Il romanzo Mosè e l’archetipo di Freud

 

di Ludovico Cantisani

Marx, Nietzsche, Freud: tre colossi del pensiero occidentale degli ultimi due secoli, accomunati dall’applicazione ossessiva di tattiche di svelamento che, pur facendo riferimento all’idea greca di verità nel loro procedere dialettico e nelle loro implicazioni tragiche, hanno aperto la strada alla modernità (non alla contemporaneità). Maestri del sospetto, li ha definiti Paul Ricoeur, con un’espressione giustamente diventata di moda. Capaci di formulare, soprattutto Marx e Freud, un pensiero in sé conchiuso ma capace di cambiare radicalmente le vite di quanti sarebbero entrati in contatto con le loro opere, tanto da prevedere, nel caso del primo, una perfetta continuità tra filosofia e politica, tra pensiero e azione.

Soprattutto dopo che lo stesso Freud ebbe formulato il tanto chiacchierato complesso di Edipo, il Novecento si affrettò nella lotta contro i padri: e in quel grandioso atto mancato che furono tutti i tentati parricidi del Novecento, gli stessi tre maestri del sospetto non uscirono indenni. Preso atto del parziale fallimento delle teorie marxiane, della loro non totale aderenza alla realtà e alla Storia per come si era sviluppata dal 1883 della morte del filosofo fino al 1917 della Rivoluzione d’Ottobre, già negli anni venti furono molteplici i tentativi di controanalizzare Marx con i suoi stessi strumenti, a volte nell’esplicito intento di scrivere una nuova versione, ancora più “scientifica”, del Capitale. In maniera identica seppure in contesti completamente diversi, si tentò di muovere contro Nietzsche le sue stesse armi, il suo stesso martellare, e in quest’impresa si è affaccendata la più contraddittoria sequela di filosofi del Novecento, da Heidegger a Derrida, tutti impegnati a denunciare quanto Nietzsche fosse irretito da tutti quei sistemi di pensiero – il platonismo, l’immaginario giudaico-cristiano, l’illuminismo stesso in un certo qual modo – che aveva tentato di confutare. A psicoanalizzare Freud fu soprattutto certo “fuoco amico”: discepoli più o meno ortodossi della psicoanalisi, che, partendo dalla conoscenza personale del maestro ove possibile, sennò direttamente da quanto della sua personalità affiorava dai testi, provarono ad applicare su Freud le sue stesse teorie. Ma la psicoanalisi si fondava sopra un consapevole paradosso: ogni psicoanalista diventava tale dopo un processo di analisi presso un professionista più maturo, ma Freud, l’analista primo, nessuno lo aveva psicoanalizzato. E a Freud andava benissimo così. Già in tempi non sospetti, quando nulla lasciava presagire l’immensa fama mondiale che lo avrebbe circondato negli ultimi quattro decenni della sua vita, era solito bruciare tutte le carte e tutti i suoi appunti preparatori, non appena terminava uno scritto. Nel 1924 Freud mandò alle stampe una sua succinta Autobiografia; tutti i suoi saggi e in modo particolare l’Interpretazione dei sogni sono ricchi di riferimenti personali, di “autoanalisi”, che a volte possono sembrare delle vere e proprie confessioni; ma in simili contesti Freud aveva un pieno e totale controllo di ciò che voleva filtrasse di sé. Arrivò a proibire a uno scrittore relativamente celebre in quegli anni, Arnold Zweig, di scrivere la sua biografia, e quest’atteggiamento venne preservato da Freud fino agli ultimi giorni della sua vita, fino a quell’esilio inglese a cui il cancro lo strappò il 23 settembre 1939.

