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Un gatto silvestro

di Tito Sdralevich

Finalmente ho chiesto a J**** di uscire: ha accettato subito! Va detto che non è stata una mia idea: me l’ha imposto un Gatto Silvestro. Ma tant’è. Mi alzo tardi, pioggerella estiva, temperatura uterina; sbuffo, prendo la metro e sbuco a Porta Genova. Non mi va di bagnarmi. Entro da Alice Pizza; le cameriere si stiracchiano dietro il bancone, hanno tutte un’aria da gattini assonnati e occhi grandi come piattini da the. Ordino un cafè con leche, mi comunicano che da Alice Pizza servono solo tranci di pizza. Insisto, ci accordiamo per una margherita e un caffè americano. In strada le persone camminano veloci, come se corressero incontro al proprio patibolo: ogni giorno nella cerchia urbana almeno un tizio si schianta in motorino perché si è girato a guardare una modella di Gucci. Immagino un patibolo eretto in piazza affari: è costruito con stuzzicadenti e cannucce da cocktail; appesi al cappio sbatacchiano i cadaveri di dodici agenti immobiliari in completo gessato; vengono portati via da una carrozza trainata da cinque TMAX opachi neri, la piazza è deserta, nessuno li piange, nessuno qui ha tempo per il mio spleen in salsa guacamole. Conclusioni: 1) questa città non mi merita; 2) sopravvivere qui è come strappare qualcosa dalle grinfie del nulla; 3) in realtà sono proprio uno stronzo. Pago, saluto, carta nella carta, umido nell’umido, esco. Gironzolo per la fiera di Sinigaglia sull’Alzaia del Naviglio Grande. Ha smesso di piovere. Noto una bancarella mandata avanti senza zelo né passione da un trittico padre-madre-bambina. Mi avvicino alla bancarella. Il padre e la madre litigano dietro a una vecchia Fiat Doblò con la vernice bianca scrostata qua e là. I loro dreadlocks, accrocchiati a piramide, sbucano oltre la capotta della macchina; hanno sfumature variopinte: giallo Marte, terra di Siena. Da dietro la macchina piovono espressioni come “la tua parte”, “la bambina”, “questa merda di vita”. La bambina sta alla cassa (una sedia di plastica sormontata da un registratore Anker 1948). Indossa un costumino da bagno giallo ocra, ha gli occhi duri da serpente e i capelli nero-Sofocle, nelle mani regge un Game Boy Color; da bambino, in spiaggia, devo essermi innamorato di una così. Ispeziono la mercanzia: pipe di vetro, orecchini, anellini da mani, anellini da piedi, spillette della Jamaica, una maglietta nera con su scritto “Un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle”. In una cesta di dadi trovo un solido convesso, di densità uniforme: sembra il guscio di una tartaruga. Lo appoggio sul banchetto; il guscio comincia a vibrare e dondolare come un Ercolino sempre in piedi.

«E questo che diavolo è?».

La bambina mi risponde senza staccare gli occhi dal Game Boy.

«Oh quello? È un Gatto Silvestro, signore; mi sa che ne è rimasto solo uno».

«Fandonie!».

«Glielo giuro su quello che vuole».

«E a che cosa serve?».

La bambina sembra molto presa dal suo gioco.

«E quanto costa?»

«Costa come gli altri dadi nella cesta».

«Va bene, ma siamo sicuri che…»

«Ehi signore! Non mi starà mica dando della bugiarda?!».

«Ma no. È che mi sembra un po’ strano che…»

«Senta, se vuole chiamo mio padre, ma glielo sconsiglio, che mi sembra molto impegnato a litigare e non vorrei che poi le rompe il muso».

Mi avvicino alla bambina e le sussurro nell’orecchio – la gente mi guarda male.

«Certo, piccola cara, ma non è che magari si chiama Tlön o Uqbar o Orbis Tertius? O, chessò, qualcosa di più appropriato alla circostanza, di più nobile… vedi…, qualcosa che non rovini tutto l’insieme, ecco».

La bambina esegue una scrollatina di spalle.

«Cosa vuole che le dica? Una sera ci giocavo e mi sono addormentata, ho sognato Gatto Silvestro alla guida di un pullman di turisti tedeschi, il pullman passava sopra un covo di vipere, i piccoli di vipera, le mamme vipera e i padri di vipera si fondevano in un’unica vipera dalle mille teste e mi inseguivano, ma io mi salvavo chiedendo asilo politico al re dell’Ohio. Le basta come spiegazione?»

«Hai un sacchettino?»

«No».

