Cinque poesie di Antonio Bux tratte da “La diga ombra” (Nottetempo, 2020) – nota introduttiva di Giuseppe Munforte

Ogni poesia ci pone la domanda di cosa sia la poesia. Arriva di fronte ai nostri occhi come un oggetto misterioso. Ci turba. Porta la vita come una bufera nel linguaggio, e fa del linguaggio bufera.

Da dove arrivano quelle parole? Cosa le ha generate? I poeti lo sanno, anche se non potrebbero darne conto fino in fondo. È la dimensione sorgiva della poesia, quella che solo il poeta abita, sognando le parole: uno stato vitale, prelinguistico, non più corpo e non ancora spirito. Benjamin ha scritto che il poeta sta “tra la notte e la vita variopinta”. In questo territorio di confine, liminare, il linguaggio non è ancora avvenuto ma è già presente nell’intenzione del poeta. Il poeta è qui senza parola, non ha opera, e allo stesso tempo ha l’intera opera presente a sé: è gravido non del testo che verrà ma del proprio destino. Per egoismo potrebbe tacere, se a quel destino non corrispondesse la necessità di sacrificarsi alla parola. Quel destino si compie solo acconsentendo alla scrittura, “ora guardando al fondo di se stesso, ora con coraggio noi, su verso la luce” come dice Benjamin; dando forma a quello che viene, da sopra o sotto, a sognare gli esseri, nei versi di Bux.

La vocazione di Bux alla poesia, il suo essere poeta, che è accadimento raro, inspiegabile, si potrebbe dire miracoloso per quanto il poeta travalica il controllo e vivifica la dimensione più controllata dell’umano, il linguaggio – questo accadimento nel caso di Bux mi è stato da subito evidente dalle prime poesie sue che abbia letto, e questa silloge ne è l’ulteriore conferma.

Giuseppe Munforte

***

Antonio Bux da “La diga ombra” (Nottetempo, 2020)

Giorni d’acqua, simili a dèi…
Ma cosa viene, da sopra o sotto,
a sognare gli esseri
e poi farli umani, bestie da pascolo,
vivono davvero il loro tempo?

Sembra sia uno specchio
girato contrario, eppure vedono
la forma di sparire
e anche la forma visibile,
con gli stessi occhi che si muta

ogni giorno e non ha fine
ma per poco, la fine che poi diventa
l’inizio di un nuovo giorno
quando dèi piovono, e sono gocce

aperte al corpo di essere umani;
ma è un pianto, a ciel sereno,
tendere lo sguardo come fosse nuvola
per guardare gli altri, farli animali,
o essere del vento come un canto.

Anni perché fate fiume,
dove e quanto il sogno dura,
se per durare si deve sparire d’acqua
evaporando un solo tempo
perché nel tempo si muore?

(Voci di dèi, una nuvola sopra le teste
disegna le voci tutte le idee
e i corpi quando si amano
cosí i giorni, i profili già ombra
le vite come ombre equidistanti).

***

Perché dire un suono. Una figura
non muta al suo risveglio, germina
lontano il geroglifico se parla,
ed è la stessa lingua di vedere
a malapena, sbirciando un prato
l’ombra dove la parola chiama.
Ma un prato, qui, perché dirlo?
Avvolto come in sogno, aprirebbe
al chiaroscuro di ciò che sotto
tende, saprebbe mostrare all’uomo
la curva senza unire, cielo e terra
e una parola così, già sparita.
Perché venire al mondo, allora,
perché parlare e non veder la traccia?
Esseri segreti di un mistero nuovo
avete fatto del tempo suono
senza più parole, dove un uomo ama
anche il suo silenzio; ma dirlo, qui,
a voce strana, sembrerebbe
poco anche per sentire, perché esistere
è la stessa cosa, figura muta umana
il prato continuerebbe a dire.

***

Vivono di un solo amore gli alberi.
Affratellati, in nome di un dio cenere
bruciano per risorgere in un filtro d’aria,
così cambiano l’atmosfera, al sogno,
fanno delle teste in cielo e poi il velo
dell’oscuro che noi siamo.
Ma parte di un ossigeno o del veleno
li fa un giro più del mondo quando l’occhio
tenuto zitto interno al verde preme.
Terra che li fortifica soltanto per dolore
ma per dolore ce li avvicina
e fa sembrare puro il loro sonno.