Sono tanti i punti oscuri della vita di Freud, le zone d’ombra, forse molti più di altre biografie novecentesche: ma per una figura passata alla storia come il fondatore della presunta scienza dell’inconscio, questo è normale. Tra le numerosissime questioni in sospeso, che nessuna biografia o ricostruzione aneddotica saprà sviscerare fino in fondo, c’è il suo complesso rapporto con la religione. Nei primi paragrafi della sua Autobiografia Freud scrive che “i miei genitori erano ebrei, anch’io sono rimasto ebreo”, ma sono note le sue affermazioni sulla religione nel suo complesso, a prescindere dalle singole confessioni: una sorta di nevrosi collettiva, una fisiologica fase di passaggio nell’evoluzione dell’umanità destinata presto o tardi a scomparire. Gli effetti della secolarizzazione già iniziavano a farsi evidenti, in quella porzione di Novecento che Freud si trovò a vivere, e il patriarca della psicoanalisi con crescente sicurezza argomentava che l’origine della religione andasse ricondotta a una sovrapposizione tra la super-idealizzazione della figura paterna, la ricerca di un legame invisibile che cementasse lo spirito di gruppo delle prime comunità umane, un tentativo di esorcizzare le difficoltà della vita quotidiana grazie al riferimento a un livello metastorico di esistenza. “Nient’altro che un insieme di processi psicologici proiettati nel mondo esterno”, Freud definiva la religione in uno dei suoi primi contributi espliciti sull’argomento, nella Psicopatologia della vita quotidiana del 1904, e simili affermazioni vennero reiterate ne Gli atti ossessivi e le pratiche religiose, nello studio su Leonardo da Vinci, in Totem e Tabù, in Psicologia di gruppo e nel particolarmente controverso L’avvenire di un’illusione, che sembrava la sua affermazione definitiva sull’argomento. Il suo ultimo libro cambiò completamente le carte in tavola.

***

Freud era nato in una famiglia di origini ebraiche e queste origini non le ripudiò mai, ma il contesto in cui crebbe era assolutamente laico. I genitori di Freud erano sufficientemente di ampie vedute da accettare il fatto che il piccolo Sigmund venisse cresciuto da una balia cattolica, che per farlo stare tranquillo ogni tanto gli raccontava di un Inferno dove Dio spediva i bambini cattivi, e che ogni tanto lo portava in chiesa: ma la balia finì per essere licenziata dalla famiglia Freud dopo un maldestro tentativo di furto, né il futuro fondatore della psicoanalisi attribuì mai grande importanza a queste reminiscenze infantili. Alla sua identità ebraica tout court Freud invece attribuiva le origini di alcun tratti del suo carattere che gli risultarono indispensabili per affrontare le reazioni moralmente scandalizzate o scientificamente polemiche che la teoria della psicoanalisi, dall’Interpretazione dei sogni in poi, non mancò di suscitare: “devo solo alla mia natura di ebreo le due caratteristiche che mi sono rivelate indispensabili nel duro percorso della mia vita: in quanto ebreo, ho constatato di essere libero da molti dei pregiudizi che limitano, negli altri, l’uso dell’intelletto, e sempre in quanto ebreo, sono pronto a mettermi all’opposizione”, disse pubblicamente nel 1926, in occasione delle celebrazioni per il suo settantesimo compleanno.

Come altri ebrei della sua e delle successive generazioni, Sigmund Freud prese veramente atto delle sue origini ebraiche solo come effetto collaterale dell’antisemitismo. “L’Università, alla quale mi iscrissi nel 1873, mi procurò all’inizio forti delusioni”, ricordò nella sua Autobiografia. “Prima di tutto mi feriva l’idea che per il fatto di essere ebreo dovessi sentirmi inferiore e straniero rispetto agli altri. Rifiutavo assolutamente l’idea d’inferiorità. Non ho mai capito perché avrei dovuto vergognarmi della mia origine, o, come già allora si cominciava a dire, della mia razza. Rinunciai anche, senza gran dispiacere, alla nazionalità, che mi veniva negata. Pensavo che un lavoratore instancabile, pur privo di una identità nazionale, avrebbe trovato comunque un posticino all’interno dell’umanità”. Ateo per natura, mai attraversato da inquietudini metafisiche che invece rappresentavano il pane quotidiano del discepolo-rivale Carl Gustav Jung, non per nulla figlio di un pastore protestante, tutta la teoria della psicoanalisi fondata e sviluppata da Freud era improntata su un radicale agnosticismo. Via via che i suoi interessi si spostavano dalla psiche e dalle nevrosi del singolo a uno sguardo più ampio e diacronico sulla specie umana tutta, Freud si trovava sempre più spesso a riflettere con fare archeologico sull’origine della civiltà, e sui rimossi, i sacrifici e le rinunce pulsionali che essa aveva comportato. Ma anche con l’evoluzione della civiltà “la debolezza dell’uomo rimane, e con essa il desiderio di un padre e quindi gli dèi. Gli dèi conservano la loro triplice funzione: esorcizzare i terrori della natura, riconciliare l’uomo con la crudeltà del destino, soprattutto quale si rivela nella morte, e compensare le sofferenze e le privazioni che la vita civile comunitaria ha imposto all’uomo”.

