Il mago come terapeuta della realtà

 

 

La magia si oppone risolutamente al processo dissolvitore. 

Ernesto de Martino, Il mondo magico

 

Non si potrebbe salire in cielo 

e chiedere a Dio se è permesso

che le cose siano così?

Canto yiddish

 

Ospito qui un estratto da Magia e Tecnica. La ricostruzione della realtà del filosofo Federico Campagna, uscito per le Edizioni Tlon.

Concepito come  una cosmogonia alternativa, o come sforamento rispetto all’immobilismo della cornice della Tecnica, il libro di Campagna è un portentoso scuotimento sapienziale, la dimostrazione che il processo di ricostruzione deve necessariamente passare per lo scavo, l’eccedenza, il repurposing o riattraversamento di quelle tradizioni che più sembrano distanti dalla nostra epoca.

Così il mago, l’alchimista, lo sciamano diventano destabilizzatori del tempo, forze terapeutiche, scovatori dei «prodigi nascosti nei penetrali del mondo» (Pico della Mirandola), l’iniziazione torna a essere intesa come accensione immaginale: l’innescarsi di una diversa rivoluzione percettiva: «sciamani e maghi impiegano i loro poteri magici per superare questo stato di crisi. Mentre risalgono dai sintomi del malessere fino alla loro causa scatenante, essi cercano di offrire un’alternativa, immediatamente percorribile, al sistema di realtà che li ha prodotti in primo luogo».

L’estratto che ospito è tratto dal terzo capitolo del libro, intitolato “Cosmogonia della magia”. Ringrazio gli editori per la gentile concessione.

 

Cosmogonia della Magia

Scegliere il termine “Magia” per definire la propria proposta filosofica può suonare come una cattiva idea. Di questi tempi, qualsiasi cosa che venga definita come “magica” porta alla mente alcunché di scadente. L’uso più frequente (e improprio) di questo termine si ritrova nelle serie televisive e nelle pubblicità di profumi, o nella confusa nozione di witchcraft intrattenuta da alcune sottoculture adolescenziali. E tuttavia, il termine Magia possiede alcuni importanti elementi che forse nessun’altra parola riesce a trasmettere in forma così evocativa. Prima di iniziare la nostra esplorazione del sistema di realtà che desidero presentare come alternativa possibile a quello della Tecnica, dovremmo iniziare dando uno sguardo più da vicino al termine che lo definisce. Cosa significa “magia” nel contesto di questo volume? E in che modo il suo significato, per come lo useremo, è differente dalla sua accezione generale?

Nel corso della storia occidentale, la magia ha agito come l’ombra silenziosa di gran parte delle forme culturali egemoniche, dalla filosofia alla teologia, fino alla scienza moderna. Eppure, ogni tentativo di fornire una storia completa e dettagliata della magia è destinato a fallire. Il motivo ha a che fare, in parte, con il fatto che la magia non riconosce la “storia” come propria categoria temporale[1] e, in parte, con il mistero e la segretezza di cui si è sempre velata, sia per via della particolarità del suo orizzonte, sia per cautela, a causa del suo posto marginale all’interno della società. Non sorprende quindi che la concezione della magia prevalente in Occidente attraverso i secoli sia stata flagellata da grossolane inesattezze, che ne hanno completamente distorto non solo la storia, ma anche il significato e lo spirito della sua opera. Per com’è presentata al giorno d’oggi nei film e nella letteratura, la magia è poco più che un insieme di spettacolari abilità tecniche, riducibili a un catalogo di progressi tecnologici non ancora raggiunti. La magia è considerata semplicemente un’altra maniera, forse più esotica, di sfruttare il mondo come un accumulo di riserve disponibili, che il mago o la maga sono in grado di mobilitare grazie ai propri poteri. Come vedremo nel prossimo e ultimo capitolo di questo libro, questa concezione della magia è esattamente l’opposto di quella che caratterizzava la pratica tardoantica della teurgia e, più in generale, della tradizione della “vera magia” che va dalla tarda antichità fino alla fine dell’età rinascimentale.[2] L’attuale concezione della magia è l’ombra del nostro tempo. Allo stesso modo in cui la “magia nera” medievale era presentata come l’equivalente demoniaco della teologia cristiana ortodossa, così la magia è oggi vista come l’equivalente fantasmagorico delle forme tecno-scientifiche attualmente prevalenti. In effetti, sin dalla sua prima definizione, la magia è stata destinata a essere intesa come l’ombra di tutto ciò che la società conosce e chiama come suo proprio.

