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SPLENDE A CASCATA/ L’ORO DEI CEFALI

Nota sull’ultima silloge di Giancarlo Consonni (Pinoli, Einaudi, 2021)

di Giuseppe Cinà

“Nel suo andare per il mondo, la poesia è autonoma da chi l’ha scritta… Ogni volta che trova ospitalità, risuonando nel corpo e nell’anima di un lettore … ha luogo una sorta di (ri)nascita … La poesia dei poeti non potrebbe vivere senza il convivio, ideale e concreto, di chi la sa riconoscere.” (Il Quotidiano del sud, 21 marzo 2021)
Per capire la poesia di Giancarlo Consonni suggerirei di partire dalle affermazioni sopra riportate. Esse ne definiscono quasi programmaticamente i principali caratteri distintivi: parola, brevità, convivio. Il recente volume Pinoli (Einaudi 2021) porta alle più chiare conseguenze queste assunzioni, in coerenza con le precedenti prove dell’autore, in dialetto e in lingua (in dialetto lombardo: Lumbardia (i Dispari 1983), Viridarium (Scheiwiller 1987), Vûs (Einaudi 1997); in lingua: In breve volo (Scheiwiller 1994), Luì (Einaudi 2003), Filovia (Einaudi 2016), Oblò (LietoColle 2009).
È proprio con la poesia Parola (“Porgere la parola/ al silenzio/ come all’amata/ un fiore”) che prende avvìo la silloge, articolata in cinque parti distinte da sottili marcature tematiche. La prima (Les petites heures) si svolge sul filo di una narrazione di eventi naturali colti nei loro aspetti aurorali e crepuscolari, una ouverture per frammenti di vita e paesaggi (di Laigueglia, terra amata dall’autore), ripresi nella seconda (Les grands heures) con più largo respiro, in un concerto di piante e animali in amore a far da primattori, dove il Gloria in excelsis di papaveri e fiordalisi “Di rosso, blu e giallo oro/ non è il paradiso/ è solo un campo di grano” (Frumento). Delle tre parti successive (Sonatina, Interludio e Oratorio) la prima introduce – in consonanza con gli amori della natura – “l’andirivieni di baci e libellule” (I primi baci) di giovani le cui parole resistono “come le erbe errabonde/ nelle insenature dei coppi” (Le parole); la seconda si apre alla memoria di affetti, amici e bellezze nascoste; e infine quella conclusiva mette in scena un Oratorio di vite ed eventi a tratti mistici, da cui trapela il contrappunto tra mondo antico e modernità, campagna e città.
Dunque una narrazione sinfonica in cinque movimenti, sorretta da uno sguardo sul mondo pieno di empatia, capace di portarne allo scoperto un doppio registro di sogno e realtà. Qui una scena di vita ripresa con dettaglio da incisore (“I fiori scalzati dai frutti” (Amarene)), là un’altra sospesa nel tempo, “nel silenzio della finestra” (L’ascolto), come in un film di Tarkovskij, dove accanto alla levità delle cose resta, appena nascosta da un velo, la gravità del vivere.
Nell’aderire a questo passo quella di Consonni è una poesia epigrammatica (“In salti ripetuti/ splende a cascata/ l’oro dei cefali” (Meriggio)), dove sono banditi l’invettiva e la denuncia, le note alte e la ridondanza. Per lui infatti la poesia è quella rappresentazione che fa sì che siano le cose a parlare (“Va sicura la mano/ il dono è nel levare” (Bosso)), lasciando posto al lettore affinché possa coglierne il messaggio e con proprie parole entrare nel rito del convivio cui il poeta officiante l’invita. Ne è un chiaro esempio il distico Uva (“Si fa ronzio/ il dolce dell’uva”). Qui al lettore non rimane da figurarsi solo l’innominata protagonista, ma anche il quadro di natura entro cui l’evento ha luogo e respira in uno con il ronzare dell’ape e il maturare del frutto. Per aiutarlo, ecco La piccola matita arenata sulla spiaggia, metafora della poesia come dono, pregna di “parole in potenza” che sta al lettore disvelare (Fa eccezione a questo meccanismo proprio la poesia Convivio, scritta per gli ottant’anni di Franco Loi, dove il rito non è rimandato al lettore ma si compie nell’incontro e nella festa augurale).
