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Perché Erwin Schrödinger torna all’antica Grecia

Erwin Schrödinger ed Eraclito di Efeso

di Antonio Sparzani

Nel 1996 la Cambridge University Press pubblica per la prima volta, riuniti in un unico volume, due scritti di Erwin Schrödinger (Vienna 1887-1961), Nature and the Greeks, pubblicato la prima volta nel 1954 e l’altro, Science and Humanism, pubblicato già nel 1951. Io comprai questa edizione della CUP una ventina di anni fa, la trovai estremamente interessante e, di recente, mi sono chiesto se esiste in italiano. Dopo varie ricerche, che in un primo tempo sembravano dire che il secondo dei due scritti era stato già bellamente tradotto, ma il primo no – tanto che pensavo di proporne la traduzione a qualche editore – mi accorsi invece che c’era stato un (per me) oscuro editore triestino, Beit Edizioni, che l’aveva tradotto, mettendo però come titolo Scienza e Umanesimo e quasi come sottotitolo La natura e i Greci. Contattai l’editore, il dr. Piero Budinich, che era anche il traduttore e mi confermò che il libro è ormai introvabile, cosa che avevo già scoperto indagando qua e là, ma aggiunse anche che stava chiudendo la casa editrice. Però mi mandò molto cortesemente il pdf del volume (dal quale traggo le citazioni che seguono), nel quale la mia pignoleria voleva controllare la cura editoriale, note e via dicendo, e scoprii così che oltre all’introduzione originale del fisico Roger Penrose, ne aveva aggiunta una anche Carlo Rovelli, che ormai pubblica molto in Italia.

Tutto questo per dire che non mi propongo di recensire un libro ormai irreperibile, ma di spiegare le ragioni addotte da Schrödinger per tornare a indagare il pensiero della Grecia classica. A questa spiegazione è infatti dedicato il primo capitolo del libro, letteralmente “Le ragioni per tornare al pensiero antico”. Schrödinger scrive direttamente in inglese (che gli aveva insegnato da piccolo la sua britannica nonna materna) e si tratta del testo di alcune conferenze che tenne nel 1948, prima a Dublino e poi a Londra (Shearman lectures). L’autore prende in esame la storia del pensiero da allora ad oggi esaminando ed esemplificando variamente la (perniciosa ma storicamente determinata) divisione tra religione-filosofia da una parte e scienza sperimentale, o potremmo dire “materiale” dall’altra. Descrivendo l’evolversi di tale divisione, Schrödinger dice tra l’altro:

«la reciproca diffidenza tra religione e scienza era destinata ad aumentare. Essa non traeva origine da quei ben noti dettagli irrilevanti da cui manifestamente scaturiva, vale a dire la disputa se la Terra si muova oppure sia immobile, ovvero se l’essere umano sia o meno un tardivo discendente del regno animale; tali punti controversi possono essere superati e in gran parte lo sono stati. Il dubbio è radicato molto più profondamente. Grazie al fatto di essere riusciti a spiegare sempre di più riguardo alla struttura materiale del mondo e al modo in cui l’ambiente e i nostri corpi hanno raggiunto, per cause naturali, lo stato in cui li troviamo e che per giunta siamo disposti a trasmettere questo sapere a chiunque sia interessato ad assimilarlo, la visione del mondo scientifica, questo era il nostro timore, stava sfuggendo sempre di più dalle mani della divinità, assurgendo in tal modo a un mondo autocontenuto rispetto al quale Dio correva il pericolo di ridursi a un mero orpello.»

E poco più avanti:

«Molto spesso, quando si è all’onesta ricerca del sapere, bisogna adattarsi a dimorare per un tempo indefinito accanto all’ignoranza. La scienza autentica, piuttosto che tirare a indovinare per colmare una lacuna, preferisce rassegnarsi alla sua presenza e questo non tanto perché nutra scrupoli di coscienza riguardo al diffondere notizie false, quanto in considerazione del fatto che, per quanto scomoda possa essere quella lacuna, il fatto di colmarla con un’informazione posticcia ottunderà il bisogno di cercare una risposta difendibile. L’attenzione rischierebbe cosí di venire sviata in modo talmente efficiente che la risposta non verrebbe colta neppure quando, per pura fortuna, dovesse presentarsi spontaneamente a portata di mano.»