Con Totem e tabù del 1913, un libro frutto anche della sua fascinazione per Frazer, Sigmund Freud inserì definitivamente nel suo immaginario anche la teoria dell’orda primordiale: per come la formulò una volta qualche anno più tardi, “Dio Padre ha camminato un tempo sulla terra in sembianza corporea, esercitando la sua sovranità come capo della primitiva orda umana, finché i suoi figli si sono uniti per ucciderlo. È risultato poi che questo delitto di liberazione e le conseguenti reazioni provocarono la comparsa dei primi vincoli sociali, delle restrizioni morali fondamentali e della più antica forma di religione, il totemismo. Le religioni successive conservano questo contenuto; da un lato si preoccupano di obliterare le tracce di questo delitto o di espiarlo fornendo altre soluzioni alla lotta tra padre e figli, mentre dall’altro non possono esimersi dal ripetere l’eliminazione del padre”. Se James Frazer aveva costruito tutto il suo Ramo d’oro completamente bypassando una considerazione ovvia, ovvero che anche la storia di Cristo per come è raccontata dai Vangeli e dalla dottrina cristiana poteva inserirsi in quella genealogia di miti e di riti sacrificali raccolta nella sua immensa opera antropologica, Freud non aveva problemi a leggere nella passione di Cristo sul Golgota l’ennesima, forse l’ultima rielaborazione, e al tempo stesso un ribaltamento, di quel sacrificio primordiale compiuto dai figli ai danni del padre, poi divinizzato. (Da quest’analisi da lui giudicata clamorosamente sbagliata e clamorosamente vicina al vero avrebbe mosso i suoi passi René Girard, ma questa è un’altra storia). Le teorie di Freud sulla religione arrivarono poi a compimento con L’avvenire di un’illusione, datata 1927: in pagine brillanti e molto profonde, Freud spiegava il fascino rivestito dalla religione facendo riferimento al “sentimento oceanico” di appartenenza assoluta al mondo e all’eterno, ma ripeteva ancora una volta che la religione andava intesa alla stregua della “nevrosi ossessiva universale dell’umanità; come quella del bambino, essa ha tratto origine dal complesso edipico, dalla relazione paterna”.

