La stagione delle piogge

di Edoardo Mazzilli


Foto di Pexels da Pixabay

La coppia seduta accanto a loro si alzò e il cameriere uscì a ritirare i bicchieri. Passando di fianco al loro tavolo li informò che nel giro di venti minuti avrebbero chiuso. «Siete rimasti solo voi» disse.

Lei chiese se fosse possibile avere un ultimo Long Island.

«Un altro?» chiese il cameriere, sorridendo.

«Sì, per favore.»

«Porto anche un altro Gin Tonic?» chiese, rivolgendosi a lui.

Lui scosse la testa e alzò il bicchiere, ancora mezzo pieno.

Il cameriere rientrò e per un attimo si guardarono senza dire niente, poi la musica smise di andare.

«No…» disse lei, rivolgendo un’espressione imbronciata verso l’interno del locale.

Lui sorrise e le chiese se le piacesse quel genere. Lei rispose che non era male e lui allora domandò che musica ascoltasse di solito.

«Un po’ di tutto» disse, allungando la mano sul tavolo verso la busta di tabacco. «Mi piacciono molto i Tame Impala. In realtà non sono un gruppo, è una persona sola, ma tutti li chiamano sempre al plurale. Mi piace ascoltarli quando fumo erba, anche se mi ricorda Bali.»

Mentre lei parlava lui fissò le sue dita bianche e ossute arrotolare il tabacco, e la punta della sua lingua scorrere delicatamente lungo la striscia di colla della cartina.

«Tu ci sei mai stato?» chiese dando un’altra piccola leccata. «A Bali, dico.»

Fece no con la testa.

«Vai, se ti capita.»

Lui non rispose e lei accese la sigaretta.

«Jacopo era innamorato di Bali, soprattutto per il surf. Per lui il surf era tutto. Aveva iniziato a quindici anni. In primavera e in autunno prendeva il treno tutti i weekend e andava in Liguria solo per prendere un paio di onde. Ma lì non era molto bello, diceva.

«Ai tempi dell’università invece aveva iniziato ad andare in Portogallo con Dave, un suo amico. Caricavano le tavole sul suo Defender e partivano. È lì che l’ho conosciuto.»

La prima cosa che aveva notato in una delle foto del suo profilo Tinder erano i piercing ai capezzoli. Era rimasto a fissarli per qualche istante, poi si era slacciato la cintura e aveva lasciato scivolare la mano sotto i boxer. In una delle foto successive si vedeva lei in spiaggia, di spalle, con un costume nero a due pezzi. Aveva pensato che quel sedere dovesse essere frutto di anni di danza o ginnastica artistica, e mentre pensava, l’uccello gli si era indurito in mano. Da quella foto aveva notato anche il tatuaggio thailandese che aveva sulla spalla, quella stronzata che si erano fatti anche i suoi amici quando erano stati a Phuket. Un Sak Yant. Solo nell’ultima foto si vedeva nitidamente il volto. Il colore della pelle era chiaro e i capelli sfumavano attraverso diverse gradazioni di castano. Aveva gli occhi verdi e le sopracciglia scure. Attaccato alla narice aveva un anellino d’argento.

A quel punto lui aveva iniziato a masturbarsi, continuando a scorrere a destra e sinistra tra le foto, anche se aveva deciso che sarebbe venuto guardando quella in cui si vedevano i piercing ai capezzoli, nascosti da una canottiera bianca portata senza reggiseno.

«Ero in Erasmus, studiavo architettura al Politecnico di Setúbal,» disse buttando fuori del fumo e stortando le labbra per indirizzarlo di lato. «Dividevo l’appartamento con una ragazza francese, si chiamava Juliette. Era simpaticissima. Nel weekend andavamo sempre a fare giri a Lisbona o da qualche altra parte. Poi una volta una sua compagna di corso ci ha proposto di andare con lei a vedere l’oceano e siamo finite a Cascais, in una spiaggia bellissima. C’eravamo arrivate in autobus, si chiamava Praia do Guincho, mi sembra. Avevamo portato delle birre e ci eravamo sedute lì a guardare quelli che facevano surf.

