La quadrilogia della fine di internet: il ritorno alla Fonte come superamento del collasso della techne

di Sonia Caporossi

Canteremo la resurrezione dell’anima consumata nella tecnologia. La notte, il sogno, la visione e la connessione. E tutto ciò che sublima le nostre anime a un ordine superiore di conoscenza.
(Manifesto del Connettivismo)

Con la sua trilogia o, per meglio dire, quadrilogia della fine di internet, composta dai romanzi Sentieri di notte (2012), lo spin-off Partita di anime (2014), La casa degli anonimi (2014) e L’ultimo angolo di mondo finito (2017), nella presente riedizione unificata da Galaad Edizioni dal titolo Internet. Cronache della fine, lo scrittore connettivista Giovanni Agnoloni dimostra di possedere saldamente l’imprinting della fantascienza filosofica alla Stanisław Lem e di voler realizzare, in un intreccio complesso popolato da personaggi e luoghi saldamente interconnessi, un percorso narrativo d’autore che travalichi il mero impianto della letteratura di genere, nella forma di un’epopea fantascientifico-filosofica coesa intorno all’argomento transumanista del destino post-tecnologico dell’essere umano.
Agnoloni disegna un’architettura distopica autogenerantesi sul crinale della dicotomia esistente tra la dimensione virtuale e quella iperreale: la prima dimensione narrativa riguarda infatti internet come sistema di connessione e di controllo invasivo e pervasivo che costringe gli individui all’adesione coatta e acritica a un Sistema prefigurato, atto a plasmare le coscienze; la seconda, invece, riguarda gli elementi patentemente panoptici di cui l’autore cosparge le proprie pagine come presenze inquietanti e misteriose: in particolar modo, ologrammi e droni, a loro volta sistemi di controllo sociale sui generis, di cui si dirà tra poco. Le due dimensioni del controllo psicosociale, quella virtuale e quella iperreale, riempiono le pagine della quadrilogia di una tensione tutta interna al collasso nichilista verso il nulla che si respira come incombente a livello mondiale, il cui rischio sembra essere il tema principale (nonché la morale, in senso classico) dell’opera vista nel suo insieme.
Importanti da fissare, in questo senso, sono una serie di percorsi strutturali interni all’opus maius, che detengono il valore conclamato di veri e propri correlativi oggettivi simbolicamente funzionali al narrato. Prima fra tutti, la mappatura dei luoghi e delle città d’ambientazione, in quanto lo spaziotempo (come si capisce andando avanti con la lettura dei romanzi) viene concepito nel suo insieme olonomico, senza fratture o soluzioni di continuità, nell’unità fondante del Cronotopo che funge da fondale narrativo al destino finale della coscienza dell’Umanità in consesso. L’ambientazione è pervasa da una profonda sensazione di straniamento, giacché il mondo viene colto nella fase caotica successiva al collasso tecnologico e deve pian piano, nel corso della narrazione, tornare a una sorta di ordine originario. Per questo le città descritte hanno da principio un che di poco rassicurante.
In Sentieri di notte, ad esempio, una Cracovia divorata dalle nebbie ologrammatiche impazzite ricorda visivamente l’angoscia misteriosa evocata dal film The Mist (2007) di Frank Darabont. Oscuro e inquietante, a sua volta, è il tratteggio descrittivo di Berlino, città sede della Macros, la multinazionale che per controllare il mondo ha fuso le reti europee lasciando il continente nel buio di un lungo black-out che procura a sua volta il collasso di internet. Parimenti evocativi e simbolici sono il lago di Lucerna, dove Luther, l’androide destinato a un odissiaco viaggio di “ritorno”, si risveglia; e poi Stoccolma, da dove parte Kristine Klemens per ricongiungersi al suo compagno Piotr Woźniak, un funzionario ribelle della Macros, colui che, da Berlino, cerca di organizzare la resistenza contro il neosistema di controllo che si è nel frattempo instaurato. Molti altri sono i toponimi cosparsi nella narrazione trasversale di quella che è una vera e propria saga protesa verso il ritorno alla Fonte come antico e primigenio luogo in cui ricongiungersi con l’Essere, in un richiamo evidente alla filosofia di Heidegger e al tema del recupero della genuinità dell’esistenza di contro all’avvilente prevalere di una techne che ha spersonalizzato le identità individuali, rendendole scisse da se stesse e dai propri desideri.
