La stanza

di Isidora Tesic 

 

Avere un corpo e non sapere come portarlo. Averlo appena, usarlo come mantice. Come gregario, per rompere l’aria. Per il beneficio di chi lo segue – fosse anche l’anima. Il ragazzo ha pensato spesso di avere un’anima esterna, che lo segue arrancando.
È sdraiato nella sua stanza e il corpo, in questo istante, è qualcosa di simile a un rudimento di esistenza. Non dorme. La stanza è una cellula di sopravvivenza e lui la abita ormai da sei anni. Fuori, il mondo ha le sue manie di disintegrazione e disinnesco.
Il ragazzo sa di essere una specie a rischio e da tutto questo si protegge come riesce. Solo che alla natura che lo vorrebbe meno fedele, più incline a cambiare pelle, si ritrova con nulla da offrire.
Il sole deve sorgere alle sei e cinquantasei. Il ragazzo si alza e attraversa la stanza. La finestra è socchiusa e, guardando fuori, si vede solo la strada, poco illuminata e deserta. Le specie fuori della cellula sopravvivono come riescono: apparentemente bene e meglio di quanto abbia mai fatto lui. Infatti non c’è nessun altro a scrutare nulla da una finestra alle tre del mattino.  

“Esercizio di sepoltura” l’ha definito sua madre, esasperata. Nonostante la stanza sia qualcosa meno di una tomba. Più simile, in realtà, a un ecosistema artificiale, a favore di una sola specie protetta. Nulla lo giustifica e lo sa.
Nella distribuzione delle cose, gli atomi sono stati generosi con lui, come la Storia, la geografia, l’anamnesi familiare. E allora, da dove?
Non che non abbia provato a parlarne. Attraverso la porta, i 15 pollici, i 5 pollici, il telefono, con i consulenti, per dar pace alla desolazione del nucleo familiare, per l’imbarazzo della diserzione, per il corpo a suo agio negli spazi aperti e l’anima agorafobica.  

Ma la vita è cacciatrice e lui preda. Non sarebbe scappato, non avrebbe combattuto. Il sacrificio lo ha contemplato.
Se, per ipotesi, la preda avesse deciso di fermarsi e stare ai margini della sua natura, gli istinti predatori sarebbero venuti meno. Avrebbe chiesto perdono al suo predatore per non voler contribuire al gioco eterno della vita e, illesa, sarebbe rimasta a guardare la corsa di qualcun altro. Illesa e senza natura.
Su questa ipotesi aveva costruito i suoi ultimi sei anni. E nella cellula era entrato al modo del monaco o del prigioniero. E cioè senza più uscire. Le cose riuscivano a esistere e ferirsi ed estinguersi nonostante lui. Il loro andamento naturale non si compromette, se uno, o meglio lui, aggiorna il suo status sociale a: mancante.
Il giorno che aveva sentito sua madre cercare di aprire per la ventesima volta, frenetica, la porta che lui aveva chiuso a chiave, suo padre aveva mormorato a bassa voce che forse era il caso di chiamare qualcuno. Il ragazzo si era sentito in colpa di essere richiuso in qualche modo al sicuro. Questo non aveva convinto nulla in lui a cessare quella che tutti avevano smesso di chiamare “sciocchezza” e avevano cominciato a battezzare “problema”. Nei successivi cinque mesi avrebbero cominciato a chiamarla “patologia”.
Alla settantanovesima discussione tra i suoi genitori, la voce di sua madre si era chiesta ossessivamente come avesse potuto non rendersene conto. I suoi ventuno anni e centoquattordici giorni erano stati analizzati, per trovare avvisaglie, presagi, ma non c’era stato nulla di rilevante. Lei piangeva spesso, in quei mesi.
Lo aveva implorato di uscire. Il ragazzo, attraverso la porta, aveva cercato di consolarla. E di spiegare, con la sua trentaseiesima seduta, che, pur non essendoci nulla che lo giustificasse, tutto era autentico.
L’anno era riuscito a passare senza sfiorarlo. Almeno lui. I suoi genitori l’avevano passato come fantasmi, convinti che al di là della porta non avessero più un figlio, ma un estraneo, che avevano creato loro. Avevano quasi rischiato di separarsi.
Dei trecentosessantacinque giorni dell’anno successivo più della metà l’aveva passata nel mondo virtuale, dove avere un corpo e condurlo non era un requisito indispensabile. Non aveva portato a nessuna risoluzione, perché non era il corpo l’origine di tutto. E l’anno dopo aveva evitato derive iperconnesse.  