 

 

*        *        *

 

 

Ho conosciuto J**** nella biblioteca di filosofia. Lavora al banco mentre prepara gli esami di filologia romanza. Ha sempre un libro in grembo e, quando è seduta, tiene le gambe abbastanza aperte; può concedersi il lusso di portare gonne corte abbinate a magliette da ragazzino delle medie; ha i capelli neri lisci e al vertice delle labbra che sembrano intagliat… insomma, le solite cose. È anche molto consapevole di sé stessa, perlomeno nello spazio: tutti i suoi movimenti sembrano stati messi a punto da un orologiaio, o dal tizio che si occupava dei giochi d’acqua a Versailles. Da come sorride ai ragazzi che restituiscono timore e tremore, mi sembra che disponga di un intero arsenale: ghigni, smorfie, paresi facciali, sghignazzi, moine, svenevolezze. Ingegnose tattiche di guerriglia sentimentali per stupire e scoraggiare. A casa controllo su internet cosa diavolo significhi J***. Be’ insomma, per farla semplice: in un lineare episodio nel libro dei Giudici si narra di Sisera (giovane generale del re Iabin, sovrano dei Cananei, figlio del re Ioacaz e di una ninfa di buona famiglia) che disponeva di un temibile esercito di novecento carri da guerra e, controllando il territorio del Carmelo fino al lago di Galilea, opprimeva gli Israeliti. Il guappo Sisara venne sgominato dal re Barac (figlio di Abinoam, il cui nome significa lampo), come profetizzato da Debora (il cui nome significa ape, sposata infelicemente con un certo Lappidot, che esercitava la professione di profetessa e giudice biblico sotto una palma nella periferia di Rāma o di Betel), nel seguente modo. Dopo un’atroce battaglia e spargimento di interiora ai piedi del monte Tabor (oppure, in alternativa, il monte Hermon) presso il torrente Ghincor, Sisara fugge, e da autentico vigliacco si dirige verso la tenda di un tale Eber (un Kenita come se ne trovano a migliaia, che non abitava lontano da Kades e che Sisera, poveretto, riteneva fedele al suo re), lì fu accolto dalla moglie di lui, J**** (il cui nome significa stambecco della Nubia), che gli dice qualcosa del tipo: “Eber è andato un attimo giù a Kades, a procurarsi foglie di canapa e latte di asinella; entra pure nella sua tenda e riposati”. L’allocco ci casca e, esausto, si mette a ronfare su un mucchio di molli cuscini. «Allora J**** tolse un picchetto dalla tenda, prese in mano un martello e si avvicinò a Sisara senza far rumore. Gli conficcò nelle tempia il picchetto, ma così forte che rimase piantato anche in terra. Sisara passò dal sonno alla morte». Dopo averlo inchiodato al suolo da vivo, J**** va incontro al re Barac, e, tutta orgogliosa come un bambino, mostra un disegno alla mamma, le indica il lavoretto ben fatto; invece di inorridire davanti a tanta carognaggine, piovono grandi pacche sulle spalle e si stappano gli otri; qualcuno canticchia «Sia benedetta fra le donne J**** […] così periscano tutti i tuoi nemici, Signore». Fine.

Deglutisco. Chiudo il computer. Metto su le variazioni di Goldberg e mi faccio un the verde. Ho bisogno di calma. Con le dita che tremano tiro fuori il mio Gatto Silvestro dalla tasca. Mi sono informato: ogni Gatto Silvestro possiede specifiche qualità geometriche e topologiche che, pare, mutano in base a una costante che si ottiene dividendo il numero di bottoni sinaptici del possessore per il numero di rimorsi o ripensamenti che ha accumulato fino a quel giorno. In altre parole, ogni Gatto Silvestro, più che posseduto, viene “cucito addosso” al possessore, come i feed di YouTube o i menu dei voli in primissima classe. Ogni Gatto Silvestro che si rispetti percepisce, computa, immagazzina, predice, agisce di conseguenza, registra la risposta, paragona la risposta alla previsione, si premia o si punisce, fornisce una risposta al suo proprietario, si adatta e ricomincia da capo. Solo una caratteristica, la più importante, non cambia: ogni Gatto Silvestro, prima o poi, cade da un lato o da un altro; c’è poco da fare.

Bene, ci siamo. Sono fuori, nel chiostro della biblioteca di filosofia, appoggiato a una colonna in finto porfido di plastica espansa – quelle originali le hanno portate via per la mostra su Atlantide a Gardaland. J**** ha il turno in biblioteca, dalle quattro alle quattro e un quarto: devo sbrigarmi. Mi accovaccio, sgombero il lastricato di cicche e sigarette, estraggo il Gatto Silvestro. Entro in biblioteca. J**** è lì che non mi aspetta. Mi sorride. Ed eccoci qui, seduti al tavolino del Friedrich der Grosse, appena uscito da uno scrupoloso rebranding; nella nuova carta ci sono solo birre ispirate a famosi campi di concentramento. Sia che io che J**** concordiamo nel trovarlo di cattivo gusto, o perlomeno opinabile. Ordiniamo una Ravensbruck.