Questa successione di giudizi granitici sull’esperienza religiosa ha un’unica, significativa interruzione: Il Mosè di Michelangelo, un breve testo del 1914 che rappresenta un’approfondita ecfrasi della statua custodita nella chiesa romana di san Pietro in Vincoli, e ammirata per la prima volta da Freud nel corso del suo viaggio romano del 1901. Nel testo sul Mosè di Michelangelo c’è un intento analitico e in parte polemico – Freud contesta l’interpretazione usuale che vorrebbe il patriarca biblico rappresentato da Michelangelo nel momento in cui, irato dalla scoperta del vitello d’oro, è in procinto di spezzare le prime Tavole della Legge; se mai vi vede il momento in cui Mosè si costringe all’autocontrollo, nonostante la rabbia e la delusione che cova interiormente – ma non si può parlare, evidentemente, di psicoanalisi strictu sensu. Il Mosè di Michelangelo di Freud è peraltro un testo curiosamente privo dell’usuale polemica antireligiosa, se mai è spia di un’attenta conoscenza delle Scritture da parte del patriarca della psicoanalisi; e l’attenzione che Freud dispiega nel descrivere fin nelle più minute volute la scultura di Michelangelo sembra tradire una sorta di identificazione. Che Freud si rispecchiasse in quel Mosè deluso dai suoi compagni di esodo, dal popolo che lui stesso aveva liberato dall’Egitto? L’anno di pubblicazione del breve saggio è il 1914, il dissidio con Jung è tradizionalmente datato all’anno precedente, a seguito della pubblicazione de La libido: simboli e trasformazioni, un testo che contraddiceva gran parte delle teorie freudiane sul principio di piacere. Che nel “contrasto tra la calma esteriore e l’emozione interiore” che riconosceva nella statua michelangiolesca si dovesse leggere un riferimento allo stato d’animo di Freud stesso, “tradito” e abbandonato proprio da colui che un tempo immaginava suo successore a capo della psicoanalisi?

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Verso la metà degli anni trenta si diffonde una sorprendente voce nei circoli psicoanalitici e intellettuali d’Europa e degli Stati Uniti: l’anziano Sigmund Freud, che ha faticosamente compiuto ottant’anni il 6 maggio 1936, sarebbe al lavoro su una grandiosa psicoanalisi della Bibbia in due volumi. Svariati editori si mettono in contatto con lui promettendo generosi anticipi pur di avere l’esclusiva sulla pubblicazione. La voce è sbagliata, ma non del tutto infondata: sin dal 1934, Freud è al lavoro su un’opera che ha al suo centro Mosè, ma per svariati motivi ritiene assolutamente inopportuno pubblicarla. Nei confronti di quest’opera Freud teneva un atteggiamento contraddittorio, anch’esso analizzabile secondo canoni freudiani: pochissime persone al mondo l’avevano letta – la figlia Anna, il figlio Martin ed Ernst Kris, dice in una lettera – ma a molti suoi corrispondenti ne parlava come il lavoro che più lo aveva interessato, nell’ultimo periodo, pur adducendo molteplici motivazioni per la scelta di lasciarlo inedito. “Manca alla mia teoria la base storica indispensabile e siccome le mie conclusioni, che contengono una confutazione della mitologia nazionale ebraica, mi sembrano importantissime, non sono propenso a sottoporle a una facile critica da parte degli avversari”, scrisse una volta. “Gli intrecci storici non sono il mio forte, lasciamoli a Thomas Mann”, pare abbia spiegato a Max Eitingon, tra i più importanti psicoanalisti del periodo, suo allievo diretto.

Tra i motivi che portarono Freud ad esitare quasi quattro anni prima di iniziare a pubblicare i suoi studi mosaici, non si può sottovalutare il periodo storico in cui si trovò a vivere i suoi ultimi anni: dal 1933 Adolf Hitler era in potere in Germania, e tra i primi libri a finire al rogo c’erano stati proprio gli studi di Freud e di altri psicoanalisti della sua cerchia, doppiamente colpevoli sia per il contenuto sia per le origini ebraiche del fondatore della disciplina. In un certo senso, l’antisemitismo, da lui conosciuto ai tempi dell’università e di nuovo portato alla riscossa da Hitler, aveva rappresentato proprio il punto di partenza per l’interesse di Freud verso le origini dell’ebraismo. Una delle prime volte che Freud parlò dei suoi studi su Mosè fu in una lettera del 1934 al già citato scrittore e amico Arnold Zweig: “dati i recenti decreti viene spontaneo chiedersi di nuovo come mai gli Ebrei son diventati ciò che sono e perché si sono tirati addosso un odio così inestinguibile. Ben presto ho scoperto una formula adatta al caso: è stato Mosè a creare gli ebrei”. Nella stessa lettera, spiegava meglio le ragioni che sin dall’inizio lo facevano desistere dall’idea di rendere pubbliche le sue teorie su Mosè: in Austria, scrive Freud a Zweig, “viviamo in un’atmosfera di rigida fede cattolica”, e uno dei più importanti uomini politici e religiosi del paese, padre Schmidt, si interessava a sua volta di etnologia e non aveva mai nascosto il proprio disprezzo per la psicoanalisi ed il suo fondatore. Pubblicando il libro su Mosè, Freud temeva di far bandire l’analisi da Vienna: “se il pericolo riguardasse me solo, la cosa mi impressionerebbe poco, ma privare i membri di Vienna dei loro mezzi di sussistenza comporta una responsabilità troppo grande. Non è l’occasione buona per il martirio”. All’obiezione di un altro interlocutore che la pubblicazione de L’avvenire di un’illusione di pochi anni prima non aveva provocato alcun danno alla psicoanalisi viennese Freud tergiversava. Al di là di tutto, non si sentiva ancora sicuro della sua tesi su Mosè.

