Dal sogno del bacio

di Enrico Dotti

 

Immagine di Ina Hoekstra da Pixabay

Alla fine di settembre del 1984 ricevemmo in visita alcuni amici dei miei genitori. A giugno avevo concluso gli studi liceali e mi apprestavo a intraprendere quelli universitari, che sarebbero stati più lunghi e avventurosi del previsto. Per celebrare la fine di un ciclo, mio padre, che in qualche raro caso applicava alla vita gli schemi della sua letteratura, mi aveva regalato un viaggio a Parigi, che avevo accettato con moderata gratitudine e compiuto con relativa indifferenza. I nostri ospiti giunsero alla fine di un pomeriggio fresco, preceduti da una telefonata e recando una pianta tropicale dall’aspetto sinistro, sulla quale si concentrò subito la conversazione. La formazione era composta da due coniugi dell’età dei miei, da una vecchia signora bassa e un po’ massiccia e da una ragazza, che si distinse subito come il pezzo forte della compagnia. Cominciò a interessarsi ai libri della nostra modesta biblioteca, chiedendo e rispondendo con competenza e serietà. Anch’io ero un appassionato, ma le mie dispute con l’amico letterato, e ancor più quelle con gli altri compagni illetterati, mi parvero, in confronto alle sue considerazioni, una sequela di infatuati luoghi comuni e di entusiasmi infantili. Comunque presi parte alla conversazione, cercando, senza successo, di essere misurato e profondo e provando a rimodulare le mie urgenti e confuse passioni in un registro di coerenza e ragionevolezza. Gli adulti guardavano e ascoltavano la ragazza con convinta ammirazione e simpatia, ma a un certo punto la vecchia signora chiese a mia madre che fine avessero fatto certe conoscenze comuni e si aprì un altro fronte. Mio padre per un po’ rimase nel campo letterario, poi però fu distolto da una discussione su certe rendite e la letteratura non ebbe che noi giovani. A quel punto la ragazza aprì la sua borsa, ne tirò fuori un libro e me lo porse, chinandosi su di me, seduto in un angolo. E consegnandomi il libro mi diede un lungo amoroso bacio. Nel tempo di quel bacio, o forse nei secondi immediatamente successivi ebbi un futuro fatto di lettere e di incontri, di libri e di abbracci; ebbi, con certezza, un mondo nuovo. Nessuno si accorse di quel fatto clamoroso: lei si era chinata su di me e aveva coperto il suo gesto agli altri, che avevano continuato la conversazione. Si fece buio e fu necessario accendere le luci della sala. Gli ospiti vollero andar via, nonostante i ripetuti inviti dei miei genitori affinché si trattenessero a cena. Salutai tutti con una stretta di mano e un bacio fraterno, anche la vecchia signora, ma quando fu la volta della ragazza sentii la sua guancia rovente ed ebbi uno sbandamento.

A ottobre cominciai i corsi; non posso dire che avessi dimenticato quell’episodio, era anzi sempre presente nella memoria come un fondale sul quale scorrevano le nuove ed eccitanti esperienze della vita universitaria. E una sera, tornando da una lezione, trovai una lettera. Dopo i saluti, entrava nella cosa senza preamboli. Ma quale cosa?

quel libro che ti ho dato parla della contrapposizione tra la vita attiva e la vita contemplativa. Confesso che al momento non sto praticando né l’una né l’altra. Ho intrapreso gli studi di filologia perché mi sembra che lì ci sia qualcosa da smontare e rimontare, e questa attività fa passare il tempo senza che ci si pongano tanti problemi. Ho il libro di Bobbio sul comodino, sono le mie orazioni; e dunque seguo la regola benedettina

Continuai a scorrere rapidamente le righe cercando ciò che avrei voluto trovare e che non arrivava. Perché tardava a introdurre l’argomento più importante? Non mi aveva forse cercato perché anche la sua vita correva sul territorio circoscritto da quel nostro primo incontro? Scriveva ancora

inghiotto senza sputarla l’amara sorba del mondo, il telegiornale delle 19 me ne riserva una razione quotidiana, che altro dovrei fare? Però faccio il mio lavoro certosino coscienziosamente, non rispondo male a chi mi parla e il mio piccolo mondo è contento. Hai visto quanti bei film a Cannes? Accontentiamoci

Forse mi dovevo accontentare. Pure mi sembrava artefatto questo silenzio su ciò che evidentemente a entrambi premeva. Quella lettera era vuota come un concetto senza intuizione, andava a sbattere contro la ragione. La conclusione era inutile e promettente

Per arrivare all’Università prendo il treno alle sei, mi alzo alle cinque e trenta e la sera leggo fino a tardi; dormo poco, ma è come la mescalina. Pensami sul treno. A presto, Claudia.