«Quando ormai stavamo per andarcene dei ragazzi sono usciti dall’acqua con le tavole sottobraccio. Avevano i capelli lunghi e le mute abbassate fino alla vita. Dei fisici pazzeschi. Si sono seduti di fianco a noi e uno ha chiesto all’altro, in italiano, di chiederci una sigaretta.»

Dopo essere venuto aveva scorso definitivamente a destra con il pollice, mettendole like, ma prima si era deciso a cercarla su Instagram. Le uniche informazioni che vedeva su Tinder erano la distanza che c’era tra loro, il suo nome di battesimo, l’età e l’università che aveva frequentato, così era andato sul profilo Instagram del Politecnico di Milano e aveva cercato tra i followers il suo nome. Erano uscite almeno una quarantina di ragazze che si chiamavano come lei. Aveva sfogliato con calma i profili e alla fine l’aveva trovata. L’immagine di profilo era la stessa che aveva in anteprima su Tinder e tra le foto pubblicate c’era anche quella in cui si vedevano i piercing. Altre invece risalivano a un paio di anni prima e ritraevano soprattutto palme e paesaggi tropicali. Poi ce n’era un’altra di lei in spiaggia di spalle, questa volta in topless. Aveva la vita stretta e i fianchi magri. Scorrendo ne aveva notata anche una in cui si vedeva un tizio capellone che faceva surf, ma non l’aveva nemmeno aperta. La sua bio invece recitava: «Wanna play you all my songs».

Il cameriere lasciò il Long Island sul tavolo, lei lo prese e bevve un sorso, poi rimise in bocca la sigaretta e aspirò a lungo.

«Era di Milano anche lui, studiava Economia in Bicocca. Abbiamo iniziato a seguirci su Instagram e quando sono tornata da Setúbal mi ha chiesto di uscire.

«Quasi subito abbiamo deciso che se le cose fossero andate bene, una volta laureati saremmo andati a vivere a Bali per sei mesi. Entrambi lavoravamo e avevamo dei soldi da parte. Volevamo solo godercela, vivere un’esperienza e stare insieme. Abbiamo scelto Bali perché piaceva a entrambi. Io volevo andare a Ubud e fare yoga con i maestri indonesiani, lui invece voleva fare surf, fare quello e basta, dalla mattina alla sera.

«All’inizio siamo stati a Ubud per un paio di settimane, ma lui soffriva perché a Ubud non c’è il mare, è nell’entroterra. C’eravamo comunque divertiti lì, abbiamo scalato un vulcano di notte e visto un sacco di cose, ma poi ci siamo trasferiti perché lui fremeva per surfare. Ci siamo spostati a Canggu, una località a Sud dell’isola, sulla costa Ovest, perché Jacopo aveva degli amici che ci erano stati e gliel’avevano raccomandata.

«Quando siamo arrivati lì è stata la fine di tutto.»

L’aveva cercata anche su Facebook, dove il profilo però non veniva aggiornato da parecchi anni. Non avevano amici in comune e l’unica cosa che aveva scoperto con quella ricerca è che doveva aver studiato anche all’estero per qualche tempo, probabilmente in Spagna, ed era laureata in architettura. Mentre passava in rassegna le immagini del profilo, constatando che negli anni il suo aspetto era migliorato, gli era arrivata una notifica di Tinder: «Hai un nuovo match!»

Si interruppe per bere, poi tirò ancora a lungo dal filtro della sigaretta e poi bevve ancora. Lui sentì una folata d’aria fredda colpirgli le spalle e lei si strinse nel cappotto, rimettendo in tasca la mano con cui non reggeva la sigaretta.

«Canggu è un paradiso» disse. «Quando siamo arrivati ci hanno spiegato che è la località più nuova di Bali, ma anche la più occidentalizzata. Case, bar, ristoranti e negozi erano tutti appena stati costruiti, ma ancora in pochi lo sapevano. Sembrava un piccolo villaggio riservato solo ai giovani. In giro si vedevano solo ragazzi e ragazze, tutti in costume e Vans, ognuno con il proprio scooter con la tavola agganciata di lato.

