhiali da vista dorati, a goccia, come Venditti, le lenti massicce, il sudore, le pesche fresche e dure sul terrazzo la sera, prima di coricarsi e passare la notte insonne, terrorizzato, cercando al tatto nel cuscino la presenza di trecce malefiche; il misterioso cintolino di cuoio che trovarono al centro del tavolo del salotto a ritorno dalle vacanze, e che sua nonna bruciò senza esitazione, mormorando uno scongiuro, più disgustata che impaurita. Alle maledizioni campagnole Samstag e la sua famiglia, specialmente il ramo materno, erano abituati; Donna Martoni si pronunciò sfavorevolmente. Il “bambino” era pieno, disse, pieno, pieno… qualcuno di famiglia, disse, qualcuno di cui non sospettate. Sarebbe dovuto tornare la settimana successiva e poi, guardandolo senza rimprovero né compassione, con quegli occhi rotondi di magara cristiana, gli suggerì di mantenersi puro, nel pensiero e nel corpo, e di pregare. Samstag si attenne scrupolosamente alle prescrizioni spirituali e magiche della santona, evitò di toccarsi, scacciò dalle sue fantasie persino l’Epilettica Senza Nome. Ebbe solo pensieri romantici per lei, di viaggi in moto, e lunghi abbracci al tramonto in riva al mare. E pregò: pregò tanto, non per fede, ché non ne aveva un briciolo, ma per rabbia, una terapia d’urto per ogni volta che i pezzi di quel grosso grumo tornavano a gola; c’era qualcosa d’idraulico in questa benedizione, lui si sentiva un lavabo intasato nel quale, dopo avervi versato soda caustica, rutteggiando nell’aqua ferma, venivano a galla frammenti di sconosciute aderenze fra la vita e la morte, prosperità simbiotiche di microbi e chimica industriale, apporti sotto copertura, ectoplasmi in incognito travestiti da peli, come quelli ammazzettati che trovavi nei guanciali maledetti, talvolta peli pubici rossi come rame, o addirittura, denti di morto, rebbi di forchette, mozziconi di candela.
Donna Martoni quando lo rivide, gli sorrise per la prima ed unica volta: guardava intorno a lui, come se ne percepisse sempre quel contorno vaporoso e controluce.
«Va meglio…eh? Vero? Eh! Si vede, si vede: come hai dormito?».
«Bene…». Rispose, Samstag timido.
«…ma c’è ancora da fare. Ora tieni, vai un attimo fuori a giocare».
E gli dette un giocattolo antico, un pupazzo di plastica, vestito da turco, che fumava minuscole sigarette di carta. Mentre era fuori, origliò:
«Samstag… non lo so… sta meglio, certo! Andrà tutto bene, vedrete. L’esame andrà bene e la persona che gli ha fatto il malocchio ben presto starà male; capirete chi è perché è un vostro parente».
In effetti la cognata della nonna era stata ricoverata pochi giorni prima. La nonna si disse incredula e delusa, ma i tempi confermavano questa evidenza. La madre sminuiva, era dubbiosa, ma non si sentiva di darle torto.
«È così.»
Le interruppe Donna Martoni.
«…ma questo non è importante. Perché il malocchio si leva. Il problema è che Samstag è, come posso farvi capire? È lontano. È lontano da Dio. È nato così… Dio non gli farà mancare il sostegno, perché Gesù ama tutti, specialmente chi si allontana da lui… ma questa distanza lo esporrà al male, per tutta la vita. Dovrebbe dedicarsi a una vita spirituale per salvarsi, ma non credo che a Samstag interessi».
Tornò altre quattro volte dalla Santona, pregando sempre meno, riprendendo le sue solitarie manipolazioni e fantasie, sempre più scocciato da queste visite, infastidito da quelle mani che parevano modellarlo come argilla, da quegli occhi rotondi da gufo che lo indagavano in cerca di Dio. Donna Martoni, non insistette oltre: benedì una penna a sfera e gli disse di usarla per gli scritti all’esame.
«La resurrezione dei corpi non è l’Apocalisse, Samstag».
Adesso lui era non era più sclerato, era calmo; la parziale kenosis aveva allentato la pressione.
«Il problema ha una soluzione che non ricordo».