Ma qual era questa sconvolgente rivelazione che Freud non voleva rivelare a nessuno, nemmeno per lettera? L’intuizione che aveva avuto ribaltava in un certo senso l’intero testo biblico: Mosè era egiziano, un egiziano fedele al culto monoteista di Aton che, dopo la caduta del faraone Akhenaton e il ripristino del tradizionale politeismo si era messo a capo di un gruppo di esuli trasmettendo loro il monoteismo; questi esuli, i futuri ebrei, avrebbero a un certo punto ucciso Mosè per poi sacralizzarlo, come nella teoria dell’orda primitiva, concependo parallelamente anche l’idea messianica del ritorno futuro di un liberatore; dal senso di colpa per l’uccisione di Mosè sarebbe nata così la religione ebraica, mescolanza tra l’immaginario tradizionale semitico e quel breve momento di monoteismo che l’Egitto effettivamente ebbe nel XIV secolo a.C.

Quando il libro Mosè e il monoteismo venne alla fine pubblicato, nel 1938, anticipato dall’apparizione di due capitoli sulla rivista ufficiale della psicoanalisi Imago sul finire dell’anno precedente, Freud si sentì in obbligo di aprire il primo capitolo con una frase che riassumeva tutto il suo dissidio interiore: “privare un popolo dell’uomo che esso celebra come il più grande dei suoi figli non è qualcosa che si compie volentieri o con facilità, tanto più quando si appartiene a quel popolo, ma nulla ci deve indurre a sottomettere la verità a presunti interessi nazionali, se dal chiarimento di uno stato di cose possiamo aspettarci un progresso della nostra conoscenza”. Forte di questa persuasione Freud argomentava approfonditamente le sue teorie, che in quel momento sembravano ulteriormente suffragate da un particolare ritrovamento archeologico nello scavo del tempio di Aton ad Eliopoli. Come Freud prevedeva, non tardarono le critiche anche pesanti sia da parte di egittologi e altri storici, sia da parte di correligionari e cattolici: ma la morte nel settembre 1939 provocata da quel cancro alla mascella che tanto a lungo lo aveva accompagnato gli impedì di replicare alle obiezioni riaffermando con vigore le sue teorie, diversamente da quanto accaduto ai tempi di Totem e Tabù.