E se proteggono senza cellule la sfera
che in vita gira a perdifiato e ci coltiva
non cadranno nel rovescio, una sola fiamma
di tempo per noi comunemente accesi
il rogo disunito finirebbe.
Ma tagliati, la notte che li assorbe,
nel sogno come sono di parole e buche
un tuffo dall’ombra li allontana
e sembrano perduti tra le foglie ma vivi
senza esistere perché si pianteranno a spora
nel sole da qui anni luce.

Oltretomba di ogni uomo quel seme
d’albero tramonta la sua specie
forse per assurdo sentendosi già umano
ferendo un po’ d’azzurro il clima, le pressioni
autunnali di una vita, parte di ciò che viene.
Ma con amore questa ferita torna
sopra i campi svolge di nero un’abetaia
che pare di essere uniti, spogli
nel tronco ad appassire, e col fiore vano.
Mantra avvolto dentro la culla il legno duro
chiude l’ombelico ma apre l’estinzione.

E a cosa serve dio, se tagliando
in due l’albero sono io?
A cosa serve un io se per chiome
lucenti anni si perdono tra arie, nuove,
e chi non è rimane, e trasparente poi vedrà
lo spazio, il tempo, la sua sparizione?
Mani se corrugano, per il triste
destino che è un dono, simile a radice
sopravvivendo, questo segreto
ciò che gli alberi proteggono, sanno
che di una pasta informe
è benedetta l’energia, e senza meta.

***

A volte un viale è guardare le case
dove non ci sono ma vive come il sempre
anche se un velo nero le abita sono grandi
calme quasi d’aria respirano di un muro
il muro a prato di nuvole, pensieri che uno
può stare in una stanza dormendo
e vedere lo stesso il sole come non contamina
i volti ancora accesi che vorrebbero volare
sopra i volti delle case abbandonate.

Ma sono solo vento, e di un sereno grande
come una casa di fantasmi appena nati
che a volte è così bello perdersi per strada
coi fiori a capofitto più vicini da voler entrare
in noi simili a case appese ad uno spazio
che lo spazio è un viale, scompare se si guarda
fintanto che ci siamo e fa due ali il vento
sebbene in un’ombra vi è l’ombra del sogno
noi viviamo fermi dentro, con le radici in cielo.

***

Tu che speri un’anima si risvegli
dal lato umano, a tarda ora,
quando sei sola nel mio volto
e l’ora è buia ma ti rischiara,
non è l’anima di chi siamo.

L’anima che si vuole sperare
farsi nulla, avanti come un corpo,
non è l’anima del reale,
se per immaginarsi a specchio
riflette solo male
il volto buono, già svanito.

Così tu ami questo involucro
tradito di ogni giorno,
e la carne che ti piace, o il bacio
vivo nel sonno, che vorrei sereno.

Ma non è che un ricordo
su chi saremo, quando due anime
per fondersi dovranno amare
il sogno andato, d’essere due di uno.

Questo dell’anima si ama,
il suo canto morto, se è vero
che un raggio cavo fa del corpo
chiara la solitudine, forse ameremo
o in quella saremo amati

per chiara immagine che si è
già stati soli, con le furie al collo,
non moriremo amando, l’immagine
nostra mutata se ci amerà
sarà per non sparire.

Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato, tra l’altro, Trilogia dello zero (Marco Saya 2012; finalista premio Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (SEF 2015; premio Alinari), Naturario (Di Felice 2016; finalista premio Viareggio), Sativi (Marco Saya 2017; selezione premio Città di Como) Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018; premio Alfonso Malinconico), Terza persona interiore (Transeuropa 2019), e il recente La diga ombra (Nottetempo 2020). In spagnolo ha pubblicato 23 – fragmentos de alguien (Ediciones Ruinas Circulares 2014), El hombre comido (Añosluz Editora 2016), Saga familiar de un lobo estepario (Editorial Juglar 2018) e in vernacolo foggiano la silloge Lattèssanghe (Le Mezzelane 2018; selezione premio Città di Ischitella – Pietro Giannone). Nel 2014 gli è stato conferito il premio Iris di Firenze. Ha fondato e dirige il blog Disgrafie e alcune collane per Marco Saya Edizioni e per l’editrice RPlibri.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).