«Dovresti smetterla di pensarmi: mi fai venire l’acufene».

«Come fai a sapere che sono io?»

«Ogni volta che entri in biblioteca, cominciano a sanguinarmi le orecchie».

«La massa, per avere forza, deve essere pura: non può accettare scorie dialettiche».

«Questo però mi permette di introdurre un argomento seminale e cioè la top tre dei gelati dell’estate italiana».

«…»

«…»

«Senti – le dico –, perché non la smettiamo con tutti questi fuochi d’artificio? Perché non arriviamo al cuore della faccenda?».

«Insomma, vuoi sapere il motivo di tutti quei sorrisoni in biblioteca?».

«Sarebbe un ottimo inizio, sì».

«Be’, è molto semplice: è un modo per tenervi lontani, per confondervi. Allontano chiunque voglia conoscermi, per rassicurarmi di essere intatta e intoccabile, pura e inespugnabile».

«Ah sì?», la mia Ravensbruck ha un retrogusto smaltato.

«Già già! Il problema è che, sotto sotto, non lo sono; o meglio, lo sono nella misura in cui esiste una purezza che coincide con l’aridità e la sterilità. Ambisco, invece, a una purezza ottenuta attraverso il crogiolo e il fuoco, luoghi di incontro e di fusione, per definizione».

«Gulp».

«Eh sì».

«Aspetta, non sarai mica…?»

«Evangelica, per la precisione. Il fatto è che…, sì, che tu mi piaci costituisce un notevole problema».

Le mostro il mio Gatto Silvestro.

«Me l’ha venduto una bambina. Se non diventerà una hippie, credo avrà un futuro negli Esports».

Mi dice che è molto bello e utile.

Breve scambio e-pistolare.

J: «Ci ho riflettuto, e tra noi non può assolutamente funzionare. Il fatto che tu non creda costituisce un problema insormontabile – capisci? Non te la prendere: nulla di personale».

Io «Con un malato condannato non bisogna voler essere medici. Non ti preoccupare. Mi prendo la mia cottarella e me la infilo in tasca».

J: «Che ne dici di un gin & tonic?».

Io «Guarda, mi piacerebbe molto. Il problema è che il mio Gatto Silvestro mi ha imposto un viaggetto a New York; quindi, non credo proprio di farcela per le sei di oggi pomeriggio. Mi chiedi com’è New York? Sfruttando le proprietà del mio Gatto Silvestro, ho esplorato un po’ la città lanciandolo a ogni biforcazione. Considerata la sua pianta-a-scacchiera, le probabilità di impantanarsi in un loop saranno altine, obietterai tu. In verità, se si considera l’albero dei lanci e un quartiere fatto a rettangolo, le probabilità di tornare sui propri passi e scontrarsi due volte contro lo stesso rabbino sono di ½ x ½ x ½ x ½. Pochine, tantine: dispende dai punti di vista».

 

 

J: «A quarant’anni inoltrati, il conte Lev Tolstoj (Tolstoj in russo significa “grasso”) tentò più volte di ammazzarsi, sparandosi in testa con un fucile da caccia, o impiccandosi nel granaio della sua tenuta di Jàsnaja Poljàna. Motivo? Totale mancanza di significato. Trovare Dio o il “bene” gli ha letteralmente salvato la vita. Ho sempre pensato che l’amore andasse meritato. Quando ne ho trovato uno gratuito, che giustifica e redime, non è che ci sono stata tanto a pensare: certe cose si vedono; è inevitabile, assolutamente inevitabile, come quando sbadigli, o cadi in un fosso. È inutile, quindi, che stiamo tanto a discuterne. Allora? Vuoi venire in campeggio con me?

Io: «È che non sono in città, sono ad Amsterdam. Temo che presto il mio Gatto Silvestro mi spedirà dritto dritto in Finlandia. Vallo a capire. In ogni caso, c’è da stare attenti qui: se entri in un canale le possibilità di tornare sui tuoi passi aumentano vertiginosamente; direi nella misura di ½ x ½. Saluti & baci».

 

J: «Mi sembri uno di quei cavalli da alpeggio, quelli a cui mettono un sacco in testa e, ciechi, continuano ostinati a brucare l’erba».