Schrödinger passa poi a elencare qualche punto debole della scienza che dà quindi spazio alla religione/filosofia per entrare nella scienza con l’ipotesi del finalismo:

«Né nella teoria dell’evoluzione né nel problema mente-materia la scienza è stata in grado di lumeggiare la concatenazione causale in un modo che potesse anche solo soddisfare i suoi più fervidi sostenitori. Di qui derivano le varie vis viva, l’élan vital, l’entelechia, l’olismo, le mutazioni ben guidate, la meccanica quantistica del libero arbitrio che sono entrate in campo nel corso degli anni.»

E continua:

«I conflitti che ne sono scaturiti nel passato sono fin troppo noti per richiedere ulteriori commenti da parte nostra. Inoltre non costituiscono più quello che ci interessa qui. Per quanto deplorevoli, essi manifestavano comunque un reciproco interesse. Gli scienziati, da un lato e i metafisici, sia quelli ufficiali sia quelli eruditi, dall’altro erano ancora consapevoli del fatto che i loro sforzi per riuscire a capire, dopo tutto, miravano al medesimo obiettivo – l’uomo e il suo mondo. Si avvertiva ancora la necessità di sgombrare il campo dalle opinioni più disparate. Tale bisogno non fu soddisfatto. La relativa tregua a cui assistiamo oggi, perlomeno tra le persone colte, è stata raggiunta non mettendo d’accordo l’uno con l’altro due tipi di punti di vista, quello rigorosamente scientifico e quello metafisico, bensí semmai in seguito alla loro decisione di ignorarsi a vicenda, manifestando poco meno di un reciproco disprezzo».

Ma Schrödinger non è contento della situazione:

«Ci si rammarica di vedere il genere umano teso a raggiungere la stessa meta lungo due diversi, ardui e tortuosi sentieri, invisibili l’uno dall’altro a causa dei paraocchi e delle muraglie di separazione interposti, salvo rari tentativi di congiungere tutte le forze e pervenire, se non a una piena comprensione della natura e della condizione umana, perlomeno al confortante riconoscimento dell’intrinseca unità della nostra ricerca».

Ed è qui che arriva il punto che interessa l’autore, quello che gli suggerisce una ragione per guardare al passato:

«C’è tuttavia la muraglia che separa i “due sentieri”, quello del cuore e quello della mera ragione. Guardiamo a ritroso lungo la muraglia: non potremmo abbatterla? È sempre stata lí? Mentre seguiamo con lo sguardo il suo tortuoso percorso su e giù per le colline e le vallate della storia, scorgiamo un paesaggio molto, molto remoto, lontano più di duemila anni, dove il muro si abbassa e scompare e il sentiero non si è ancora biforcato, bensí era ancora uno, uno soltanto. Cosí alcuni di noi ritengono che valga la pena di tornare indietro per andare a vedere che cosa si possa apprendere da quella seducente unità primigenia.»

Ecco dunque la ragione: a quei tempi il maledetto muro non c’era! I due sentieri erano uno che comprendeva tutta la visione del mondo. L’allievo poteva domandare al maestro insegnamenti sulla struttura della materia, sugli atomi, ma anche sulla metafisica, su Dio, sui fini dell’esistenza umana, sull’etica. Aristotele scrisse una Fisica e una Metafisica e così i “filosofi” dell’epoca erano allo stesso tempo e con le stesse logiche “scienziati”, distinzione allora inesistente, e tutto questo è stato ed è assai seducente per molti pensatori, non solo per Schrödinger, che, ricordiamolo, è stato uno dei grandissimi del Novecento, noto in quanto fisico soprattutto, naturalmente, ma attivo in molti contesti ad esempio nella biologia (la sua opera Che cos’è la vita fu per alcuni fondativa) e in generale nella riflessione filosofica, per esempio nel secondo degli scritti del volume della CUP che citavo all’inizio.
Egli peraltro si premura di citare pareri tra loro contrastanti su questa sua necessità di indagare il pensiero antico. Cita anzitutto il parere assai favorevole di Theodor Gomperz, illustre filosofo tedesco di fine Ottocento e autore di una massiccia storia della filosofia greca:

«È di importanza ancora maggiore rammentare un genere indiretto di applicazione o utilizzo che può essere considerato di grande importanza. Quasi tutta la nostra formazione intellettuale trae origine dai greci. Una conoscenza approfondita di queste origini è il prerequisito indispensabile per liberarci dalla loro soverchiante influenza. Ignorare il passato qui non è solo indesiderabile ma semplicemente impossibile. Non avrete bisogno di conoscere le dottrine e gli scritti dei grandi maestri dell’antichità, di Platone e di Aristotele, non avrete bisogno di aver mai sentito i loro nomi, ciò nondimeno subite il fascino della loro autorità. Non solo la loro influenza ci è stata trasmessa da coloro che li hanno recepiti in tempi antichi e moderni; tutto il nostro pensiero, le categorie logiche entro le quali esso si muove, i moduli linguistici che esso impiega (venendone quindi dominato) – tutto questo è in misura non esigua e anzi sostanziale un prodotto dei pensatori dell’antichità. Dobbiamo in effetti indagare su questo processo di divenire, in tutta la sua integrità, per evitare l’errore di scambiare per primitivo ciò che è il risultato della crescita e dello sviluppo e di ritenere naturale ciò che è di fatto artificiale.»

ma cita anche il parere un po’ sprezzante di Ernst Mach, tra i più importanti fisici, sempre di fine Ottocento:

«La nostra cultura ha gradualmente acquistato una totale indipendenza, innalzandosi ben al di sopra di quella dell’antichità. Sta seguendo una tendenza interamente nuova. Essa si impernia sulla delucidazione matematica e scientifica. Le tracce delle idee antiche, che ancora permangono nella filosofia, nella giurisprudenza, nell’arte e nella scienza, costituiscono impedimenti anziché valori e giungeranno a essere insostenibili a lungo andare, a fronte degli sviluppi delle nostre vedute.»

Nei successivi capitoli Schrödinger passa in rassegna, con notevole acutezza e anche competenza storica, una serie di pensatori della grecità, dai Pitagorici a quello che lui chiama l’Illuminismo Ionico, da Eraclito a Senofane e via dicendo. Certo non tutti questi erano dello stesso parere, tutt’altro, opinioni molto diverse li caratterizzavano, ma tutti potevano parlare di tutto il sapere sul mondo e sulla sua costituzione. Questo è quello che affascinava Schrödinger e che lo spingeva a studiare pensatori così remoti nel tempo.
Qui io mi fermo perché questo era il punto di vista (che ovviamente interamente condivido) che mi interessava illustrare. Chi volesse leggere i capitoli successivi al primo deve cercare il libro in qualche biblioteca o procurarsi l’edizione originale inglese o la traduzione francese che pure è disponibile.

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2 Commenti

  1. Prego cortesemente di verificare le informazioni fornite, si faccia riferimento a “L’immagine del mondo”, E. Schrodinger, 1963 Boringhieri. (traduzione di Adolfo Verson)

  2. un mio assai accurato lettore mi fa notare che, contrariamente a quanto dico all’inizio del post, lo scritto “Nature and the Greeks” è stato anche tradotto (da Adolfo Verson) per Bollati Boringhieri nel volume “L’immagine del mondo”, che raccoglie scritti di Schrödinger dal 1929 al 1958, edito per la prima volta nel 1963 e ristampato anche di recente (2017). Mi scuso naturalmente della svista causata ovviamente dalla mancata indicazione della cosa nel titolo del volume.

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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