Il campione

di Cristian Palmas

Nell’asettica bianca reception della €, @ ingannava l’attesa di oltre venti minuti sognando, con sorriso beota, presentazioni in tutto il Paese, accoglienze da star, laute trasposizioni del suo romanzo, addirittura l’Oscar, come non aveva mai sognato in tutti quegli anni di falliti tentativi di esordio; ma ora, grazie all’interessamento di F, una grande casa editrice l’avrebbe pubblicato.

Dall’ascensore apparve a un tratto una persona dall’aspetto anonimo, tuttavia capace di risvegliarlo bruscamente: non capiva se fosse uomo o donna, ermafrodita o altro; ma ben altri tratti lo spaventarono: il soggetto era alto e basso, magro e grasso, con occhi chiari e scuri così come i capelli lunghi e corti; il viso erabello e brutto, di colore indefinibile come felpa, scarpe e jeans di marche indefinibili. Ma no, non può essere! @ temette di esser stato drogato o di vedere uno spettro o un mostro; anzi no, nemmeno, poiché non poteva esisterequalcosa che non potesse essere descritto. L’anonimo si assise a lui dinnanzi e si immerse con agili dita nellosmartphone dopo un incolore «Buongiorno» a lui rivolto, ma non ricambiato. Sto impazzendo?

Trascorsero altri dieci interminabili minuti, nei quali @, seppur curioso, titubava afflitto da vari dubbi, mentre l’entità era ancora lì a compulsare app. Una porta si aprì riscuotendolo: due uomini, ridendo e chiacchierando di frivolezze, si accostarono alla reception: @ riconobbe nel più anziano il famoso scrittore ©; l’altro per un attimo si rivolse alla receptionist per le novità: #, caporedattore per la narrativa di €, fissò @ e, con sorriso commerciale, agitò da lontano una mano amichevole, promettendo infine un «Arrivo subito!».

Ma riprese a chiacchierare per altri dieci minuti di futilità varie; fino a quando non fu lo scrittore achiudere la conversazione e a uscire salutando la sala d’aspetto come chi sa di essere una star. @ era sempre più disorientato: in tutto quel tempo, nessuno si era stranito per un’entità che possedeva tutte le qualità e nessuna – la quale aveva ora le mani congiunte sul grembo, niente smartphone e sguardo fisso all’infinito, da pupazzo.

# si avvicinò a @ come per abbracciare un caro amico di vecchia data, ma all’ultimo allungò una solidamano per stringere con fare maschio quella molle e sudaticcia dell’altro, balzato su come una molla. Erano all’altezza della reception, diretti all’ufficio, quando # si voltò con noncuranza verso l’essere e bofonchiò un«Vieni», girandosi subito dopo e conducendo @. Quest’ultimo aggrottò la fronte e rabbrividì, mentre l’anonimo siavviava come automa e li seguiva. Sono io che ho le allucinazioni? È tutto normale?

@ si accomodò di fronte a #, separati da una scrivania confusa; l’ente si appollaiò su una sedia a destra di #, a ridosso di uno schedario come una cosa posata a caso, con sguardo avanti in standby. Gelido sudore teso avanzava lento sulla fronte di @, ostinato a fissare l’ente.

«Così sei amico di F, eh?» chiese # per rompere il ghiaccio, mani scartabellanti nel marasma di fogli stampati.

«Sì», rispose distratto @.

«Già, già», confermò # ammiccando, e raccolse un dattiloscritto con segnato in rosso “da F”. « A lui piace, il tuo romanzo… Anche a me, eh, molto interessante.»

«Grazie», riuscì a dire solo l’altro, l’ansia deglutendo a fatica. Per lui quello è reale?

«Ottima storia, originale, vita vera», proseguiva # tambureggiando le punte delle dita sul plico. «Ma lo stile…troppo complicato, troppo… faticoso. Mi capisci?»

Quel giudizio ebbe il potere di distogliere @ dall’anonimo – # proseguì:

«Vedi, gli esordienti commettono tanti errori. Tu scrivi molto bene, eh, però sei troppo… scolastico: periodi molto lunghi, ricchi di subordinate, punteggiatura, inutili orpelli retorici per far vedere quanto sei bravo. Sono tutte cose che disorientano, affaticano la lettura, la rendono fine a sé stessa. Anzi, infastidiscono la maggioranza dei lettori, il lettore medio… no, non mi piace quest’espressione: sembra di dare del mediocre, non è politically correct… preferisco il ‘lettore campione’… Ecco, il lettore campione ti prende per arrogante e non leggerà mai il tuo romanzo. Scritto così, eh.»

