La poesia di Edgar Allan Poe nella traduzione di Raffaela Fazio “Nevermore. Poesie di un Altrove” (Marco Saya Edizioni, 2021)

Trad. di Raffaela Fazio

Postfazione di Leonardo Guzzo

[…] È nel breve saggio Filosofia della composizione, scritto nel 1846, che Poe enuncia le regole fondamentali della sua concezione poetica. La lunghezza, la “sfera d’azione” e il “tono” sono gli elementi costitutivi di ogni poesia fatta ad arte e il “maestro del mistero” ne definisce diligentemente senso e contenuto.
Quanto alla lunghezza, il limite deve essere quello “di una sola seduta”. Una poesia troppo breve rischia di non produrre alcuna “impressione duratura” e di “scadere nell’epigrammatismo”, una poesia troppo lunga (Poe ha in mente in particolare il Paradiso perduto di Milton) disperde necessariamente il suo valore: la capacità di indurre nell’animo di chi legge un “eccitamento” che produce “elevazione”. […] Il fine, la sfera d’azione della poesia è la produzione di Bellezza: non semplicemente la testimonianza della “bellezza che ci sta dinanzi” ma “lo sforzo selvaggio per raggiungere la Bellezza suprema”. […] Come si manifesta, attraverso le parole, questa Bellezza? È questione innanzitutto di “tono”, risponde Poe. Nel Principio poetico si ripromette di utilizzare nelle sue composizioni il tono più “facile”: quello che “la generalità degli uomini userebbe” e che al vero poeta viene naturale. Nella Filosofia della composizione (lo scritto teorico più articolato, pubblicato nel 1846) aveva sostenuto che questo tono deve essere “malinconico”: ogni Bellezza produce nell’animo sensibile una sorta di dolorosa emozione, che la malinconia richiama, richiamando al seguito quella stessa Bellezza che l’ha in origine provocata. […] Quanto alle tecniche per produrre la Bellezza in poesia, Poe riconosce l’efficacia del ritornello, ma ne propone un modello del tutto personale. Il Corvo, la sua poesia più celebre, è il modello di riferimento per dimostrare in concreto la sua concezione. “Natura” breve e “applicazione” varia: una sola parola, “more”, che si ripete in nuances d’atmosfera sempre diversa, accoppiata a “ever”, “never” o “nothing” e predeterminata dall’autore fin dalla qualità della vocale (la “o sonora) e della consonante (la “r” rotonda e tagliente). Il suono, il piede (il trocheo), il metro sono tutti elementi essenziali a Poe per produrre l’effetto suggestivo e drammatico della sua poesia, così come il climax di tensione nei versi, che corrisponde a uno svelamento progressivo dell’argomento profondo della lirica. La preparazione, rimarca Poe, deve essere lunga e accurata, il “denudamento” in sé, invece, rapido e diretto, come l’alzata di un sipario.
In questa sommaria, ma precisa, disquisizione teorica Il Corvo diventa l’emblema del rispetto proficuo delle regole, il risultato capace di soddisfare i palati più semplici e quelli più raffinati, “il gusto popolare e il gusto della critica”.
Il Corvo è ovviamente al centro anche di questa antologia di traduzioni delle poesie di Poe, realizzata da Raffaela Fazio, che si segnala per la completezza e insieme per il lavoro linguistico ambizioso e meticoloso. La traduttrice raccoglie coraggiosamente le sfide sonore e ritmiche dell’autore e ci restituisce, con più fedeltà rispetto alle versioni classiche, il battito, la “partitura” della lingua di Poe: rime, assonanze, la cantilena suadente del verso, un certo tono magniloquente eppure accessibile. L’architettura delle poesie viene più compiutamente alla luce, il tono e il registro emergono con più esattezza. E così l’espressività.
Il Corvo ha una veste nuova, evidente fin dall’incipit:

Mezzanotte era giunta, triste e spenta; io meditavo affranto, a stento,
sopra codici vari e assai rari di un ormai estinto sapere –
appena assopito, la testa greve, udii, inatteso, un colpo lieve,
come fosse qualcuno alla porta, alla porta un lieve grattare.
“Qualcuno” borbottai “è venuto alla stanza a bussare –
Niente più, solo questo, sicuro.”

E più avanti, con grande efficacia:

E io a quello: “Profeta, seppur del maligno! – diavolo o uccello! –
Ti mandi il Tentatore o sia la tempesta a farti qui approdare
su questa landa deserta, incantata, afflitta eppure indomata –
in questa dimora infestata dall’Orrore – ecco io t’imploro –
un balsamo in Gàlaad si può trovare? – dimmelo, t’imploro!”
Il Corvo “Mai più” disse allora.

È, quella di Raffaela Fazio, una sfida ardua per il diverso passo “intrinseco” dell’inglese e dell’italiano; pure è una sfida che produce risultati convincenti, tanto più meritevoli in quanto riguardano spesso poesie minori e poco conosciute. Si pensi a Il lago, Fanny, A Frances S. Osgood. Si pensi alla poesia d’esordio, Gli spiriti dei morti, composta da Poe a diciotto anni: manifesto letterario “di fatto” e suggestiva metafora gotica della memoria, dell’ispirazione, dell’affollato paesaggio interno che abita la mente di ogni creatore.

Fa’ silenzio in tale solitudine
che solitudine non è – perché
gli spiriti dei morti, davanti a te
in vita, ti sono intorno ancora
nella morte – il loro volere
ti avvolgerà intero. Non fiatare.