L’origine stessa della parola magia rinvia a una “alterità” definita attraverso una relazione negativa con ciò che è già noto e familiare. Il primo esempio nel quale la parola appare nel suo attuale significato è nel greco magike techne, che si riferisce all’arte (techne) dei Magi persiani. Nelle sue Storie,[3] Erodoto spiega come il termine “Magi”, originariamente il nome di una delle sei tribù dei Medi, finì per indicare i membri della casta sacerdotale della religione zoroastriana durante l’Impero persiano. Forse pochi altri casi di ostilità sono famosi quanto quello fra i Greci prima di Alessandro e la Persia zoroastriana al tempo dei Magi. Ancor più dei barbari per Roma, i Persiani erano veramente percepiti dai Greci classici quali la propria ombra inquietante. Se consideriamo come nelle società premoderne la religione sintetizzasse in forme ritualistiche le modalità attraverso cui i diversi gruppi sociali si rapportavano con il mondo – agendo quindi come il vessillo delle varie identità culturali – comprendiamo perché i Greci considerassero i Magi come l’incarnazione delle peculiari caratteristiche del loro popolo. Per i Greci, i Magi rappresentavano quella “oscura alterità” che era la quintessenza dei Persiani e del loro potere. Tale alterità era concepita in termini relativi, rispetto all’identità degli stessi Greci: magike techne era letteralmente l’arte dell’ombra dei Greci, ovvero l’arte delle ombre. Per coloro che si vedono esterni a essa, la magia appare, sin dal primo uso del termine, come l’incarnazione di ciò che può essere definito unicamente in relazione all’identità del “nostro” potere e del nostro modo “normale” di avere a che fare con le cose e con il mondo.

La nozione di magia proposta in questo volume va contro questa concezione, che si estende dai tempi di Erodoto fino ai giorni nostri. In questo libro, quando parliamo di magia, non intendiamo niente che abbia a che fare con un oscuro, esotico equivalente dello stesso regime tecnico che regna sulla nostra epoca. Di fatto, con questo termine noi intendiamo un sistema di realtà che è fondamentalmente alternativo a quello della Tecnica: una cosmologia alternativa originata da una forza cosmogonica alternativa. Una realtà diversa, basata su una diversa metafisica fondamentale, pur seguendo le regole della metafisica e della cosmogonia. L’opposto speculare della Tecnica, piuttosto che la sua ombra. Non di meno, un aspetto della nozione comune di magia è presente in questo libro. La magia è sempre stata un elemento inquietante per le comunità egemoniche di una certa epoca. Persino nel caso del nostro esperimento cosmogonico, proporre un sistema di realtà basato sulla magia significa sostenere una proposta che può sembrare problematica (se non ridicola) a quanti hanno a cuore i principi derivanti dalla cosmologia della Tecnica. In questo senso, l’“alterità” problematica che ha da sempre caratterizzato la consueta interpretazione della “magia” rimane rilevante anche per il nostro uso di questo termine per definire un progetto cosmogonico.

La relazione fra Magia e Tecnica non è solo di fondamentale alterità. Da una certa prospettiva, la Magia può anche essere considerata come una forma di terapia rispetto al brutale regime imposto dalla Tecnica sul mondo, che essa ha costruito a propria immagine. Quando abbiamo cominciato a considerare la Tecnica, le prime osservazioni riguardavano l’attuale paralisi dell’abilità di agire e di immaginare, e la crisi dello stesso senso di realtà. Per spiegare questa condizione, abbiamo preso in prestito le parole di Ernesto de Martino, che definiva tale stato di crisi come una situazione in cui tutto si trasforma in tutto e il nulla emerge. Tuttavia, quando abbiamo citato de Martino non abbiamo accennato al contesto originario dal quale proveniva la sua originale definizione di crisi di realtà. Per de Martino, questa disintegrazione della realtà e, in particolare, della presenza dell’individuo e del suo mondo, è uno stato ricorrente di “crisi” – cioè, etimologicamente, un momento che richiede un giudizio (krisis, dal greco krinein, giudicare) e un intervento immediati. L’essenza della magia, conclude de Martino, consiste esattamente in questa forma di intervento, volto a ripristinare le condizioni nelle quali sia il mondo che l’individuo possano riguadagnare la loro presenza, e possano dunque continuare nella loro comune relazione attiva e immaginativa.

