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Il ritorno della guerra rimossa

di Giorgio Mascitelli

Maurizio Lazzarato, Guerra civile mondiale?, Deriveapprodi, Bologna, 2024, euro 15

Già da alcuni anni, dapprima che i conflitti ucraino e palestinese prendessero o riprendessero la prima pagina dei giornali per intenderci, Maurizio Lazzarato ha spostato la sua attenzione sulla guerra come modo di accumulazione primario del capitalismo e quindi sulla nozione leninista di imperialismo, ossia sul grande rimosso politico e culturale degli ultimi trent’anni non solo da parte del mondo liberale, ma anche delle sinistre antagoniste occidentali. In questo libro, l’ultimo di tre opere dedicate all’argomento, in particolare Lazzarato inquadra quella che con le parole del papa si potrebbe chiamare la ‘terza guerra mondiale a pezzi’ entro la categoria di guerra civile mondiale. Con questo termine Lazzarato intende il modo moderno della guerra tipicamente  capitalistico, senza il quale non c’è accumulazione primitiva,  perché non si basa sempre su una conquista territoriale, ma  anche sull’attacco a categorie della popolazione (operai, donne, popolazioni razzializzate ossia designate come minori) e pertanto non sempre appare una guerra guerreggiata in quanto ricorre anche ad altre forme di espropriazione e violenza. La guerra civile, che non coincide con la rivoluzione, anche se le rivoluzioni sono guerre civili nate da una reazione delle vittime agli atti bellici, è funzionale a una nuova organizzazione del mercato mondiale. Una nuova organizzazione del mercato mondiale non è mai pacifica non solo perché presuppone un cambiamento dei rapporti di forza tra i paesi e dentro gli stati, ma perché è una fase di una nuova accumulazione primaria, cioè la fase violenta con cui un nuovo capitalismo forma i suoi capitali. Inoltre la guerra civile non ha una dimensione solo bellica e collettiva, ma comincia per così dire con il principio di competitività tra gli individui che regge le società capitalistiche, specie quelle neoliberiste globalizzate, che lo hanno elevato a principio guida dei rapporti sociali.

Infatti la premessa ideologica della globalizzazione ossia di un superamento degli stati a favore di un libero dispiegamento delle forze economiche e dello spostamento della sovranità in una generica sfera internazionale si rivela falsa perché tutto il processo della globalizzazione è stato retto dal primato politico e militare dello stato statunitense. Affermare questo vuol dire che la globalizzazione non è affatto un fenomeno pacifico ed è invece caratterizzato da una violenza funzionale a nuove forme di accumulazione (d’altronde l’atto di nascita della globalizzazione non fu forse la Prima guerra del Golfo, definita allora come l’ultima guerra prima della fine della storia?).

La tesi di fondo di Lazzarato è che l’attuale quadro bellico nasce come risposta alla crisi dei mutui subprime del 2007-08, che segna a sua volta la crisi di un ciclo di accumulazione capitalistica, nato a partire dagli anni settanta incentrato sul consumismo, nei paesi occidentali, e sul suo finanziamento tramite il debito e dunque con un marcato ruolo di guida del capitalismo finanziario rispetto a quello industriale, basato sulla produzione. L’uso del debito per sostenere il consumo avrebbe consentito il superamento della tendenza alla stagnazione tipica del capitalismo monopolistico, ma la crisi dei subprime segnala  l’impossibilità di proseguire oltre in questo processo. Nonostante tale crisi sia stata scaricata con successo sul debito pubblico di alcuni stati occidentali, è la crisi dei cosiddetti debiti sovrani del 2011-12, la tendenza alla stagnazione resta. Questo comporta la necessità di aumentare le politiche di sfruttamento del Sud del mondo, ma anche qui il capitalismo occidentale si scontra con l’emergere di una nuova potenza capitalistica, la Cina, che le contrasta organizzando a sua volta delle politiche di penetrazione e creando un sistema di alleanza alternativo. Dunque il contesto attuale si presenta come scontro tra questi capitalismi, in particolare perché in un sistema finanziario che tramite il debito finanzia il consumo, la questione della moneta di riferimento internazionale è fondamentale e la funzione guida del dollaro è imprescindibile da un primato politico-militare degli Stati Uniti.

Questa guerra civile mondiale non comporta solo uno scontro tra stati come in Ucraina o comunque una guerra aperta come a Gaza né tensioni politiche quali quelle per Taiwan, ma anche una marcata azione contro classi o categorie di popolazione interna. In particolare la nuova fase di accumulazione basata sul debito e sulla finanziarizzazione è legata a un’eliminazione di quelle forme di compromesso con il capitale come lo stato sociale che i conflitti sociali del Novecento avevano imposto; nel contempo si è sviluppata nelle democrazie occidentali una prevalenza dell’esecutivo sul legislativo che corrisponde sia alle necessità del capitale finanziario, che si presenta dal punto di vista politico e giuridico come eccezione ed emergenza, sia alla frammentazione e tendenziale scomparsa delle varie forme di opposizione di classe. E’ probabile che questa tendenza sarà rafforzata ulteriormente dallo sviluppo della guerra.