Samstag si arrotolò su sé stesso e cominciò a singhiozzare: avrebbe vissuto non una sola morte ma tutte le morti del suo Cluster prima di morire egli stesso; la morte lo avrebbe mangiato spiritualmente, la sua carne si sarebbe assottigliata, resa friabile dai molti trapassi e dalle reviviscenze in rapida successione. Avrebbe fatto un avanti e indietro imperterrito nel Bardo.
Perché era un fatto noto: non si dà spirito senza corpo.
Anche un solo corpo per più spiriti. Ma un corpo, date retta, serve sempre.
La giornata trascorse in sedazione. Ada e Samstag giacevano sul letto in silenzio, e il loro silenzio era il silenzio del quartiere, dei cartelloni sbiaditi con la pubblicità della Lotteria dei Falansteri, della città con i cavi che svolazzavano spettinati, delle strade diventate fiumi e dei fiumi diventati sentieri rocciosi.
Ada poi, si era incaponita ed aveva rigirato tutte le sue carte, e infine l’aveva trovato: una busta con la sigla Ph-Ba! L’entusiasmo iniziale fu grande perché quello era il protocollo di spillover che era stato studiato anni prima ed era l’unico che garantiva una certa stabilità, ma quando si recarono di corsa nel boschetto di pioppi tremuli dietro il compound, trovarono solo rami secchi e cenere; un incendio lo aveva distrutto: le ondate di gran secco? Una banda di Annichilatori? Cascami sabotatori sfuggiti al ricollocamento? Un errore di pianificazione urbana della Interind di contrada?
«Lo sapevano! Interind doveva tutelare Ph-Ba!».
Poi ricordò che le Interind erano offline quasi dappertutto e il loro mondo non interagiva più col mondo vero. Samstag scuoteva la testa, davanti allo scempio.
Il trasferimento delle “anime” nella collettività vegetale non era più possibile. Non era possibile farlo con altre piante, andare in montagna, e fare il trasferimento in una faggeta…non erano state sottoposte a demiurgia; la demiurgia era una di quelle scienze esaltanti nate nella disperazione delle Tre Estati; il pioppo tremulo per sua natura era una delle piante più adatte ad accogliere in sé le anime. Avrebbero atteso sul letto, le loro molte morti.
«Che ti dicevo? È il mio cattivo karma, Ada…».
Farfugliò Samstag, con la bocca disidratata. Ada guardava il soffitto senza ascoltarlo per davvero, poi si sedette sul letto e si accese una sigaretta; poteva vedere in lontananza, dalla finestra sfondata Oumuamua.
«La Quarta Estate, non penso ci sarà una quinta».
I Cascami avevano perso da tempo ogni forma di assistenza e le bande che ancora si aggiravano fra i Compound lentamente si esaurivano come giocattoli a pila: tutti questi teppisti depressi che ciondolavano ripetendo frasi aggressive, i loro colli secchi di denutriti che si piegavano sotto il peso dei gioielli d’oro massiccio. Molti avevano già contratto il morbo della Cenere e bastava spingerli con un dito perché si frantumassero, emettendo un fischio sfiatato. Era tutto impastato insieme, gente apparentemente sana che ancora andava a lavorare, magari in uffici vuoti e senza luce. oppure al parco a fare jogging, come se non fosse successo nulla. Logistiche che funzionavano per scaricare merce davanti a supermercati abbandonati.
«Sarebbe stato bello averla potuta studiare: la stronza ci è venuta a trovare come uno di quei parenti che vedi solo ai funerali». Disse Ada, guardando con disprezzo, Oumuamua.
«Ahahaha…» Samstag rise debolmente.
«Cosa ridi? idiota…».
«Ti dicevo… del mio bad karma: anche te non mi stai a sentire, però, eh… insomma, era un’idea che mi ossessionò per molto tempo, da quando ripresi a mangiare la carne».
Ada lo squadrò, misurando quel corpo nudo e sgraziato, accostando la testa di lato come fanno i cani quando non capiscono. Pensò che stesse delirando, era uno dei sintomi del decadimento del Cluster.
«No, Ada, non mi guardare come un cane bastonato… nessuno (del Cluster) parla in me; ho come la sensazione, anzi, che se ne stiano andando…».
