L’uomo post-storico

[Questo è un estratto dal volume Le trasformazioni dell’uomo di Mumford uscito per Mimesis a cura di Massimo Rizzante. Del curatore abbiamo pubblicato anche il saggio introduttivo su NI qui.]

di Lewis Mumford

L’uomo post-storico ossessiona da molto tempo l’immaginazione moderna. In una serie di romanzi sui possibili mondi futuri Jules Verne e il suo successore H.G. Wells hanno descritto, ciascuno a suo modo, come sarebbe una società se una tale creatura, fanaticamente votata alla macchina, fosse al posto di comando. In una delle sue ultime opere, The Shape of Things to Come (1933), H.G.Wells esprimeva qualcosa di vicino all’adorazione quando dipingeva una razza di tecnocrati volanti che avrebbero messo ordine al caos causato da una guerra atomica finale. Si potrebbe dire, in realtà, che in tutta la teoria del progresso (così come fu concepita nel XIX secolo dai suoi interpreti più eminenti) i miglioramenti istituzionali proposti avevano come fine l’uomo post-storico. Presentando le invenzioni delle macchine come i principali strumenti e gli ultimi benefici del progresso – concezione che risale a Francesco Bacone –, tale teoria suggeriva che i perfezionamenti non legati alle macchine, introdotti dalle arti e dalla letteratura, appartenevano all’infanzia della specie. L’esistenza dell’uomo post-storico sarà interamente consacrata al mondo esterno e alla sua incessante trasformazione: le tendenze primitive dell’uomo, così come il suo io storico, saranno definitivamente eliminate come “impensabili”. In più di un passaggio, H.G. Wells, uomo sensibile, sensuale e “troppo umano”, appartenente per professione all’antica setta dei veggenti e dei sognatori, parla con impazienza di ogni forma di introversione e di soggettività, denigrando l’emozione, il sentimento e l’immaginazione, cioè i doni stessi che lo hanno reso uno scrittore. Il controllo delle forze naturali e della vita umana attraverso l’uso di quelle forze: questa è la sola esigenza dell’uomo post-storico. Non gli viene in mente che l’egemonia dell’attività cerebrale sia solo una specifica manifestazione dell’autonomia dell’uomo e che svolga uno scopo che supera la sua espansione. H.G.Wells e i suoi tardivi discepoli dovrebbero porsi l’antica domanda: Quis custodiet ipsos custodes? Chi controllerà i controllori? Incapace di rispondere, l’uomo post-storico dimostra di non avere altra concezione della vita che quella di fare un uso sempre più esteso dei poteri della “magia naturale”: comunicazione istantanea a grande distanza, rapido movimento attraverso lo spazio, pulsanti che a comando attivano risposte automatiche e, infine, la realizzazione suprema: la riduzione delle capacità e degli appetiti organici e delle loro infinite manifestazioni a equivalenti meccanizzati e uniformi. Qual è, in realtà, il sogno più grande che ossessiona tutti i fautori dell’uomo post-storico? Non ci sono dubbi sulla risposta: resuscitare l’antico entusiasmo del Nuovo Mondo per l’esplorazione terrestre, creando missili che permettano questa volta di esplorare lo spazio extraterrestre. Dai primi schizzi presenti in Dalla terra alla luna di Jules Verne o dalla descrizione proposta da H.G. Wells dell’invasione del nostro pianeta da parte dei Marziani, fino alle pletoriche stravaganze della fantascienza, è questo il sogno che predomina. Perfino i romanzi di anticipazione di C.S. Lewis, che si suppone siano stati scritti con intenzioni umaniste o religiose, dipingono la vita come uno stato di guerra tra creature planetarie che hanno esteso il loro territorio attraverso le galassie, ma la cui natura non è diversa da quella dell’uomo se non per un dettaglio: quelle creature sono implacabilmente più intelligenti. Se passiamo dalla finzione alla realtà, vediamo l’astrazione scientifica e l’abilità tecnica più avanzata poste al servizio di un ideale infantile che si inventa bizzarri congegni al solo fine di sfuggire a problemi con cui degli individui adulti e una società adulta dovrebbero confrontarsi. Gli antichi sogni di evasione per mezzo di esplorazioni e colonizzazioni di mondi lontani avevano almeno il merito di spronare gli avventurieri alla conquista di terre realmente prospere e utili alla vita. Le ricchezze del Catai, di cui parlava Marco Polo, non erano un sogno e le concrete meraviglie scoperte nelle Americhe superavano quelle, immaginarie, promesse dall’eterna fonte della giovinezza. Ma nessuno può sostenere, senza falsificare i fatti, che l’esistenza su un satellite spaziale o sul lato oscuro della luna assomiglierebbe minimamente alla vita umana. Coloro per i quali l’unico senso della vita consisterebbe nel continuo movimento attraverso lo spazio rivelano i limiti dell’intelligenza impersonale. Mostrano che una tecnica altamente sofisticata può essere il prodotto di ciò che, umanamente parlando, è uno spirito impoverito, capace solo di sorvegliare davanti a uno schermo di controllo realtà isolate dalla complessità della vita organica. Ai nostri giorni queste fantasie post-storiche, sorte dall’inconscio, hanno smesso di essere semplici profezie: sono già agli ordini della meccanizzazione e sono state convogliate dalla più devastante, patetica e obsoleta delle istituzioni umane: la guerra. Da parte sua, in accordo con il nichilismo esistenziale dell’uomo post-storico, la guerra stessa, da azione violenta ma circoscritta di distruzione, si è trasformata in uno sterminio sistematico e senza remore: in altre parole, in un genocidio. È davvero casuale se tutti i trionfi che annunciano la nascita dell’uomo post-storico sono trionfi di morte? Ciò che anima questa ideologia è la volontà di negare le attività vitali e soprattutto la possibilità di uno sviluppo della vita, a tal punto che il genocidio o il suicidio collettivo costituiscono il suo solo scopo – non formulato, implicito, ma non sempre nascosto. L’impresa post-storica comincia in modo innocente con l’eliminare dalla scienza quella fonte di errori che sono i sentimenti umani: essa finirà con l’eliminare dalla realtà la stessa natura umana. Nella cultura post-storica la vita è ridotta a un movimento prevedibile, condizionato e diretto in modo automatizzato, dove è proscritto tutto ciò che è incalcolabile, ovvero tutto ciò che è creativo.

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andrea inglese
Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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