Il saggio L’uomo Mosè e il monoteismo, nella sua forma canonica pubblicata per la prima volta ad Amsterdam nel 1938, si componeva di tre capitoli, che sembravano dare la parola definitiva di Freud sull’argomento. Nello stesso 1938 in cui Mosè e il monoteismo era uscito, Adolf Hitler con l’Anschluss aveva annesso l’Austria alla Germania, estendendo anche lì tutti i provvedimenti antisemiti in vigore nel Reich e costringendo la famiglia Freud alla fuga in Inghilterra, dove il fondatore della psicoanalisi era stato da poco nominato membro della Royal Academy. La fuga dal nazismo e la di poco successiva morte di Freud fecero a lungo sottovalutare un dato che tutti i principali interlocutori epistolari del patriarca della psicoanalisi conoscevano benissimo: gli studi su Mosè avevano preso una prima forma come un vero e proprio “romanzo storico”, e contrariamente al suo solito, non aveva distrutto il manoscritto della sua prima stesura. Dopo la pubblicazione francese di un’importante edizione critica a cura di Thomas Gindele, Mosè. Un romanzo storico è stato recentemente portato in Italia dalla Castelvecchi: quest’inedito freudiano forse non dà nessun particolare ragguaglio in più circa le teorie di Freud su Mosè, ma rappresenta un territorio più unico che raro da cui passare per entrare nel cuore dell’immaginario freudiano.

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In una delle sue ultime lettere a Lou Andreas-Salomé, Freud le aveva confidato che Mosè rappresentava per lui un problema che lo aveva accompagnato per la maggior parte della sua vita; e tentare per la prima volta un’esposizione simil-romanzesca dopo un’importante carriera letteraria come saggista puro e duro rappresentava senza dubbio un appassionato tentativo di catarsi. Come diceva Roberto Calasso in un’intervista con Doriano Fasoli, il fondo della psicoanalisi freudiano è più mitopoietico che scientifico: se per gran parte della sua vita adulta Freud si era sforzato per costruire e preservare, per dirla con Hillman, il mito dell’analisi, con L’uomo Mosè e il monoteismo la capacità mitopoietica freudiana tutt’a un tratto si era potuta fare esplicita, nel raccontare il contromito di un patriarca presentato come una verità riemersa…

Di quest’aspetto mitopoietico del pensiero freudiano, l’incompiuto Mosè. Un romanzo storico mostrava tutta la portata, fino al paradosso. “Così come l’unione sessuale tra cavallo e asino dà origine a due ibridi diversi, al mulo e al bardotto, anche la mescolanza tra storia e invenzione libera fa nascere prodotti diversi, i quali, sotto la denominazione comune di ‘romanzo storico’, vogliono essere apprezzati sia come opere di storie, sia come romanzi”, era il grottesco esordio del testo, un’annotazione datata agosto 1934. “La mia intenzione più immediata era di acquisire una conoscenza della persona del Mosè, il mio scopo più lontano invece di contribuire in questo modo alla soluzione di un problema ancora oggi attuale, che può essere nominato solo più avanti” – ça va sans dire, l’antisemitismo e il suo contraltare, l’“orgogliosa consapevolezza”, da parte degli ebrei, di essere il popolo eletto. Freud prende spunto da due caratteristiche particolarmente realistiche della descrizione che di Mosè fa il testo biblico – l’irascibilità e la balbuzie – per dedurre, in maniera un po’ apodittica, che l’uomo Mosè dovette essere esistito davvero, al tempo dei faraoni; poi Freud affronta il racconto della infanzia di Mosè, che ribalta la tradizionale leggenda della nascita degli eroi per com’era stata individuata da Otto Rank “in un trattato scritto sotto la mia influenza”, per concludere che “forse la leggenda ha ragione ad elevare Mosè a nobile egizio”.

Il punto di partenza, e in generale tutta la trattazione di Mosè. Un romanzo storico coincide a grandi linee con le tesi poi espresse nei tre saggi de L’uomo Mosè: ciò che cambia, da parte di Freud, è lo stile, tratto in cui l’analista era stato silenzioso campione, nel suo Romanzo storico Freud è al tempo stesso quanto mai sicuro delle sue affermazioni su Mosè, e quanto mai dubitativo nel formularle. “Cosa avrebbe potuto spingerlo, lui nobile egiziano, forse principe, sacerdote, ufficiale o più di tutto questo contemporaneamente, a prendersi cura di un branco di miserabili profughi stranieri, a insegnare loro una nuova religione, a fargli lasciare, con lui alla testa, la sua patria?” – forse, solo l’ambizione, il desiderio miltoniano di regnare su una schiera di inermi, anziché essere l’ultimo dei cortigiani. In queste righe, Freud è ancora a metà strada tra l’analista e il romanziere, che dopo aver scelto una trama di fondo ha difficoltà a far coincidere i caratteri e a dare le giuste motivazioni ai personaggi. Con uno sguardo nuovo, Freud rilegge la Bibbia senza avere timore a confrontarla con altre narrazioni mitiche dell’antichità, ma, al tempo stesso, senza esitare nel riconoscerne le unicità: quanto accade attorno al Sinai è ai suoi occhi un altro unicum, “ciò che sembra così nuovo e strano è l’idea che un dio scelga un popolo come una persona sceglie un oggetto d’amore”, con tanto di patto e di contrattazione.