«Abbiamo preso un appartamento in affitto lì e abbiamo passato i mesi più belli della nostra vita. Al mattino Jacopo andava a surfare e io facevo yoga in balcone, guardando le risaie e le piantagioni di banani. Poi lo raggiungevo all’Old’s Man, che era un locale fichissimo sulla spiaggia, dove abbiamo conosciuto la maggior parte dei nostri amici, tutti ragazzi australiani e californiani. Nel pomeriggio invece prendevamo lo scooter e andavamo a farci i nostri giri, a visitare cose, a perderci tra i villaggi, le palme, le risaie. Abbiamo fatto anche delle immersioni a Nusa Penida qualche volta, abbiamo visto le mante. Stavamo davvero bene, sia mentalmente che fisicamente. Eravamo magri, abbronzati e mangiavamo in modo salutare. Anche Jacopo stando lì era diventato vegetariano.

«Alla sera andavamo alle feste in spiaggia vicino all’Old’s Man e ormai tutti ci conoscevano. Era come essere in una grande famiglia. “Italians”, gridavano quando arrivavamo. Uscivamo tutte le sere. Se non c’erano feste in spiaggia andavamo a cena da amici a Seminyak e da lì poi finivamo sempre al Mexicola o al Favela a ubriacarci, dei posti che non ti puoi immaginare.»

Lui notò che lei aveva iniziato a parlare velocemente e non lo stava più guardando. Era concentrata sul bicchiere che aveva davanti a sé e le parole che pronunciava cominciavano a essere sbavate.

«Poi una sera ci hanno portato al Pretty Poison» continuò lei. «E Dio… quanto mai.»

Aveva deciso di aspettare almeno un giorno per scriverle, ma alla fine era stata lei a farlo, poco dopo. Aveva esordito dicendo che non pensava che anche gli studenti di medicina usassero Tinder. Lui pensò che si trattasse di un modo originale per cominciare una conversazione e le rispose che pensava anche lui lo stesso delle ingegnere. «Infatti, io sono architetta» aveva risposto lei. A quel punto lui le aveva chiesto se fosse l’erede di Renzo Piano e lei gli aveva chiesto in cosa si sarebbe specializzato. Poi le aveva chiesto se lavorasse, cosa facesse nel tempo libero, in che zona abitasse e come mai fosse su Tinder. Lei aveva risposto a tutte le domande, meno che all’ultima. Lui non aveva voluto insistere e allora aveva cambiato argomento chiedendole di uscire. Lei aveva accettato e lui le aveva chiesto se preferisse stare in zona Garibaldi o Navigli. Lei aveva risposto Navigli. Lui, aveva pensato, avrebbe preferito andare in zona Garibaldi.

Spense il mozzicone nel posacenere, finì il drink e allungò di nuovo la mano verso il tabacco. Iniziò a girare un’altra sigaretta.

«Il Pretty era un altro locale strafico, in pratica un capannone di cemento in mezzo alle risaie di Canggu. Era gestito solo da balinesi. Dentro c’era un palco su cui ogni sera si alternavano band locali che suonavano cover dei Led Zeppelin e dei Nirvana. Erano bravi, cazzo. Una volta hanno persino fatto dei pezzi degli Arctic Monkeys. Sul retro invece c’era l’area esterna, una sorta di cortile, sempre in cemento. Al centro c’era una pool dove i ragazzini balinesi giravano con lo skateboard. La gente si sedeva attorno e stava a guardarli ascoltando la musica e bevendosi una Bintang dietro l’altra. Io un posto così non l’avevo mai visto.

«Al Pretty c’era un’usanza, tutti i ragazzi con i capelli lunghi si salutavano tra loro, anche senza conoscersi. Si battevano il cinque e si dicevano: “long hair, long life”. È così che abbiamo conosciuto un tizio sudafricano di nome Roy. Era la copia di Taylor Hawkins. Lui e Jacopo si sono salutati e hanno iniziato a parlare di surf. Questo Roy era stato in tutto il mondo, ma arrivato a Bali si è fidanzato con una di Denpasar e ha deciso di rimanerci.»