Così la pensavo sul treno e terminavo il primo anno con quattro esami facili, superati nonostante un’intensa attività sociale. Ora i compagni erano tutti letterati ed intorno ai tavoli già sporchi dei nuovi locali di San Lorenzo parlavamo fino a chiusura di Kant, Bach e Thomas Mann. Da Claudia ebbi altre due lettere, se nel conto mettiamo un biglietto di auguri per Natale, alle quali risposi con una circospezione che però non riusciva a nascondere la domanda inespressa. Le raccontavo la mia vita, cercando di imprimerle un’ironia luterana (o, se questo vi sembra un paradosso, un’autoironia ebraica), smorzando gli entusiasmi, diminuendo le passioni; non ci riuscivo fino in fondo: nelle sue parole leggevo un certo compatimento o un severo distacco o nessun commento (che era peggio). Dopo l’estate ricevemmo una telefonata che ci comunicava che la vecchia signora era morta. Accompagnai i miei genitori alla stazione e consegnai loro un libro per Claudia, tra le cui pagine aveva inserito un biglietto con poche brevi frasi la cui redazione era stata lunga e penosa. Non ebbi risposta, né sue notizie fino all’estate successiva.

Mio padre, fedele ai suoi idoli, diceva che bisogna raccontare solo quello che si conosce bene, anzi, quello di cui si è fatta esperienza. Dunque incontrai Claudia a Roskilde, Danimarca. Vi ero giunto da un mese, in pieno inverno, tra il buio e la neve che non oscuravano né raffreddavano l’energia  fisica e intellettuale dei miei giovani compagni mediterranei e che, come potemmo constatare, non avevano influenzato il carattere dei nativi. Ci erano venuti a ritirare all’aeroporto con automobili e pulmini come se fossimo i regali di Natale, ci avevano scaraventati negli studentati con un movimento la cui spinta inerziale continuava a farci girare giorno e notte mentre la temperatura si attestava intorno allo zero della scala di Celsius e la neve formava muretti lungo i viali. Gli edifici universitari occupavano una campagna stepposa e spoglia, rallegrata dai laghetti con le oche e dalle mucche che fumavano dietro ai recinti di filo elettrificato. Le nostre case erano colorate di rosso di giallo e di verde e la stazione era una pensilina ficcata su un dosso della strada ferrata. Una sera, mentre mi interrogavo se fosse meglio bere vino cattivo o birra calda in una Wohngemeinschaft, qualcuno mi chiamò dal camminamento di ferro sul quale si aprivano le camere degli studenti. Guardai in alto e vidi una ragazza affacciata, gli avambracci poggiati sulla balaustra di tubi innocenti, che mi invitò a salire.

– Eccoti, finalmente. Mi disse salutandomi

Le avevo parlato di Roskilde nell’ultima lettera. L’aveva interessata. Aveva provveduto a procurarsi una borsa di studio. Era là. Non per me. Non mi aveva cercato.

– Sapevo che prima o poi ci saremmo incontrati. In caso contrario…

Lasciò in sospeso. In caso contrario prima o poi avrebbe cercato di contattarmi oppure, semplicemente, niente? La sua stanza era spoglia, con pochi libri e un quadruccio alla parete, incorniciato e con il vetro. Vicino al letto c’era un piccolo tavolino con un piano di marmo sul quale poggiava aperta una Bibbia ed un pacchetto di sigarette.

– Come sta tua madre? Quando ci è venuta a trovare per la morte della nonna ci ha confortato molto. È una signora molto per bene. Che fai a Roma. Studi o ti diverti? Quanti esami hai dato? Perché fai quella faccia?

Non so che faccia avessi fatto, forse ne avevo fatta una, mi sentivo stranito. Ancora più stranito di quanto non mi sentissi da quando ero arrivato in quel posto, come se mi avessero dato un colpo in testa in una lingua che non conoscevo. Cercai di essere all’altezza.

– Mia madre sta bene, grazie, e ti saluta. Studio Filosofia. Studio e mi diverto. Ho dato quattro esami, però facili. Cos’è quel quadruccio?