L’operazione che Freud compie – prova a compiere? Fallisce a compiere? – con L’uomo Mosè e il monoteismo, sia nella sua variante ufficiale sia nella sua versione romanzesca recentemente riportata alla luce, si pone a sua volta in un singolare rapporto con le tradizioni del pensiero ebraico. Con Mosè e il monoteismo, argomenta Massimo Cacciari nel suo Icone della legge, Freud “non si limita affatto ad aggiungere un nuovo testo alla tradizione della letteratura haggadica, né ad interrogarne dall’interno alcuni elementi soltanto, bensì, esattamente come in Kafka, ne critica la possibilità stessa”. Col suo ultimo libro Freud non vuole più intraprendere “l’esodo… della tradizione, ma da essa. Freud vuole perderla – o meglio: egli mostra come la forma di quella tradizione coincida con lo smarrimento del Testo, con lo sprofondamento dell’Origine – come essa si sviluppi in tale dimenticanza”. È così che il suo gesto ermeneutico risulta ancor “più che iconoclasta”, quasi arbitrario: “se vi è scrittura dominata dall’impazienza, se vi è hybris interpretante, questa è proprio del Mosè di Freud”, che mescola qualche indizio scovato tra le Sacre Scritture, alcune prove archeologiche non cogenti e uno schema generale ripreso dallo stesso Totem e Tabù per rovesciare la tradizione del suo stesso popolo. Ma in fondo, cosa vi è di più novecentesco di questo? In cosa quest’ultimo azzardo di Freud differisce dai coevi esperimenti del Surrealismo, dalla di poco precedente parodia omerica firmata da Joyce?

“A nessuno le teorie di Freud si applicano meglio che a Freud stesso”, scrisse lapidario Roberto Calasso ne Il libro di tutti i libri. “Prima di essere scienza, la psicoanalisi è autobiografia. Questo non ne limita irrimediabilmente la portata, perché la psiche di Freud era vasta abbastanza da ospitarne molte altre, anche se non tutte. E a nessun libro di Freud la psicoanalisi si applica meglio che a L’uomo Mosè e la religione monoteistica”. “Obbedendo ciecamente al suo spirito mitopoietico, Freud temeva innanzitutto di colpire il popolo di cui egli stesso era figlio. E di farlo ricostruendo la storia di colui che di quel popolo era stato il padre. Complicati meandri. Freud stesso, secondo la conseguenzialità mitica, assumeva il ruolo di Mosè e dell’assassino di Mosè. Un doppio ruolo”. “Tutta la vicenda di Mosè, nella visione di Freud, è una storia di rimozioni, latenze, ritorni del rimosso. Ma la più importante rimozione è in Freud stesso rispetto alla Bibbia. E così imponente che i suoi numerosi commentatori di oggi non sembrano notarla: in tutto il Mosè, Freud ignora la storia precedente degli Ebrei, da Noè ad Abramo, a Giuseppe”. “La novità del Mosè stava innanzitutto nello stabilire una connessione necessaria fra l’uccisione e la Legge. Altrimenti la dottrina non avrebbe mai ottenuto il ‘privilegio di liberarsi dalla coazione del pensiero logico’. A causa di questo ‘privilegio’ gli Ebrei erano esposti a un ‘odio perenne’, in quanto ponevano sotto gli occhi di tutti ciò che avevano compiuto, ma non avevano alcuna intenzione di rammentare. E fu un audace artificio di Freud far passare tutto questo, che la Bibbia non dice, come fondamento della Bibbia stessa”. Also sprach Calasso.