In effetti, nei romanzi di Agnoloni, i luoghi hanno sempre un valore ulteriore rispetto alla semplice ambientazione di sfondo: rappresentano piuttosto, nell’economia della trama, un sistematico appiglio visivo allo scandaglio dell’anima, come fossero specchi emozionali rivolti al riflesso della duplicità (non sempre necessariamente antitetica) del reale/naturale e del virtuale/iperreale, in cui i personaggi si aggirano folgorati dalla presa di coscienza di ciò che di coercitivo li circonda e dal desiderio di ritrovare il filo logico del mondo e, quindi, il flusso interno più naturale di se stessi. È ad esempio sullo sfondo di un’Amsterdam irrigata dai propri canali (il Keizersgracht, il Prinsengracht e l’Herengracht che scorrono paralleli come le trame dei due racconti che compongono Partita di Anime) che Vlaminck, il giornalista investigatore il quale indaga sulla morte di un assicuratore italiano, pronuncia una delle frasi (in forma di domanda) più rivelatorie dell’intera saga: «Davvero i fatti hanno un potere tanto forte sugli ambienti?» (Partita di anime, p. 167). Si comprende bene, dalla suggestione emanata da questo pregnante interrogativo, come le modificazioni della realtà avvengano sulla realtà stessa, le passino attraverso penetrandola fin nel profondo, in un atto metapercettivo che rende la visione un’istanza rivoluzionaria di riacquisizione della propria dimensione interiore, compiutamente lucida e ricomposta: «aveva l’impressione di osservare il mondo attraverso una lente, che gli permetteva di scendere fin dentro la radice delle cose» (Partita di anime, p. 171). La realtà si fa scandaglio di se stessa, sembra dire l’autore, nell’istante esatto in cui l’essere umano si rende conto di farne parte non come io contrapposto a un non-io, bensì come elemento olistico di un kosmos organico e armonico, senza screzi né fratture, perfectum in quanto illuminato da una coscienza connettiva superiore: la quadrilogia, in effetti, si dirige progressivamente verso un vero e proprio risveglio dell’anima del mondo che è l’anima di tutti, l’anima del tutto.
Uno dei microtemi che cospargono il fondale sommerso dell’intera opera è, quindi, il topos dell’anima lacerata, o della frammentazione dell’anima come elemento di straniamento (seguendo le tracce dell’archetipo del doppelgänger e dello sdoppiamento identitario): in effetti, questo microtema si allaccia al macrotema portante dell’intera quadrilogia, che è quello dell’interconnessione esoterico-cosmica dello spirito con il tutto che lo circonda, dentro e fuori del sé, nella ricerca di un ponte di comunicazione con chi è già al di là del confine.
Con la fine della Rete, le persone sembrano quasi voler recuperare la propria umanità perduta. Ma questa intenzione cozza inevitabilmente con lo strattone che il Sistema assesta alla psiche degli individui, messo in atto tramite un capillare meccanismo di controllo che sostituisce il precedente, ancor più subdolo perché si pone apparentemente a protezione della popolazione stessa. Questa tensione sociale reattiva interna genera il sistema degli ologrammi in Europa e dei droni negli USA: evidenti strumenti di controllo della popolazione, i quali sembrano significare che dal Sistema, nonostante i tentativi di fuga, non si può evadere. Gli ologrammi, in particolare, sono cloni intelligenti privi di materia che influenzano la condotta quotidiana delle persone. Inevitabile constatare, perciò, che «la fine di internet», nella chiave del racconto, «non era servita a nulla. La gente» preferisce, in qualche modo, «essere schiava» (L’ultimo angolo di mondo finito, p. 418).
Eppure, a dipanare il senso della trama ci vengono incontro le ragioni logiche sottese al racconto stesso. Vige infatti un vero e proprio cortocircuito logico all’interno della narrazione, in quanto il blackout di internet è un vero e proprio golpe, un colpo di Stato che il Sistema, in qualche modo, compie su se stesso! Come in un panopticon al contrario, in cui il carceriere crede di poter controllare i detenuti da ogni angolazione possibile senza essere visto essendo in realtà egli stesso uno degli osservati, la reazione a questo sistema di controllo in seconda genera a sua volta ribellione: il carceriere è contemporaneamente guardiano degli altri e di se stesso, come nel più classico “discorso della servitù volontaria” (la citazione da Étienne de La Boétie non sembri peregrina). I ribelli, allora, rappresentano la vera crepa in seno al Sistema, l’anello spezzato della catena, come programmi impazziti di una Matrice gibsoniana ormai obsoleta. Il mondo esige un atto di mutazione, o la sua stessa anima (l’Anima Mundi di ciceroniana e platonica memoria) perirà.
Nel Manifesto del Connettivismo , il movimento d’avanguardia tutto italiano a cui Giovanni Agnoloni appartiene, si legge: «Noi crediamo che il mistero dell’universo sia codificato in una chiave inafferrabile e indistruttibile: l’ologramma. Il principio olografico, il modello olonomico della mente e l’olomovimento: dalla struttura della realtà ai nostri schemi di senso la percezione conosce un solo paradigma, che racchiude le istanze della relatività e dell’indeterminazione». Quando l’ologramma (che nel Connettivismo è strumento positivo che permette di raggiungere la coscienza di sé e del mondo in quanto principium individuationis del simbolico) diviene a sua volta strumento di coercizione, l’individuo non può far altro che respirare un senso di ottundimento pervasivo, una dispersione da mancato autoriconoscimento. Questo obnubilamento è generato dalla Rete stessa, se è vero che (come si capisce chiaramente nella Casa degli anonimi) è proprio il Ripetitore di Segnale, stanziale e imperante come un totem malvagio, a rendere schiavi.
