Demi-sommeil

Sharon Vanoli

 

Quale intuizione mi aspetto, per liberare che cosa?
Sylvia Plath – Diari

Hai detto che avresti provato di nuovo. Non serve aspettare la notte. Guarda, l’infermiera ha abbandonato il Signor Vito un’altra volta in mezzo al corridoio. Puoi vedere la punta dei suoi piedi, da qui. L’alluce che spunta da un lato del lenzuolo, ricoperto di peluria candida. Le mani – ah, le mani – non le vedi: saranno raccolte sopra la pancia. Se sollevassi il busto e ti sporgessi un po’, forse, riusciresti a vedere anche quelle. Ma stesa ti senti meglio. È questa la posizione giusta. Allora comincia, riprendi da dove ti eri interrotta. L’infermiera ha affidato Vito a un’altra infermiera. Senti le ruote del letto volante che lo portano via. Ora la prima sta per entrare a salutarti. “Hai preso le medicine? Hai dormito bene?”, chiederà. “Sì, sì”, risponderai. “Sicura?”, ribatterà. Non vuole credere che prendi sempre le medicine – ma ti piacciono, ti fanno bene. E che dormi fin troppo – come potresti spiegarglielo? Non potresti spiegare che è proprio questo il problema. Eccola, sta entrando. Sorride. Sistema il comodino del letto accanto al tuo, vuoto. Hai proprio voglia di ricordarglielo.
“Un quadro starebbe molto bene, sulla parete.”
“Ancora con questo quadro!”
Sorride. Non può essere aggressiva con te e lo sa.
“Più tardi passerà il medico”, aggiunge.
Bene. Il medico ti piace. È sobrio, ma sa prenderti in giro. Non si compiace mai: allora ti concedi di farlo tu. Ti piace proprio farti ascoltare, e poi starlo a sentire – concentrata – e poi esclamare: “Insomma, secondo lei, entrare in un quadro: si può?”
A lui hai raccontato tutta la storia dall’inizio. Gli hai parlato di Klee, del regno intermedio, di Kandinsky, del regno della luce. Delle creature fantastiche fluttuanti sopra la tela blu scuro, delle linee e delle forme dorate. Gli hai spiegato che devi proprio andare lì. Però non gli hai detto che hai trovato la chiave, forse, che hai trovato la via d’entrata.
Te lo ricordi bene. Era settimana scorsa: stavi per dormire, qui non puoi fare molto altro. Ma non riuscivi a dormire perché il corpo non può sempre dormire. Allora sei rimasta sospesa – appesa tra la veglia e il sonno. Sai bene che in quello spazio si muovono figure più stravaganti che nei sogni. E sai bene che a volte, per qualche secondo, senti come delle voci. Di queste ultime non ti sei mai preoccupata – l’hai detto anche al medico. Non te ne curi perché lo dice pure un romanzo: «Questo fenomeno delle voci è abbastanza comune, e a volte lo sperimentano anche i sani, più di frequente sul punto d’addormentarsi e dopo una giornata di fatica». Hai riferito la citazione al medico.
“A te succede solo sul punto di addormentarti?”, aveva chiesto.
“Solo sul punto di addormentarmi.”
“E cosa dicono queste voci?”
“Non si capisce. Una ride. È spaventosa. È sempre lei a farmi tornare indietro.”
“Indietro da dove?”
“Dal dormiveglia.”
Il medico aveva picchiettato le dita sul bordo della sedia.
“Non vuole farti dormire, insomma. Ascoltala, forse ha qualcosa da dirti.”
È stato lì che hai capito. Forse. Hai aspettato che il medico lasciasse la stanza. Prima di uscire ti picchietta sempre un ginocchio con le nocche. Tu immagini che a farlo sia il Signor Vito. Quando il medico ha lasciato la stanza, hai chiuso gli occhi, di nuovo. Ti sei fatta trasportare dai pensieri – sempre più tenui – fino alla soglia. Hai visto le figure stravaganti, hai sentito le voci. Sei caduta a tua insaputa in un sonno bianchissimo senza sogni. Da quando sei qui, sogni poco. Le medicine servono anche a questo. Eppure avevi spiegato che l’insonnia non era un problema. Dormire non ti è mai piaciuto – l’hai detto anche al medico.