(E perché la Bibbia, perché le sigarette? Avrei voluto chiederle)

– Niente, una cosa che ho portato per ricordo. Stare lontani da casa senza avere gente intorno non è facile. Si desidera a lungo, non se ne può fare a meno, ma poi non è facile. Quel quadro lo devo riportare per forza, è una specie di biglietto di ritorno. A un certo punto la tentazione di non tornare diventa forte. Però anche quella di tornare; questa impasse si risolverà con un piccolo cambiamento: lascerò questo curioso ostello per una stanza in una casa normale, in città. Ho visitato già qualche appartamento. Visto che stiamo su una specie di isola tanto vale abitare vicino al mare. Tu dove abiti?

– A Trekroner.

– Come stare in un eremo con monaci adolescenti. Ci stai bene?

Risposi che ancora non lo sapevo ma sospettavo di no. Nel tempo della risposta il sospetto era diventato certezza. Casette gialle rosse e blu vicine all’Ateneo ma lontane da tutto il resto; legate alla città da un treno che faceva servizio fino alle diciannove, piene di matricole con la timidezza dell’adolescenza e la ferocia della nuova libertà. Allora desiderai di andare a stare con lei, nella stanza di una vecchia casa di Copenhagen vicini al mare. Era la soluzione più romanzesca, la migliore, la più coerente. La vita è un romanzo.

– Per me è troppo stravagante, disse. Voglio una casa con una vecchia danese, un soggiorno con un divano ed una stanza per me con un piccolo letto e un armadio.

Bene. Non c’è posto. Le chiesi se volesse scendere a bere con i miei amici. Rispose di no, ma mi invitò a salire quando la compagnia si fosse sciolta, se non avessi avuto troppo sonno.

Ridiscesi. Il vino era finito e si utilizzava birra calda in bottiglia. Era in corso una discussione politica, si parlava di lavoro; le parti sostenevano rispettivamente: che il lavoro è sempre sofferenza; che è il mezzo, nobile e inevitabile, con cui l’uomo si fa società. La seguivo distrattamente, gli altri avevano voglia di parlare e potevo accontentarmi di ascoltare. Avevo in mente l’invito di Claudia, che in assoluto avrebbe potuto contenere un’intenzione di intimità, ma che in particolare non l’aveva. Mi era parso di conoscerla, attraverso le lettere e le poche parole scambiate quella sera e prima. Ne avevo ricevuto l’impressione che non desiderasse rapporti duraturi, col suo sesso o con l’altro, né occasionali. Una di quelle persone che stanno per sé, che destinano la quantità di responsabilità loro assegnata a loro stesse ed ai loro rapporti con un mondo generico, in cui niente o nessuno rilevi. Ma poi c’era stato il bacio. Che voleva dire? Era un elemento dirompente, contraddittorio ed estrinseco; eppure era il legame, ed i nostri rapporti presenti e futuri, qualunque essi fossero e fossero stati, avrebbero dovuto dipendere da esso. Intanto nella grande cucina racchiusa nel quadrato di tubi colorati era rimasto solo il nostro gruppetto. Passava l’ultima piccola sigaretta d’hashish. Chi doveva prendere l’ultimo treno andò, gli altri tornarono nelle loro stanze. Io ero tra i primi, ma presi la via della porta di Claudia.

Mi aprì quasi subito. La stanza era illuminata solo da una lampada sullo scrittoio. Era vestita come prima, con i pantaloni neri ed un maglione verde. Mi fece entrare e sedere su una poltrona di vimini. Poi mise dell’acqua nel bollitore elettrico.

– Faccio un po’ di tè. Ho sempre freddo.

Si sedette sulla sedia dello scrittoio, rivolta verso di me.

– Allora, di che parlavate, di sotto?

– Del lavoro, di politica, dei corsi che stiamo seguendo. Non saprei dire con esattezza, ero piuttosto distratto. Poi non avevo voglia di partecipare, o forse non avevo cose da dire.

– Credevo che fossi uno che ha sempre qualcosa da dire. Almeno questa è l’idea che mi ero fatta quando ci siamo visti la prima volta a casa tua.

– Anche tu sei una che non si tira indietro.