«Questo non è possibile».
«È possibile eccome: se ne stanno andando…Ma lascia perdere cosa è possibile…quella roba la fuori è possibile? E sai cosa mi fa ridere? Vuoi saperlo?».
Ada non rispose, si alzò e fece cadere delle bottiglie di plastica vuote fra le altre che costellavano il pavimento, si diresse verso una montagna di panni sporchi e prese una felpa bruna con scritto OIA.
«Muoio (letteralmente) dalla voglia di saperlo…».
«Ahahah… questo tuo sense of humor è la cosa che mi è sempre piaciuta di te, sai? Anche se mi feriva. Anche se non ridevo. Anche se non ti rispondevo nulla o non capivo. Mi fa piacere che ne sia rimasto un po’ in quella povera testolina…».
«Ufff… insopportabile ciccione, non farla lunga… cosa ti fa ridere?».
«ecco… ho perso il filo; no, aspetta… dammi una sigaretta».
Erano le ultime due.
«Ah, sì: il bad karma, ti dicevo, e cioè (io perlomeno lo intendevo così) il ripresentarsi nella vita, sempre, dello stesso problema – a meno che, chiaramente non lo si risolva – ma è difficilissimo, perché la soluzione non richiede volontà. È un destino da sovvertire: e come puoi sovvertire un destino? Se è già scritto? Impossibile: Richiede un cambio di atteggiamento profondo, richiede fede».
«Interessante, Padre Samstag, ma cos’è che ti fa ridere?».
«… da giovane chiamavo la ricorsività di certe dinamiche il fecaloma; tu ingoi, ingoi, e poi resta lì e si calcifica nell’intestino e alla fine, muori, tappato dalla tua stessa merda…ahahhaha!».
«Tu stai tanto tanto male, Samstag…io ti faccio un’altra iniezione di crono-stamina; anzi… sai cosa? Ci facciamo una stagnola di oppio. Et voilà…».
«Ahahhaha… continui a non capire, testacchiona, scienziatona… OK per la stagnola…».
Aspirarono il fumo denso e dolce, mentre l’accendino rincorreva le goccioline nella concavità del foglio di alluminio, cristallizzandosi in strisce marroni, e poi nere.
«Oumuamua…ecco… la prova che “esistono”, che (in extremis) sono arrivati, e ci trovano moribondi come specie, come pianeta… ecco, noi sappiamo poco o nulla tranne che è senziente: ma … (ahahha) guardalo bene: non ti sembra un grosso stronzo fumante uscito dal culo del Sole? Non ti sembra un fecaloma?».
Ada scoppiò a ridere e risero molto, prima di morire.
E morirono molte volte. Morirono le loro vite passate e future, le vite passate e future delle anime nel Cluster, che si dispersero, le vite dimenticate e disperse nei backup di Ada. Tutti i Cluster morirono quel giorno d’estate del (omissis) e Oumuamua come era arrivata se ne andò, ritraendosi dall’atmosfera, lentamente, infischiandosene della forza di gravità. Scintillante, ricaricata dalla permanenza sulla Terra, riprese a vagare per il cosmo come una prefica, verso un altro pianeta agonizzante.
Samstag prima di morire per l’ultima volta, ormai svuotato della folla del Cluster evaporato, fece una carezza ad Ada che lo aveva lasciato poco prima di lui; e nel toccarla si sbriciolò in una polvere come cipria, una morte vampiresca.
Quell’odore era stranamente simile all’odore della griglia, quella piccola a treppiede, che suo padre allestiva in terrazza il giorno del suo compleanno.
La mamma preparava i cannelloni al ragù con la besciamella, friggeva le patate tagliate grandi, e il babbo fuori, sulla piccola griglia cucinava una bistecca e qualche salsiccia. Era questo il pasto preferito di Samstag da bambino, il pasto del compleanno. La carne, o come diceva da bambino “la ciccia”.
Questo pensiero lo pacificò e così, come il “Fecaloma” abbandonava la Terra, le sue ossessioni di vegano rinnegato, le sue irrequietezze di sclerato, si chetarono mentre anche la sua coscienza, così come il suo corpo s’incenerivano: una ventata sparpagliò quelle ceneri e venne sera.

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francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/
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