@ era allibito: anni per forgiare il suo stile narrativo, mesi dedicati a quel testo per correggere errori, rivedere contenuti, maniacali taglia e cuci, curare la punteggiatura, setacciare solerte vocaboli; per infine sentirsi dare del dilettante, dire di aver perduto tempo: amarezza e umiliazione stillavano dal suo viso.

«Non è un dramma, eh», si affrettò a rincuorare # ponendo le mani avanti. «Bisogna solo spezzare i periodi, ridurre la punteggiatura, rendere le frasi incalzanti. Il lettore campione vuole ritmo, tensione, emozioni, subito e dirette, se no s’annoia. Mi segui?»

@ non poteva parlare: aveva letto tanti contemporanei con stili simili ma nessuno gli era parso un vero artista: obbrobriosa era l’idea di vilipendere la propria prosa. # tacque di fronte a quel mutismo, e con una mano gli chiese di attendere.

«Oh!» quasi gridò rivolto all’ente, manco fosse un asino. «Leggimi questo», e gli porse la prima pagina, con un brano circondato di rosso.

@ impallidì. Davvero noto solo io che non può esistere un individuo simile? Si convinse allora di avere lui qualche grave problema, così finse che l’anonimo fosse una persona normale, qualunque, per quanto bizzarra.

L’anonimo si animò, prese il foglio e iniziò a leggere. @ provava imbarazzo per gli inciampi, il tono monocorde, il ritmo sbagliato, il suo volto impassibile nonostante quell’increscioso strazio.

«Allora?» gli chiese #, ultimata la penosissima lettura.

«Non ho capito», rispose l’ente, grigio e metallico.

«Visto?» proruppe trionfante # indicandolo col pollice ma col viso verso @.

«Visto cosa?» chiese @, alterato e smarrito in un racconto surreale.

«Il lettore campione non capisce cosa scrivi», sentenziò # vittorioso, rilassandosi sullo schienale.

«Quello è il lettore campione?» sfuggì allarmato a @.

«Eh, no, eh!» rifiutò # con mani avanti, avendo frainteso il tono dell’altro. «Niente snobismi! Tutti devono poter capire, è un principio base della comunicazione. Chi scrive per sé stesso non è uno scrittore…»

«Ma io scrivo per tutti quelli che vogliono leggermi…» obiettò confuso @.

«Bisogna essere umili, volare basso…» proseguiva #, sordo e indifferente.

«Ma io scrivo narrativa, faccio letteratura…»

«La letteratura È comunicazione…» sentenziò # interrompendolo ancora. @ ammutolì disgustato da quella superficialità, capace di sottrarlo all’assurdità della situazione.

«Se la maggioranza dei lettori», proseguiva # indicando il campione, ora rapito da un video, «non capisce ciòche scrivi, a chi vendiamo il tuo libro?»

@ per una frazione occhieggiò il campione, immobile e muto con lo sguardo fisso sullo smartphone, prima di chiedere:

«Senti, ti sei accorto che il tuo campione è sia alto che basso? E che è bello e brutto allo stesso tempo?»

«Ancora snobismo!…»

«No!» quasi gridò @ costernato e stufo. «È che non può esistere un essere sia grasso che magro, sia alto che basso… Lo trovi realistico? Normale?»

# ridacchiò tra sé, paternalistico: «Ah, gli esordienti!…» Cadde un silenzio colmo di assurdità.

«F è un nostro autore. E un amico», sottolineò # complice, infrangendo il silenzio. «Se sistemi il testo, ti prometto che lo pubblicheremo.»

@ non comprendeva se era più sconvolto dal lettore campione, da # o dal rischio di bruciare l’unicapossibilità di essere pubblicato per colpa della sua prosa artistica: aveva troppo sognato il suo successo,per potervi rinunciare ora.

«Va bene», concluse tremante, alzandosi in piedi imitato dall’altro. «Appena pronto, ti giro il primo capitolo.»

«Questo è lo spirito giusto!» esclamò compiaciuto #, stringendogli forte la mano tesa. «Faremo di te un grande scrittore!»

«Un campione!» suggerì @, ridendo nervoso e sarcastico.

«Eh già!» rise #.

@ quasi corse fuori dall’ufficio e attese di entrare in ascensore per boccheggiare. Quattro boccate e si riprese: l’ente non c’era più, l’euforia scioglieva l’ansia: è fatta, basta semplificare per esordire – solo questa volta, però!

Ma quasi gli prese un colpo quando si vide nello specchio dell’ascensore: era alto e basso, magro e grasso, e il suo viso di colore indefinibile.