Questo carattere di asciuttezza non impedisce ai versi di Consonni di essere caratterizzati dalla diffusa presenza di figure retoriche. Esse però non sono l’esito di una ricercata tecnica compositiva ma piuttosto della volontà di sfruttare appieno il potenziale semantico delle parole, per meglio esplicitare assonanze e relazioni ricche di senso, che si traducono in sinestesie (“Penso alle ore/ tenere e senza guscio” (Pinoli)), metafore (“I primi fiori/ sono botti d’amore” (I primi fiori)) e altre figure. Va inoltre aggiunto che le composizioni non sono connotate da accenti sperimentali (sul piano sintattico, tematico o altro) ma piuttosto da un lavoro artigianale che tiene al centro la parola, l’ingrediente più capace di apparecchiare l’incontro con in lettore. Da tale scelta, e dalla ricerca dell’essenzialità, liberando il verso dalla misura e dal ritmo tonico, deriva l’adozione di una metrica libera, che si compone dietro al fluire delle parole ed è comunque caratterizzata dalla ricorrenza di componimenti brevi, quasi tutti con titoli di una sola parola, forse eco di una certa laconicità lombarda. Ne consegue, come già notato da Giuseppe Traina, quasi una liturgica esaltazione del frammento, con un lessico attento più alla funzione nominale dei sostantivi e meno alle aggettivazioni, dove è quasi assente la punteggiatura, che affiora nel marcare un accento narrativo invece che lirico.
Sottoposte al minimo della vestizione poetica (“Dolorano i rami/ gonfi di gemme” (Gemme)) – anche se così precise sculture verbali sono l’esito di un attento vaglio – queste poesie assomigliano ancora molto alle prime poesie dell’autore, quelle dialettali, o meglio alla loro traduzione in lingua, che proprio dalla necessità di sintonizzarsi con l’espressività del dialetto avranno maturato alcuni dei loro caratteri distintivi. In esse il paesaggio della narrazione è acceso di vita fin “nel cavo delle foglie” (Nebbia) e la natura si distende ai nostri occhi “nel lievitare del canto/ che sale dalla terra” (Albero), in uno spazio dove il tempo storico è sospeso come in un fermo-immagine tra una quasi Arcadia e un presente, come succede anche nella poesia di Tolmino Baldassari, Biagio Marin e in tanta poesia dialettale. L’io lirico scompare, sostituito dagli occhi e dalla mente del lettore che assiste al teatro inscenato dalla poesia. Un teatro con esiti che portano talora a una illuminazione, a una presa di coscienza, come nella terna di poesie sulla vita al tramonto che chiude la silloge: “L’ultima farfalla/ sull’ultimo fiore./ Così l’amore dei vecchi.” (L’ultima farfalla).
Ancora una volta Giancarlo Consonni, viaggiatore solitario che va per fasce, boschi e riviere, con voce pacata dà vita a un eden personale e ci mette a parte di una bellezza che fa pace con il mondo.

[Giuseppe Cinà, nato a Palermo, è architetto e urbanista. È stato professore associato di Urbanistica al Politecnico di Torino, occupandosi in particolare di progettazione urbana, conservazione dei centri storici e aree agricole periurbane. Ha lavorato come docente e ricercatore in numerosi paesi, soprattutto in quelli islamici (Algeria, Turchia, Iran, Iraq), in India e in Cina. Ha pubblicato molti testi specialistici sui temi della città e del territorio. Ha pubblicato due raccolte di poesie: A macchia e u jardinu (Manni, 2020) e L’àrbulu nostru/ Il nostro albero (La vita felice, 2022).]

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