Prima di andare all’appuntamento si era masturbato. Gli piaceva chiamarla «la preventiva». Voleva sentirsi tranquillo, rilassato, e non rischiare di sparare colpi troppo presto nel caso in cui lei avesse accettato di andare a casa sua dopo l’appuntamento. Poi si era messo il maglione nuovo, il profumo e la giacca in pelle, ed era uscito. Era arrivato prima lui al locale, ma non era entrato subito, l’aveva aspettata fuori. Lei era arrivata con dodici minuti di ritardo. L’aveva riconosciuta quando era ancora sull’altro lato della strada e stava arrotolando il filo delle cuffie nella borsetta. Lei invece l’aveva riconosciuto solo quando era arrivata davanti all’ingresso del locale. L’aveva indicato sorridendo e gli aveva chiesto se fosse lui. Era più bassa di quanto si aspettasse e portava un cappotto grigio, un dolcevita bianco e una gonna nera in pelle con degli stivali dello stesso colore. Si erano salutati con un bacio sulla guancia e avvicinandosi non aveva potuto fare a meno di notare che avesse un buon profumo, e che sotto i suoi occhi si estendevano delle occhiaie gonfie e marroni.

«È stato Roy a parlare a Jacopo di Uluwatu» disse, fermatosi ad accendere la sigaretta. «Una delle località più a Sud. In pratica, una scogliera unica.»

Lei tirò su col naso e lui osservò i suoi occhi. Le occhiaie sembravano essersi gonfiate e i capillari sulla sclera si erano fatti più rossi e densi.

«Lì ci vanno solo i locals e i surfisti più esperti, ma Roy un giorno ci ha portato Jacopo. Gli ha fatto vedere gli accessi nascosti per arrivare in acqua passando per dei cunicoli. Ci sono tornati un altro paio volte e io e Putri, la fidanzata di Roy, li abbiamo accompagnati. Ci sedevamo con le gambe a penzoloni giù dalla scogliera e stavamo a guardarli.»

Lei aveva chiesto se potessero sedersi fuori, perché fumava. Appena si erano accomodati aveva ordinato un Long Island e quando arrivò lo finì in pochi secondi, senza nemmeno toccare una patatina o un’oliva. Lui invece aveva ordinato un Gin Tonic, precisando che fosse con gin Hendrick’s, e nel tempo in cui lo finì lei aveva già ordinato un secondo Long Island e aveva scolato anche quello. Nel frattempo avevano parlato ancora di università e lavoro, delle ambizioni per il futuro e della vita a Milano, poi lui aveva spostato la conversazione sulla vita quotidiana e lei gli aveva raccontato di nuovo che faceva yoga, ma da piccola aveva fatto atletica, era quattrocentometrista, oltre a questo le piaceva andare alle mostre di arte moderna e nient’altro.

Le aveva chiesto di nuovo come mai fosse su Tinder e lei aveva risposto che aveva bisogno di uscire, conoscere gente e perché no, magari trovare un ragazzo. Ammise che quello era il primo appuntamento con uno conosciuto su Tinder, e il primo dopo molto tempo. Lui le aveva chiesto a quando risalisse la sua ultima storia, ma lei aveva esitato, inspirando a lungo dalla sigaretta, per poi dire che non voleva parlarne, non subito quanto meno, perché era finita male. Gli avrebbe parlato di Jacopo più tardi, disse. In quel momento lui pensò al capellone della foto che aveva visto su Instagram e si chiese se fosse lui Jacopo.

Si fermò di nuovo, ma questa volta non fece niente, fissò semplicemente per terra, come se la porzione di asfalto su cui poggiava una delle gambe della sua sedia fosse importante. Poi si portò una mano sulla fronte e iniziò a singhiozzare.