La sveglia ora segna le cinque. Il ragazzo scuote la testa con repulsione. Sta camminando lungo la stanza ormai da un’ora. La riesamina del passato è un metodo come un altro di devastazione. Nel suo caso, particolarmente efficace.
Sulla porta ha appeso uno specchio. Cornice antica, legno di noce. Ogni volta che si avvicina alla porta, si vede: “Tu, uscire…?”. Un altro ottimo meccanismo dissuasivo.
La vita al di là della porta, dopo il trauma, si è aggiustata a proseguire con buona pace di tutti i coinvolti. I suoi si sono abituati ad avere una voce al posto di un corpo e gli equilibri familiari hanno finito per ristabilirsi. A dispetto dell’entropia e della corsa al caos, nessuno può sopravvivere senza la parvenza di una stabilità.  

Alle sei di oggi il ragazzo ormai ha finito di enumerare per la ottocentosettantacinquesima volta tutti gli eventi. È in attesa di qualcosa. Furioso, alza le mani e colpisce la parete di fronte alla quale si è fermato. Nonostante il tempo sia clemente, benché il corpo sia stato obbediente, a dispetto della vita e del circondario che gli hanno permesso la resa, senza punirlo ulteriormente, il ragazzo è ancora una preda. E allora, è davvero dove è posta la trappola, quello che conta?
La stanza è solo una stanza e lui un ragazzo, con una famiglia disfunzionale, e cioè a norma di secolo, e una vita irrigidita di terrore o qualcosa di simile, in questo sanguinosissimo mondo – e anche questo, in qualche modo, capita che sia a norma di secolo.
Scivola a terra, con la schiena contro il muro, coprendo il viso con le mani. Galassie, costellazioni e un vuoto pneumatico dietro le palpebre. Il pianeta terra assolutamente indistinguibile da altri punti sparsi tra le dita. Gli sembra di vedere tutto dall’alto, da una capsula sganciata nel buio, come probabilmente vede le cose dio, sempre che esista – e cioè senza alcuna possibilità d’intervento.
Eppure dalla finestra filtra un’aria fredda e via via più luminosa e lui respira sempre più a fondo, sempre più veloce, che il sole sta per sorgere.
Così timida la sua vita finora, con i suoi movimenti in ritardo e la prescrizione connaturata e i sei anni senza uscire – tutto forse per arrivare alla scoperta che non si può vivere alla maniera delle formiche, ma alla maniera delle stelle. Che ogni cosa vive, persino lui che ha provato a non farlo. Sì, tutto per giungere finalmente alla terrificante sapienza di resistere indifesi di fronte al predatore e tuttavia senza sgomento. 

Le sette, la sveglia comincia a suonare, il ragazzo si riscuote e si dirige verso l’armadio. Apre le ante, prende l’abito, lo posa sul letto, in bagno si sciacqua il volto. Torna nella stanza e comincia il rituale di vestizione, tutto in lui si muove come fosse la prima volta. S’infila i pantaloni, indossa la camicia, la giacca, le scarpe. Per ultimo stringe il nodo della cravatta.
Lo specchio dalla porta emana una luce. Certo, è il riflesso del sole. Ma il ragazzo lo guarda e quello che vede è il bagliore di una stella morta. Dell’esodo di una stella resta la propagazione di una luce, se qualcuno la osserva dal terzo pianeta del sistema solare, un miscuglio di particelle elementari che la segnalano. Qui-c’era-una-stella – un alfabeto morse cosmico. L’assicurazione che niente, nessuno può essere dimenticato.  

L’ultimo gesto prima di lasciare la stanza il ragazzo lo usa per coprire lo specchio.
“Esco” comunica, entrando in cucina. Alla madre, seduta al tavolo, sfugge un grido. “Tuo padre è a lavoro” riesce a dire soltanto, il ragazzo le sfiora appena la spalla e la donna sussulta. È più vecchia e meno gentile di quello che era. Le dà un bacio sul capo, leggero, lo stesso gesto ma a parti invertite, perché si diventa genitori dei propri con il passare del tempo. Sulla porta aggiunge: “Non ti preoccupare, torno presto”.  

Alle 10.30 di oggi il ragazzo è seduto tra i banchi. Una folla. Molti stanno in piedi. La funzione è sobria, discreta. Sul globo ci sono modi diversi di venire a patti con le perdite.
Era giovane. Lo conosceva – ricorda bene il suo viso. Erano a un grado di prossimità, non abbastanza da essere amici. Sono nati nello stesso giorno. Il ragazzo l’ha saputo ieri sera: lui è morto senza preavviso, nella sua stanza.

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016). Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato ad esposizioni collettive. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Aree di interesse: psicologia, sociologia, arti visuali, filosofia - e in generale tutto ciò che concerne tematiche riguardanti l'esistenza. Preferenza per forme di scrittura sperimentali (in poesia e prosa) 

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  1 comment for “La stanza

  1. Salvatore
    13 Novembre 2020 at 10:04

    Bellissimo. Ti riflettere sul grande mistero dell’esistere e della solitudine. Tutti siamo chiusi in una stanza e abbiamo paura di uscire e di farci conoscere. Ci sono segreti nel nostro profondo, che abbiamo paura di confessare anche a noi stessi.

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