– Se ti riferisci a quel medesimo giorno, chiarisco subito che era l’effetto di un grande imbarazzo. Quella visita formale, il fatto che mia madre tenesse tanto a presentarmi per quanto ero brava, mi aveva agitato, così ho reagito rompendo gli indugi e precipitandomi a rotta di collo. Dovete aver pensato che fossi una sciocca.

– Per niente. Hai fatto una grande impressione. Di misura e maturità anche.

– Non sono proprio sciocca. Ho le mie manie e cerco di tenerle a bada. Mi servono cose piccole da maneggiare. Piccole e semplici. Però devo averci continuamente a che fare. Queste cose che sto studiando realizzano questa necessità: piccoli problemi da risolvere, soluzioni che non salvano la vita a nessuno. Devo lavorarci nella mia bottega, con poca luce che illumina solo il pezzo che ho sul tornio, o sul deschetto, da sola. Non sono capace a lavorare con gli altri. Non sono misantropa né agorafobica, prendo la metropolitana e vado ai concerti; stringo anche la mano…

– E baci. Dissi, interrompendola.

Mentre parlava, la leva del bollitore era scattata. Si era alzata, aveva versato l’acqua nella teiera dandomi le spalle. Adesso si voltò.

– Che vuoi dire?

– Non dovrebbe essere difficile capirlo.

– Ti assicuro che lo è. Che vuoi dire?

– Mi riferisco al bacio che mi hai dato quel pomeriggio, a casa.

– Ti ho salutato urbanamente, come richiedevano le circostanze, come si salutano i parenti. Non vedo perché tu debba sottolinearlo.

– Non quello. Il bacio che mi hai dato prima, durante la conversazione, coprendo il gesto agli altri. Un bacio che mi ha sconvolto, non faccio fatica ad ammetterlo, e che è il contesto di ogni parola che ti ho scritto o ti dico, e attraverso il quale interpreto ogni parola che mi hai scritto o mi dici.

– Ma non ti ho dato nessun altro bacio. Come sarebbe stato possibile? Durante la conversazione, dici. Ma poi perché? Non c’era alcuna ragione e, anche se ve ne fosse stata, non sarebbe stato opportuno. Ma non c’era nessuna ragione. Non c’è stato nessun bacio. Cos’è questa storia?

Spinse la sedia verso la poltroncina. Disse ancora:

– Cos’è?

Era seria, non offesa né ostile. Non potevo insistere, perché senza alcun dubbio non mentiva. La stanza si inclinò di 15 gradi. Cos’è? Che storia è questa? Si alzò e versò il tè nelle tazze, me ne porse una.

– Bevi, disse. Come può capitare una cosa del genere, proprio non lo so. Dovresti aver capito che non sono una che va in giro a baciare la gente. Non escludo che se dovessi farlo saresti il primo a saperlo; né che quel pomeriggio tu mi sia piaciuto e che ti abbia guardato con affetto. Arrivo a dire: con una certa commozione del corpo. Posso dirti, visto che siamo a questo punto, che ho continuato a pensare a te. Ma questo lo avrai capito dalle lettere. Ma avrai capito anche che cosa sono io, cosa mi è concesso e cosa no. Allora queste cose che tu hai in mente sono irragionevoli, mettile da parte.

Era scossa e tremava. Le misi una mano sulla spalla, la prese e ne baciò il palmo. Poi disse, incoerentemente:

– L’amore l’abbiamo appena fatto. Se vuoi scopare, scòrdatelo: col bacio che dici che ti ho dato ho suggellato la mia verginità.

Era un congedo. L’ultimo treno era passato, così tornai a Trekroner a piedi. La temperatura era scesa e l’indomani avevo quaranta di febbre. Rimasi a letto tre giorni. Il secondo giorno venne un medico a visitarmi, una giovane dottoressa sposata con un medico di Padova, con la quale potei spiegarmi in italiano e che non mi prescrisse alcun farmaco. Il quarto giorno ero guarito e fortificato. L’inverno danese non aveva più effetto sul mio fisico. Non vidi più Claudia, né la sentii, il congedo era stato definitivo. Qualche volta la pensavo in una casa danese vicino al mare a lavorare al suo tornio, ma poi non più.

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1 commento

  1. Mi ha commosso.
    La scrittura senza fronzoli ti prende dall’inizio del racconto e ti da un senso di attesa. Vorresti che non finisse.
    Aspettiamo tue nuove.

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davide orecchio
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Vivo e lavoro a Roma. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012).   Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace. Mi raccomando, non offendetevi. Il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e non professionale.
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