Quattro libri – anzi sei – nel bagaglietto a mano (Bravi, Voltolini, Innocenti, Trevisan …)

di Marino Magliani

Ormai sui voli low cost il bagaglio consentito è quello di un piccolo trolly o di uno zainetto. Significa il necessario indispensabile, per me un cambio di biancheria e camicia e pantaloni corti d’estate, se non arrivo subito a casa, e la possibilità di poterci infilare qualche libro. Questo se torno in Olanda, mentre se torno (dovrei dire rientro?) in Italia di libri non me ne porto, leggo pochissimo in nederlandese, giusto notizie di calcio e di calciomercato, una scienza che mi appassiona fin da ragazzino, quando al posto del gelato investivo nel giornale rosa che arrivava in paese due o tre volte la settimana. Generalmente si trattava di puro calciomercato nazionale, perché gli stranieri non potevano ancora giocare da noi. Sono cose archeologiche, direte, ma di questo vorrei parlare. Di archeologia e cioè del piacere, e di certi libri che leggevo che mi davano in effetti un gran piacere, segreto, quando avevo undici, dodici, quattordici anni. Se ben ci penso succedeva qualcosa di molto simile a ciò che succede ora che a un certo punto dell’anno, prima di tornare in Olanda infilo nello zainetto i famosi tre o o quattro libri al massimo. Allora li mettevo nella valigia di nascosto, perché mia madre non accettava che  portassi in collegio dei libri a scapito di una maglia pesante (un magliani, via) e un pantalone ecc. Allora aspettavo che lei preparasse la valigia (era di un ottimo cartone, o cartone di alta qualità) e poi all’ultimo infilavo a fatica i tre libri – me li dava un amico che ne aveva una casa piena. Prima di entrare in camerata in collegio, dove non importa, li ho girati tutti i collegi, su per le scalinate, riuscivo – ognuno varcava il cancello col proprio catalogo di debolezze – a nascondere in un angolo buio i libri, perché i frati sapevano che qualcuno faceva il furbino e aveva con sé dolciumi, sigarette i più grandi, giornaletti “sporchi” i più svegli. I frati facevano, anche a distanza di giorni, una specie di “dogana” improvvisa, e prima o poi ci cascavamo tutti, tranne quelli dei dolciumi che li avevano già consumati. Per la letteratura valeva una specie di censura e le maglie, se così si può dire, erano piuttosto strette, erano ammessi più che altro i classici, ma mica tutti. Mica tutti.
Quattro cinque libri per viaggio, insomma, è una storia che si ripete. Quest’anno, il giorno 11 luglio, dall’aeroporto di Cagliari (invitato tre giorni nella favolosa Cabras) ho dichiarato alla dogana olandese cinque libri.
In ordine sparso:
Adrian Bravi, Eldorado verde (Nutrimenti);
Dario Voltolini, Il giardino degli aranci (La Nave di Teseo);
Simone Innocenti, Il mondo capovolto (Atlantide Blu);
Julien Gracq, Libertà grande (L’Orma).
Del quarto, quinto e sesto libro dirò giusto due cose alla fine.
Cos’hanno in comune questi tre libri? Il fatto di essere romanzi (in realtà Il mondo capovolto ha la struttura perfetta di un contenitore di 20 romanzi brevi, tanti sono i personaggi) e mi pare nient’altro.
Bravi è argentino, un argentino-tano, argentino italiano prestato alla letteratura italiana. Tranne il suo primo, Río Sauce, scritto in castellano, il resto dei romanzi, parecchi ormai, sono usciti in italiano. È secondo me uno dei maggiori autori anfibi italiani, nel senso che le sue trame, le sue prose, i suoi paesaggi, fanno i conti con il fiume, il lacustre, il mare, l’inondazione. E anche da qui non si “esonda”. Il fiume è il viaggio di Ugolino attraverso il mondo sconosciuto. Ugolino, ragazzo ustionato e sfigurato da un incendio nella stanza del suo palazzo veneziano, sedicesimo secolo, affronta la scoperta del Nuovo Mondo e l’avventura per rifarsi una vita, trova il fiume e l’amore, la storia, la vita e la morte di una civiltà depredata e distrutta dal nuovo arrivato: l’uomo europeo. Detto così manca il vero elemento braviano: la felicità della scrittura e l’invenzione lungo la risalita del fiume. La destinazione naturalmente è la caccia al tesoro tra colori, pesci, anse, comparse di indio e nascondigli nella foresta, navi, scialuppe, metalli, animali, donne bellissime e nude, e spade, lance, frecce, archi, capanne, giunchi, amicizia e spavento.
Il giardino degli aranci, di Dario Voltolini, è il viaggio sott’acqua di un essere umano (per restare in acqua) che a un certo scopre di avere nelle mani una fiocina e la usa. I pesci pescati sono i ricordi degli amori di un ragazzo a scuola, di un ragazzo con gli amici, di un ragazzo alla spiaggia. Non ci saranno prede, se non quella di un tempo restituito allo schermo liquido delle malinconie del pescatore, Nino Nino, che l’io narrante tratta con un affetto che ci emoziona, che ci fa tenere per lui, che ce lo fa proteggere dalle brutalità del mondo, della vita e del tempo stesso (o ce lo fa consegnare a tutto questo?), e questa voce nostra e questa fiocina che fa rumore, devono produrre davvero fischi assordanti e rimbombi e echi, che alla fine della storia vengono percepiti anche da altre anime del romanzo e della realtà e mettono Nino Nino davanti a una specie di dolce resa dei conti.
Il mondo capovolto di Simone Innocenti tratta anch’esso il tempo, concentrandolo in una sola notte, quella dell’ultimo dell’anno. Venti personaggi che si guardano attorno e vivono quel frammento che più di tutti riesce a mettere a nudo le nostre vite mostrandocene l’assurdità, come si sta lì a un certo punto di quella notte a guardare immagini di una fine dell’anno australiana già trascorsa e ad attendere la nostra dall’esterno. Devo dire che se conoscevo la scrittura di Bravi da ormai una quindicina d’anni e quella di Voltolini da almeno una ventina, è la prima opera che leggo di Innocenti e mi ha impressionato la sua capacità.
Il quarto libro è di Julien Gracq, Libertà grande,  l’autore immenso di cui avevo letto Acque strette, entrambi autografati da Lorenzo Flabbi, il mio editore.
Il quinto libro (alla dogana olandese ne ho dichiarato solo quattro, mi piace giocare al  ragazzino che nasconde i libri prima di entrare nelle camerate dei collegi) è un atlante anche nel titolo. Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò. di Judith Schalansky (Bompiani, 2014). Me l’ha regalato Marco Federici Solari, e in cambio gli ho promesso un libro sulle isole liguri.
Il sesto libro è Billy Budd, Billy Budd. An inside reading (Oligo Editore, 2022) di Vitaliano Trevisan, con la postfazione di Davide Bregola. Ero stato a Mantova, nella casa di Nuvolari, ora sede della Oligo, la bella casa editrice con la quale uscirà un saggio e una traduzione di Riccardo Ferrazzi e miei racconti.
Vitaliano, a cavallo della sua moto, lungo i canali di Amsterdam.
Hi man.

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Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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