Immagine di Matthias Wewering da Pixabay

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7 Commenti

  1. Non sono all’altezza di recensire uno scritto come questo però posso dire che mi sono immedesimata parecchio “nel campione” e stranamente mi piace questo racconto. Non rientra nei miei gusti personali però è scritto in modo eccellente. Bravo Christian.

  2. Mi complimento sinceramente con l’autore per l’arguzia e la sagacia di questo racconto dal finale davvero sorprendente. Mi hanno positivamente colpito 3 aspetti che desidero qui sottolineare chiedendo al Dr. Palmas se ho ben interpretato il suo pensiero.
    1. L’entità rappresenta a mio avviso il tutto ed il suo contrario, esattamente ciò che un autore, soprattutto se esordiente, deve aspettarsi dalle CE;
    2. L’eccessiva attenzione agli aspetti commerciali di un’opera che a mio avviso deve esprimere ciò che l’autore sente e non ciò che il “lettore campione” ama leggere per potersi considerare poi superiore;
    3. L’esaltazione del “nulla” culturale spacciato per modestia a confronto di idee e proposte che, se razionalmente supportate e logicamente motivate non descrivono superbia bensì il lodevole contributo dell’autore a migliorare la società.
    Perdonatemi, ma il racconto mi è piaciuto talmente da voler condividere queste mie considerazioni.

    • Grazie per i complimenti. Provo a rispondere ai quesiti posti.

      1. Il lettore campione rappresenta un’entità che non può esistere, un personaggio costruito per polemizzare con il concetto tanto in voga tra le case editrici di “lettore medio” oppure della “maggioranza dei lettori”, che altro non è che un concetto statistico molto arbitrario, discutibilissimo, eppure su tale concetto si fonda molta della selezione editoriale.

      2. @ è un artista, o almeno vuole esserlo, sebbene diversi dettagli del racconto mostrino come sia un po’ velleitario; perciò i suoi criteri qualitativi sono ben diversi, addirittura contrapposti a quelli puramente commerciali. Il problema che qui si pone è che @ vuole pubblicare un’opera d’arte, mentre # vuole realizzare un libro commerciale, nell’interesse economico della casa editrice. Se @ in partenza avesse proposto un giallo, un thriller o qualunque altro libro di genere, con uno stile standardizzato, non vi sarebbe stato alcun problema.

      3. Il modo in cui ho voluto caratterizzare il caporedattore è ovviamente iperbolico, sarcastico, a tratti comico, poiché ho voluto sdrammatizzare e ironizzare su qualcosa che purtroppo accade davvero nelle case editrici: l’arte non fattura abbastanza, a meno che l’autore non sia già famoso di suo; ma pure in questi casi, si rischia di andare in perdita. Alcune case editrici hanno dichiarato di sfruttare gli introiti della narrativa di genere per coprire le spese di quegli artisti che ritengono meritevoli di pubblicazione; un alibi per la loro ossessione a voler pubblicare libri di stampo puramente commerciale. Peccato che la recente vicenda di Aldo Busi, uno dei maggiori scrittori viventi, dimostri l’esatto opposto.

      Non vorrei tuttavia far passare l’idea che il mio racconto sia solo un attacco frontale alle case editrici, o al loro atteggiamento fin troppo votato al denaro a scapito della cultura: il protagonista, se fosse stato un vero artista, avrebbe rifiutato la proposta indecente; invece alla fine si è piegato, sebbene a fatica: è uno di quei tanti che alla fine diventa parte del sistema che al contrario avrebbe dovuto combattere.
      Non ci sono eroi, in questa storia; semmai personaggi che si credono campioni, a partire dall’autore fino al caporedattore. Una storia volutamente moralistica in un’epoca in cui la parola ‘morale’ è diventata una bestemmia.

      • Grazie per aver preso il tempo di commentare le mie modeste riflessioni. Alla fine, credo si possa concordare come il vero problema sia la mancanza di educazione culturale che genera un mercato ignorante al quale purtroppo ci si deve rivolgere se si vuole vivere di scrittura. Probabilmente è il caso di @ e del suo piegarsi ai diktat di #, che è il termometro e non la causa della febbre dell’editoria. A mio avviso sono coloro i quali hanno la fortuna di godere di risorse economiche alternative a doversi esprimere liberamente, a mantenersi intellettualmente indipendenti ed insistere nell’affermare le proprie opinioni anche se anticonformiste, anche se non vendono, perché comunque offrono a chi le formula come a chi le condivide la gioia di aver fatto qualcosa di buono e soprattutto di non essere soli.

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