In date circostanze, la perdita di orizzonte della presenza si spinge sino al punto che si diventa una eco del mondo, ovvero un posseduto, in preda a impulsi incontrollati. Vi è un oltre rischioso della presenza, un angoscioso travaglio del suo orizzonte condendo: e, correlativamente, anche il mondo entra continuamente in crisi di orizzonte, e trapassa continuamente nell’oltre angosciante. Al limite, ogni rapporto della presenza col mondo diventa un rischio, una caduta di orizzonte […] qualcosa di simile alla situazione che costringe lo schizofrenico alla immobilità statuaria dello stupore catatonico […]. La magia risale questa china e si oppone risolutamente al processo dissolvitore. Essa mette a capo una serie di istituti attraverso i quali il rischio è segnalato e combattuto […] sorgono a rendere possibile, in forme più o meno mediate, il riscatto della presenza. In virtù di questa plasmazione culturale, di questa creazione di istituti, il dramma esistenziale di ciascuno non resta isolato, irrelativo, ma si inserisce nella tradizione e si avvale delle esperienze che la tradizione conserva e tramanda.[4]

Sciamani e maghi impiegano i loro poteri magici per superare questo stato di crisi. Mentre risalgono dai sintomi del malessere fino alla loro causa scatenante, essi cercano di offrire un’alternativa, immediatamente percorribile, al sistema di realtà che li ha prodotti in primo luogo. In altre parole, un mago può essere concepito come un terapeuta della realtà,[5] che agisce non solamente sui sintomi della malattia di un individuo, ma anche sulle condizioni di realtà che hanno permesso alla malattia di emergere. In modo simile all’interpretazione di de Martino, questa sezione del libro desidera proporre la Magia non solo come alternativa alla Tecnica, ma nello specifico come quel sistema cosmogonico che è in grado di occuparsi terapeuticamente dello stato di annichilimento a cui la Tecnica ha ridotto l’individuo contemporaneo, il suo mondo e la sua rivendicazione di una realtà vivibile. Come vedremo nelle prossime pagine, il primo principio della Magia può esser fatto risalire a quel dolore che abbiamo trovato in fondo alla catena delle emanazioni della Tecnica, e che a sua volta la Magia assume come sintomo del proprio inizio cosmogonico.

[1] Per una valutazione critica delle comuni nozioni di storia e temporalità, da una prospettiva che è largamente vicina a quella adottata in questo volume, cfr. A. Coomaraswamy, Tempo ed eternità, Edizioni Mediterranee, Roma 2013.

[2] Per un’introduzione interessante al concetto di Magia nell’era rinascimentale, e un quadro d’insieme degli studi (anglofoni) sull’argomento, cfr. J.S. Mebane, Renaissance Magic and the Return of the Golden Age, University of Nebraska Press, Lincoln 1992.

[3] Cfr. Erodoto, Storie, i, 132, utet, Milano 2014.

[4] E. de Martino, Il mondo magico, op. cit., p. 165.

[5] In particolare, riguardo agli sciamani della foresta amazzonica, è interessante seguire l’analisi di E.V. de Castro sulla loro funzione di “terapisti della realtà”, anche riguardo alla relazione fra umani e non umani. Cfr. E.V. de Castro, Cannibal Metaphysics, Univocal, Minneapolis 2014, p. 151; ed. it. Metafisiche cannibali, Ombrecorte, Milano 2017.

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Giorgiomaria Cornelio (1997) ha fondato insieme a Lucamatteo Rossi l’atlante Navegasión, inaugurato con il film "Ogni roveto un dio che arde" durante la 52esima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro. La loro "Trilogia dei viandanti" (2016-2020) è stata presentata in festival e spazi espositivi internazionali. Cornelio è curatore del progetto di ricerca cinematografica «La Camera Ardente», e redattore di «Nazione Indiana». Suoi interventi sono apparsi su «Le parole e le cose», «Doppiozero», «Il tascabile», «Antinomie», «Il Manifesto». Ha vinto il Premio Opera Prima con la raccolta "La Promessa Focaia" (Anterem, 2019). È in uscita per Luca Sossella Editore il suo secondo libro di poesia, "La consegna delle braci". Insieme a Giuditta Chiaraluce ha ideato il progetto di esoeditoria Edizioni Volatili.