Io: «1) Il conte Lev Tolstoj un giorno visita l’asilo per i poveri e i senzatetto di Ljapin, a Mosca. 2) Il conte Lev Tolstoj rimane a bocca aperta davanti agli abitanti dell’asilo di Ljapin: affamati, storpi, malnutriti, tremanti dal freddo, dementi, con gli arti incancreniti, umiliati. 3) Il conte Lev Tolstoj, davanti a un Samovar incandescente e a un circolo di principesse, pronuncia la frase «è impossibili vivere così, impossibile. 4) Il conte Lev Tolstoj abbandona i poveri di Mosca, perché non è possibile aiutarli tutti, e torna in campagna, a Jàsnaja Poljàna, a giocare a fare il contadino, a cucinare con la padella, ad affondarsi nella terra come un aratro. 5) Il conte Lev Tolstoj ricava dal lavoro fisico una pace perfetta dello spirito: trova Dio, trova il ‘ bene’, comincia a predicare con frasi patetiche come “tu sentirai la gioia di vivere liberamente con la possibilità del bene”. Chi non lo segue, chi non la pensa come lui, è un’anima perduta che merita l’inferno. 6) Una notte, davanti al camino, ripensa ai poveri di Ljapin. Che felice trovata! Il loro pensiero adesso lo rincuora: grazie a loro sono diventato migliore. Quella notte, al ricovero di Ljapin, un neonato muore di freddo tra le braccia della madre. Il mio Gatto Silvestro mi suggerisce di non diventare un mostro, se lotti contro un mostro.

J: «Carino, ho prenotato una tenda per due».

 

 

*        *        *

 

Si vocifera che il campeggio ‘Sola Gratia ­– Galletto Valparaìso®’ di Introbio (LC) sia stato edificato sulla planimetria originale di un campamento de verano, trovata nella biblioteca personale dell’Inquisitore generale Tomás de Torquemada. Io dormo in tenda con J****. Abbiamo ottenuto un permesso speciale e l’arcidiacono in persona è venuto a inchiodarlo alla nostra zanzariera. In cambio del permesso, ha preteso che dormissimo in una tenda di vetro. Zanzare e rifrangenza a parte, non si sta poi tanto male. Alle cinque e mezza, i megafoni ci svegliano con gli esercizi spirituali di Meister Eckhart, io mi tolgo il caschetto (non si sa mai) e, con il dito indice, perforo un buchino nel paravento e la spio mentre si veste. Usciamo tutti dalle tende e ci disponiamo in semicerchio. Le tende sono posizionate ad anfiteatro romano, in mezzo alla radura. Impilati uno sull’altro, arrugginiscono vecchi strumenti di tortura: Frusta, Gogna, Ruota, Argano della strega, Culla di Giuda, Collare, Gabbia sospesa, Forca, Mordacchia, Maschera di ferro, Pera rettale, Vergine di Norimberga; dovrebbe esserci tutto. Ci scrolliamo la rugiada di dosso e intoniamo i salmi. Colazione veloce. Ci dividiamo in gruppi e iniziamo le attività: digiuno, catechismo, evangelizzazione dei nativi (l’autogrill più vicino è appena a venti chilometri in pulmino), volantinaggio, mortificazione del corpo al ruscello, preghiera nei boschi; oggi si giocano gli ottavi del torneo di pallavolo (Utenti Pornhub VS. Antisti). La notte, quando tutti dormono, copro la tenda con una tovaglia rubata in mensa e mi sdraio di fianco a J****, che fa finta di dormire, girata di spalle.

«Alla fine, si riduce tutto a questo?», mi bisbiglia.

«E ti sembra poco?»

«Cosa ti suggerisce il tuo Gatto Silvestro?»

«Non saprei. È nella tasca dello zaino, ma credo mi direbbe di scappare a gambe levate».

«Quanto ti piace andare in giro a fare l’impunito con il tuo spleen al guacamole, con le tue cottarelle e i tuoi sentimenti? Straccetti lividi, al centesimo lavaggio a freddo in lavatrice: la verità è che sei come tutti».

«Mediocre?».

«Impaziente».

Le passo un dito sulle guance e me lo metto in bocca: sa di salatino al formaggio.

Il giorno dopo, tutti in gita! L’apparizione del Cristo in vetta è data per le 12.45: dobbiamo accelerare il passo. J**** mi cammina davanti, indossa dei pantaloncini da trekking e una magliettina che le lascia le scapole scoperte: che le vorrei spolpare. La lunga fila di devoti si snoda su per la montagna in una preghiera silenziosa. Ci accampiamo a pochi metri dalla cima e aspettiamo il nostro turno. Chi scende dalla cima ha gli occhi gonfi e un sorrisone postcoitale. Tocca a noi. J**** mi trascina su e si inginocchia. Io guardo verso valle: gli uomini e le donne del paese si sono radunati su una collinetta e si divertono a fare rotolare giù una forma di formaggio e a inseguirla. Il Gatto Silvestro comincia a vibrarmi in tasca. Devo essermi perso qualcosa perché J**** si è rialzata e sta piangendo.

«Hai visto?».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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