Forse, per comprendere appieno la portata e la contraddizione incarnata da quella che, al di là del confronto tra le stesure, rimase l’ultima opera concepita da Freud, è errato soffermarsi troppo sul contesto storico – per quella che era la posizione degli ebrei alla fine degli anni trenta la pubblicazione di un’opera simile era, per ammissione stessa di Freud, quantomai inclemente. Forse, per capire davvero a fondo ciò che Freud tentò, nell’ultimo balzo del suo pensiero, piuttosto che psicoanalizzare con le sue stesse armi il fondatore della psicoanalisi conviene rivolgersi all’ultima opera di Freud prendendo in prestito un concetto-cardine dalle teorie di colui che fu, conseguentemente, il suo discepolo prediletto e il più atroce rivale. Mosè, per Freud, non è nient’altro che un archetipo: un vero e proprio predecessore, la cui vita strutturalmente anticipava certi momenti centrali dell’esistenza del fondatore della psicoanalisi. La stessa questione che divise Freud e Jung può essere ridotta – e forse non banalizzata – a una contrapposizione tra un monoteismo analitico, e un rinnovato politeismo, quando si scontrarono sulla preminenza da dare al principio di piacere. Nella rabbia feroce di Mosè dopo la scoperta del vitello d’oro non è poi arbitrario leggere la delusione di Freud per la perdita di Jung, di Ferenczi e di altri suoi discepoli della prima ora, come forse lasciava già intravedere, in quella data fatidica che fu il 1914, l’insistenza con cui descriveva la gravitas e l’autocontrollo del Mosè michelangiolesco, nel saggio dedicato alla scultura, come già dicevamo. Quest’interpretazione, quest’interpretazione dell’interpretatore può forse adesso dotarsi di un suo corollario: se davvero Freud si identificava in Mosè, se davvero Mosè era il suo archetipo, le tavole della Legge voluta da Dio, spezzate e poi riscritte, coinciderebbero nel Novecento con la psicoanalisi stessa, nella sua prima, freudiana formulazione. E il carattere del Mosè biblico, capopopolo giusto ma iroso, balbuziente ma fermissimo nelle sue decisioni, getterebbe ombre e luci sulla personalità dello stesso Freud. Al tempo stesso liberatore e legislatore – non fu questa la posizione anche di Freud, e rispetto al pensiero del Novecento tutto? Un post-nichilista come Heidegger terminò la sua cavalcata nel pensiero occidentale concludendo che ormai solo un dio ci può salvare, un post-marxista come Horkheimer andò inseguendo la nostalgia del Totalmente Altro: Sigmund Freud, ultimo dei maestri del sospetto e per certi versi ultimo dell’Occidente a tentare qualcosa di radicalmente nuovo in fatto di pensiero, non capitolò davanti all’archetipo biblico ma lo assunse dentro di sé, in un testo pluricomposito tanto arbitrario quanto sublime, tanto disarmante quanto profondo, in un ultimo corpo-a-corpo con l’immaginario occidentale che lo portava definitivamente addentro ogni pudenda Origo. O come disse il Karl Kraus di Benjamin – lo stesso Kraus a cui si dovette anche la più lapidaria confutazione della psicoanalisi: Ursprung ist das Ziel — l’Origine è la Meta.

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Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. E’ poeta, regista, curatore del progetto “Edizioni volatili” e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto insieme a Lucamatteo Rossi la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato "La consegna delle braci" (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, Premio Bologna in Lettere) e "La specie storta" (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30). Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions). Per Argolibri, ha curato "La radice dell'inchiostro. Dialoghi sulla poesia". La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. È il direttore artistico della festa “I fumi della fornace”. È laureato al Trinity College di Dublino.
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