«Una sera di dicembre si erano dati appuntamento per andare a Uluwatu la mattina dopo, ma quando ci siamo svegliati Jacopo aveva trovato un messaggio di Roy che diceva che era stato male, probabilmente si era preso un virus intestinale con il ghiaccio dei drink del Pretty, e sostanzialmente aveva passato la notte in bagno. Aveva scritto a Jacopo che sarebbero andati un’altra volta a Uluwatu, ma lui ormai era in piedi e voleva andarci lo stesso. Io l’ho pregato di lasciar perdere, ma lui ha insistito, allora mi sono alzata e sono andata con lui.»

Una lacrima scese lungo la sua guancia. Lei picchiettò delicatamente la sigaretta con l’indice, lasciando cadere una piccola quantità di cenere nel posacenere. Poi si asciugò la lacrima con il dorso della mano.

«Eravamo nella stagione delle piogge e quella mattina l’oceano faceva paura. Il cielo era grigio e in acqua c’erano solo due balinesi. Mi ricordo che gli avevo chiesto ancora se fosse sicuro di volerlo fare. “Non preoccuparti” mi ha detto, allora mi sono seduta sulla scogliera. C’era talmente tanto vento che avevo paura di volare giù. Ero convinta che nel giro di poco avrebbe iniziato a piovere. Jacopo è sceso dall’anfratto ed è comparso sotto di me. Mi ha guardato e mi ha sorriso come un bambino, poi si è sdraiato sulla tavola e ha iniziato a pagaiare con le braccia verso il mare aperto.»

Lui finì il Gin Tonic e continuò a non dire niente. Rimase adagiato nella sedia con le mani nella giacca e la guardò piangere.

«Io vedevo che appena si metteva in piedi sulla tavola le onde lo riportavano verso la scogliera in un attimo. Dovevo capire. Sarei dovuta scendere e dirgli di andare a casa, ma non l’ho fatto.

«A poco a poco la corrente ha iniziato a spingerlo sempre più verso destra. Mi sono sporta e ho visto delle rocce che emergevano da quel lato. Quando le onde ci passavano sopra le rocce scomparivano. Solo in quel momento ho iniziato a gridare più forte che potevo. Sono scesa nel cunicolo e sono arrivata in acqua. Gli urlavo di venir via, ma lui non mi sentiva. Anche i balinesi si sono accorti e hanno alzato le braccia facendogli dei gesti, ma lui era in piedi sulla tavola e non li guardava.»

Mentre lei raccontava lui aveva pensato che se avesse continuato a bere così probabilmente entro fine serata sarebbe stata ubriaca, e forse a quel punto avrebbe accettato di andare a casa sua senza esitazioni, o magari sarebbe stata addirittura lei a invitarlo.

«Quando l’ho visto cadere non sono più riuscita a sentire niente. Ho iniziato a nuotare verso di lui. Le onde mi riportavano indietro e io nuotavo. I ragazzi sono arrivati prima di me. Li ho visti raccogliere un pezzo della sua tavola. Poi hanno trovato lui.»

Le sue parole erano increspate dal pianto e dai singhiozzi. Il suo viso era diventato rosso e il mascara era colato lungo gli zigomi.

«Li ho visti riportarlo in superficie. Aveva la testa e i capelli pieni di sangue… i suoi bei capelli biondi. Le onde lo lavavano via, ma il sangue riprendeva a uscire, e lui era lì con la testa china, i ragazzi parlavano tra di loro e io non capivo niente. Poi l’hanno sdraiato su una delle loro tavole e l’hanno spinto a riva. Quando l’ho visto mi sono buttata su di lui. Sarei voluta morire anche io quel momento. È stata tutta colpa mia, mi dicevo.»

Lui deglutì un cumulo di saliva amara e le disse che non immaginava.

«Non ti preoccupare,» disse lei. «Non potevi sapere. È colpa mia, è sempre colpa mia. Sono passati due anni, ma ancora non ce la faccio.»

Non dissero più niente. Lei continuò a fissare il bicchiere vuoto e lui continuò a fissare lei, finché il cameriere non uscì a dire che ora stavano proprio per chiudere.

Lui si alzò ed entrò a pagare.

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