Gli Anonimi sono un’organizzazione ribelle che vuole sabotare internet; attraverso la loro azione si prefigura un processo che si dipana «dalla tecnologia al niente, quindi dal niente alla minaccia di una nuova tecnologia invasiva e perturbante» (L’ultimo angolo di mondo finito, p. 441). Non è affatto un caso che in questo passaggio sia presente il riferimento al perturbante freudiano, definito notoriamente come «quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare» , nonché tracce ammiccanti della psicanalisi analitica junghiana a contenuto evidentemente archetipico, che risultano sparse un po’ ovunque all’interno della saga, nel fitto sottobosco della significazione. È lo stesso Agnoloni ad avvalorare il nostro riferimento: «Uno dei punti centrali dell’impostazione di ricerca di Jung è il tema dell’individuazione, ovvero del processo di graduale avvicinamento dell’individuo al Sé, la radice della propria identità, liberandosi dalle catene dell’Io prigioniero dell’Ombra, il grande archetipo-proiezione delle maschere apportate dalla famiglia e dall’ambiente sociale, e lasciandosi guidare da altri potenti archetipi quali l’Animus/Anima (il maschile e il femminile, da intendersi come “luogo” delle dinamiche psichiche dell’inconscio che innescano il processo stesso di scoperta del Sé) e il Vecchio Saggio (la “sede” del miglior potenziale da sviluppare e della “visione” del Sé, ormai maturo per la propria realizzazione)» .
In questo senso, e attraverso il preciso riferimento al concetto di sincronicità a sua volta studiato da Jung per cogliere le apparenti connessioni tra fenomeni a-causali (al limite della parapsicologia), Agnoloni tratta il tema della discesa nelle profondità del Sé che pervade il Connettivismo come movimento letterario-filosofico e, quindi, la quadrilogia ispirata ad esso, come tensione e intenzione principale: «La discesa nel Profondo, dunque, mette inevitabilmente di fronte a una dimensione grande quanto l’intera umanità e l’intera storia, perché gli archetipi dell’inconscio collettivo esistono da sempre, e animano – turbandolo e guidandolo – il percorso attraverso l’inconscio individuale e in direzione del Sé, sia pur potendo assumere, nel corso della storia e da una regione all’altra del mondo, forme diverse» .
I rimandi tra le scienze sono molti e si condensano, in qualche modo, in un unico punto teorico che coincide con la teoria delle sfrangiature esplicitata ne La casa degli anonimi, in base alla quale ogni atto creativo è un atto non semplicemente creatore, bensì comunicativo: esso si pone a nesso tra il destinatario, un tramite e lo scrittore stesso, in una considerazione olistica del logos come parola-chesi-fa-mondo; concetto che rimanda al tema fondamentale del Connettivismo, quello della comunicazione che riesce a superare i limiti e i confini dello spazio e del tempo, in una superiore sintesi ultrapercettiva.
La chiusa del Manifesto del Connettivismo afferma in maiuscolo, non a caso: «NOI SAREMO TUTTO». Si tratta di un dia-logos, di un attraversamento che potrei, con un neologismo critico, definire metatopico. Una comunicazione, infatti, può essere detta metatopica quando supera i confini limitati e limitanti del corpo, delle tre dimensioni, dell’universo conosciuto, per affacciarsi verso sistemi logici aperti e incommensurabili come il multiverso, l’espansione di coscienza, il mistico. La comunicazione metatopica è, perciò, un atto volontario di risveglio della coscienza, connessione antiriduzionistica dello spirito con l’ὅλος, in una visione onnipervasiva della scienza e della conoscenza. Nel Manifesto del Connettivismo si legge ancora: «Vogliamo rimontare il flusso fino a toccare la sorgente che inganna la percezione e staccare la luce: solo così solleveremo il velo». Internet. Cronache della fine, in questo senso, è un ambizioso tentativo letterario di risalire alla Fonte e gettare uno sguardo al suo interno, oltre l’orizzonte degli eventi di questo spaziotempo, per tentare una metamorfosi estatica dell’esserci.
Alla luce di questa sua intenzione originaria, si comprende chiaramente come il gioco narrativo della quadrilogia che il lettore ha in questo momento tra le mani sia complesso, labirintico, concettualmente pregno e denso. Esso è un exemplum di letteratura massimalista pur nel miracolo cordiale di uno stile piano e penetrante, mai eccessivo eppure ricolmo di pathos e di energia tensiva. Giovanni Agnoloni è riuscito a rendere omaggio alla migliore narrativa distopica, con una saga da cui traspare ovunque la profonda fiducia in un nihil migliore rispetto a quello, disperato e oppressivo, che emerge da tanta narrativa catastrofista contemporanea. Affiora con energia costruttiva, in questo senso, soprattutto l’enorme interesse che l’autore nutre nei confronti delle sorti post-tecnologiche dell’humanum, e l’importanza che il gioco letterario assume nel delineare panorami futuribili che possano insegnarci a vivere davvero pienamente come esseri umani o più-che-umani, oltre la mera, avvilente sopravvivenza.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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