Su queste basi linguistiche il discorso poetico di Poe si proietta sul lettore nella sua giusta luce. I luoghi ameni e spettrali, le presenze eteree, l’amore e la morte, il fascino e il dramma che racchiudono, la paura di perdere l’oggetto dell’amore e la fatalità di perderlo, il terrore della morte e l’impulso irresistibile verso di essa. […]

***

Tre poesie da “Edgar Allan Poe. Nevermore. Poesie di un Altrove a cura di Raffaela Fazio” (Marco Saya Edizioni, 2021)

The Lake

In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide earth a spot
The which I could not love the less –
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around.

But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody –
Then – ah then I would awake
To the terror of the lone lake.

Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight –
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define –
Nor Love – although the Love were thine.

Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining –
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.

Il lago

Nel fiore degli anni il caso volle
che un luogo abitassi, tra i mille.
Quel luogo, come amarlo meno?
tanto la solitudine era amena
del lago silvestre ovunque cinto
da nera roccia e pini torreggianti.

Ma quando gettava la Notte
il suo manto là sopra e su tutto,
e, passando, il mistico vento
mormorava un melodico canto –
allora mi destavo nel terrore
del lago remoto, solitario.

Non era una scossa di paura,
piuttosto, un tremulo piacere –
un sentimento che nessun tesoro
mi aiuterebbe o forzerebbe a dire –
neanche l’Amore – anche se tuo, l’Amore.

La Morte era in quell’onda avvelenata
e nel suo gorgo una tomba adeguata
a colui che riusciva là a lenire
il solingo suo fantasticare –
al solitario la cui anima era in grado
di fare un Eden di quel nero lago.

*

Fanny

The dying swan by northern lakes
Sings its wild death song, sweet and clear,
And as the solemn music breaks
O’er hill and glen dissolves in air;
Thus musical thy soft voice came,
Thus trembled on thy tongue my name.

Like sunburst through the ebon cloud,
Which veils the solemn midnight sky,
Piercing cold evening’s sable shroud,
Thus came the first glance of that eye;
But like the adamantine rock,
My spirit met and braved the shock.

Let memory the boy recall
Who laid his heart upon thy shrine,
When far away his footsteps fall,
Think that he deem’d thy charms divine;
A victim on love’s altar slain,
By witching eyes which looked disdain.

Fanny

Tra nordici laghi, il cigno morente
il canto di morte chiaro e dolce intona;
irrompendo, la musica solennemente
su colli e per valli nell’aria già sfuma.
Così giunse il suono della tua voce tenue,
così sulla lingua ti tremò il mio nome.

Simile al sole che in uno sprazzo fora
il nero sudario della fredda sera
dalla nube d’ebano che il cielo vela
notturno e solenne, così il primo bagliore
del tuo occhio a me venne; ma come adamante
il mio spirito resse il colpo all’istante.

La memoria richiami il ragazzo adesso,
che sulla tua ara il suo cuore depose.
Quando lontano sarà ormai il suo passo,
pensa: credé i tuoi incanti divine cose;
sull’altare dell’amore, lui in sacrificio
di occhi sdegnosi, del loro sortilegio.

*

Spirits of the Dead

I.
Thy soul shall find itself alone
’Mid dark thoughts of the grey tomb-stone –
Not one, of all the crowd, to pry
Into thine hour of secrecy:

II.
Be silent in that solitude,
Which is not loneliness – for then
The spirits of the dead, who stood
In life before thee, are again
In death around thee – and their will
Shall overshadow thee: be still.

III.
The night – tho’ clear – shall frown –
And the stars shall not look down
From their high thrones in the Heaven
With light like hope to mortals given –
But their red orbs, without beam,
To thy weariness shall seem
As a burning and a fever
Which would cling to thee for ever.

IV.
Now are thoughts thou shalt not banish –
Now are visions ne’er to vanish –
From thy spirit shall they pass
No more – like dew-drop from the grass.

V.
The breeze – the breath of God – is still –
And the mist upon the hill
Shadowy – shadowy – yet unbroken,
Is a symbol and a token –
How it hangs upon the trees,
A mystery of mysteries!

Gli spiriti dei morti

I.
La tua anima saprà di esser sola
tra bui pensieri di una grigia stele –
In tanta folla, nessuno là a spiare
quel tuo tempo, la tua segreta ora.

II.
Fa’ silenzio in tale solitudine
che solitudine non è – perché
gli spiriti dei morti, davanti a te
in vita, ti sono intorno ancora
nella morte – il loro volere
ti avvolgerà intero. Non fiatare.

III.
La notte – seppur tersa, senza velo –
si acciglierà; dagli alti troni in cielo
le stelle non guarderanno in basso
con luce offerta ai mortali come fosse
speranza – Le loro orbite arrossate,
senza raggi, parranno a te affaticato
vivo bruciore, febbre scottante,
che su te avrà ormai presa incessante.

IV.
Allora, i pensieri che tu non bandirai
e le visioni che non morranno mai –
non prenderanno dal tuo spirito congedo –
come dall’erba la goccia di rugiada.

V.
Ferma è la brezza – il respiro divino –
la nebbia è fumosa sulla collina,
fumosa ma intatta, senza cesura
è un simbolo, un segno che perdura –
Come incombe sospesa sulle fronde,
mistero tra i misteri più profondi!

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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