Il libro è attraversato da una polemica nei confronti dei concetti di biopolitica e governamentalità, elaborati da Foucault per descrivere le tecniche di governo del neoliberismo, che sono a parere di Lazzarato delle false piste interpretative perché sorvolano sulla tendenza alla centralizzazione e alla violenza del capitalismo:  infatti “Il concetto di biopolitica ha riscosso tanto successo proprio perché, come il concetto di governamentalità, rimuoveva guerre e guerre civili mondiali, secondo l’ideologia per cui l’Occidente, una volta sconfitto il comunismo, non avrebbe avuto più problemi di sicurezza” (op.cit. p.67). Ora non solo alcune interpretazioni della biopolitica non nascondono gli aspetti più violenti di questa pratica ( per esempio Agamben, quando afferma che il campo di concentramento è il paradigma biopolitico, anche se non è interessato alle sue evidenti connessioni con i modi di accumulazione), ma resta il fatto che la biopolitica descrive abbastanza correttamente un certo modo di governo delle società capitalistiche. Questo dualismo di funzionamento del capitalismo, quello più soft, governamentale, parcellizzato e quello invece violento, imperialista e centralizzato può essere più utilmente spiegato con la teoria dei cicli di accumulazione di Arrighi, che considera l’imperialismo un fenomeno tipico dell’ultima fase, quella di crisi.

Un altro momento di dibattito che suggerisce questo libro ossia quello dell’importanza per i movimenti di riscoprire la dimensione del conflitto e della negazione e quella dell’importanza del contesto generale appare non tenere in conto che nel corso del Novecento la dimensione del conflitto e della rottura è stata gestita da forme organizzative più strutturate dei movimenti, di solito di tipo partitico. Se è assolutamente condivisibile l’idea di Lazzarato che le forme organizzative del passato non possono più essere usate, è d’altro canto evidente che di forme organizzative si parla e non di movimenti che fanno della spontaneità e della transitorietà il loro punto di forza.

Il merito di questo libro è la capacità di presentare un quadro complessivo della situazione attuale in una maniera articolata e con un linguaggio fruibile anche dai non addetti ai lavori. Non era affatto scontato arrivare a proporre un’interpretazione convincente della situazione in una forma chiara e sintetica, data la complessità del quadro e dei dati. E in questo Lazzarato riesce perfettamente. Certo il suo libro è di quelli che analizza la verità effettuale della cosa e non l’immaginazione di essa,  o, per dirla più modernamente, tra la pillola rossa che ti fa vedere la realtà com’è e la pillola blu che ti immette in un mondo ideale, Lazzarato sceglie come il protagonista di Matrix senz’altro la prima. E questo potrebbe spiegare perché le tesi sostenute qui differiscono in maniera sostanziale dai discorsi e dalle analisi che vanno per la maggiore.

 

 

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4 Commenti

  1. Io mi sto rileggendo uno dei tre testi in questione, “Il capitalismo odia tutti. Fascismo e rivoluzione”, che mi sembra particolarmente limpido per decifrare la progressiva, ma per ora irresistibile ascesa dei “nuovi fascismi” in Europa. Penso che un confronto di queste tesi di Lazzarato con quelle espresse da Giovanni Arrighi, come tu già proponi, sia molto utile. Per altro, riscontro in Lazzarato punti che già in Arrighi sono ben assodati, come il ruolo irrinunciabile dello Stato-Nazione nelle politiche neoliberiste sopratutto a livello internazionale. Anche l’altro punto che sollevi è molto importante, sul rapporto movimenti orizzontali e partiti / sindacati strutturati verticalmente, e varrebbe un confronto ampio . Un punto ulteriore, che andrebbe ripreso alla luce di quello che sta accadendo oggi, è poi quello che riguarda la forza di condizionamento ideologico dei media di massa, tradizionali o elettronici. La questione del controllo di questi media è cruciale, sopratutto se si vuole pensare a prospettiva di resistenza e contestazione possibile. Forse questo aspetto rimane un po’ in ombra, almeno nel saggio di Lazzarato che sto rileggendo.

  2. “Nonostante tale crisi sia stata scaricata con successo sul debito pubblico di alcuni stati occidentali, è la crisi dei cosiddetti debiti sovrani del 2011-12, la tendenza alla stagnazione resta. Questo comporta la necessità di aumentare le politiche di sfruttamento del Sud del mondo, ma anche qui il capitalismo occidentale si scontra con l’emergere di una nuova potenza capitalistica, la Cina, che le contrasta organizzando a sua volta delle politiche di penetrazione e creando un sistema di alleanza alternativo.”

    Una curiosità su una quetione cruciale. Vorrei sapere cosa ne pensa Giorgio Mascitelli del saggio di Carlo Formenti, L’ENIGMA DEL “MIRACOLO” CINESE E LA NECESSITA’ DI RIDEFINIRE IL CONCETTO DI SOCIALISMO pubblicato sul suo blog il 29 ottobre 2023, che mi pare in netto contrasto con la definizione qui data della Cina come “nuova potenza capitalistica”.

    • Innanzi tutto Ennio, scusami se ti rispondo solo ora, ma ti ho letto giusto ieri. Quanto alla tua domanda, che è in realtà talmente complessa da non poter avere una risposta così esauriente in uno spazio di questo genere, mi limito a fare questo osservazioni: Arrighi e Formenti danno del sistema cinese la lettura braudeliana per cui il mercato preesiste al capitalismo e lo stesso partito comunista cinese ritiene che la sua direzione politica dia sufficienti garanzie, per cui per es. alcuni anni fa il partito comunista decise d’ufficio di alzare i salari operai e le aziende si dovettero adeguare (cosa impensabile nel capitalismo). D’altra parte però le sperequazioni, la corruzione e alcune dinamiche sociale cinesi sono tipiche dei paesi capitalisti. La penetrazione economica, anche se mai imperialista in senso classico perché la Cina non ha basi militari all’estero, si basa su accordi in cui il peso preponderante dell’economia cinese gioca il suo ruolo, per cui ti direi che possiamo parlare in uno scritto di altro genere di ‘nuova potenza capitalista’, anche se con tratti diversi da quelli occidentali

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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