Restare in equilibrio sulla soglia non è facile. O si torna indietro, o si cade nel sonno. Ma a te interessa esplorare la soglia. Hai avuto questa intuizione. Le parole del medico: “Ascoltala, forse ha qualcosa da dirti”. È stato lì che hai intuito. Non ha niente da dirti, quella voce: ti sta solo chiamando. Le figure – è chiaro – appartengono al mondo dei quadri. Perché quella voce debba ridere, non lo sai: è felice, forse, un po’ sfacciata. Come ogni mondo, anche quello avrà i suoi arroganti, i suoi cattivi. Devi soltanto trovare il modo di indugiare sulla soglia. Giusto il tempo di caderci dentro, o di farti catturare. Forse la voce che ride è il guardiano, o il maggiordomo. Ti sta aspettando, riprendi da dove ti eri interrotta. L’infermiera sta tornando. Lo capisci dal passo trascinato delle sue pantofole – è diverso da quello di tutti gli altri. Ha abbandonato il Signor Vito in corridoio, di nuovo, fuori dalla tua porta. Questa volta intravedi una mano, sul bordo del letto volante. Il Signor Vito la muove su e giù, lentamente, picchietta il bordo del letto volante. Ti senti vibrare – un fremito in fondo alla pancia. Riesci proprio a immaginarle sulla pelle – le sue mani – quando erano ancora giovani, più forti. Non che vecchie, con la peluria bianca, non vadano bene – anche così sono sensuali. Però il Signor Vito deve fare tali sforzi per muoverle – lo vedi bene. Non ne hai mai viste di più belle – l’hai detto anche al medico. Avete parlato dei tuoi feticismi sessuali.
“Lo sguardo e le mani”, avevi detto.
“Tutto qui?”, aveva commentato.
È già troppo, avevi pensato, di mani e di occhi se ne vedono a centinaia, ogni giorno, non c’è pace.
L’infermiera sta posizionando il letto volante del Signor Vito ben stretto al muro, per non intralciare il corridoio. Senti le ruote che stridono contro il muro. L’infermiera lancia un occhio nella tua stanza. Ti guarda, sorride. Tira il letto volante del Signor Vito un po’ più indietro, per non intralciare l’ingresso della porta adiacente alla tua. Allora riesci a vedere il suo viso. Non capita spesso. Ti senti vibrare – un fremito in mezzo ai polmoni. Ha gli occhi chiusi, forse dorme. Picchietta il bordo del letto volante, allora non dorme. Socchiude gli occhi. Allora puoi vederla: la pupilla ovattata nel torpore del sonno – del dormiveglia? Forse il Signor Vito è già là, forse ti sta aspettando insieme alle voci. Non l’hai mai sentito parlare. È chiaro: la sua voce è già nell’altro mondo. Forse è lui che ride. L’infermiera entra nella tua stanza, di nuovo. Ti guarda, sorride. Dice che ti trova pallida, fa un sorriso inquieto compiaciuto. Chissà come starebbe, lei, nel regno intermedio. Oh, senz’altro male. Lei è fatta per vivere in questo mondo. Ma ci sono posti migliori. Hai avuto questa intuizione. L’infermiera sta per uscire dalla stanza, porta pazienza. Inizia a farlo nella mente: chiudere gli occhi, scivolare verso la soglia. Hai una gran paura di non farcela. Di tornare indietro, o di cadere nel sonno. Non aver paura, non sei più una bambina, forse esistono altre chiavi, altre vie d’entrata. L’infermiera scuote via un insetto dalla tenda verde acqua. “Preferisci la luce o il buio?”, chiede. “Fa’ lo stesso”, rispondi. Cambi idea: il buio non ti è mai piaciuto – l’hai detto anche al medico. L’infermiera se n’è andata. Senti le ruote del letto volante che portano via il Signor Vito. A presto, pensi. Chiudi gli occhi. C’è troppo buio nella stanza – non ti è mai piaciuto. Arrangiati da sola, bambina, non hai perso le gambe. Provi a sollevare il busto. Fai fatica. “Sei un po’ pallida”, ha detto l’infermiera. Non avrebbe dovuto impedirti di camminare almeno un’ora, tutti i giorni, tra i corridoi – l’hai detto anche al medico. Pazienza. Il regno intermedio è senz’altro buio – raggiungerai prima quello. Penserai dopo al regno della luce, a come «trovare rifugio, alla fine, nella vita immobile delle linee e delle forme». Non hai riferito la citazione al medico – peccato. Chiudi gli occhi, rassegnata al buio. Non sai dire quando hai perso il controllo dei muscoli. Senti come il tuo corpo è vuoto, lontano. O forse sei tu, lontana. Senti come la voce è lontana. Non è più qui. Non siete più qui – tu e la voce. Avete lasciato il corpo, o lui ha lasciato voi – ha ceduto al sonno, o alla morte, o alla vita in questo mondo. Ci sono posti migliori. Hai avuto questa intuizione. Senti come parli a te stessa da fuori – una parte è già altrove. Senti come le palpebre fremono di fronte a questo buio nuovo. Senti come il corpo ti saluta, come piange, non vuole farti andare. Fagli “ciao” con la mano. Sei già partita.

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