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La perfezione dell’acqua

di Barbara Guazzini

F. ha dei baffetti sparati sulle labbra secche per la tramontana di passeggiate uguali, fatte apposta per stancarla in vista della notte. Mentre ci parlo li osservo – prima non ce li aveva – e immagino di poterla far tornare quella di qualche anno fa con un passata di cera e uno strappo veloce.

Siamo io e lei, sedute sul divano di sala, fronte finestra; fuori c’è tanta luce bianca, forse troppa per gli occhi abituati all’inverno, infatti F. li protegge con la mano aperta.

«Come sta la tua mamma?» domanda.

«Tutto normale… Ha il solito problema alle ginocchia.»

«Eh sì, le ginocchia…» ripete lei, e sembra che stia mandando tutto a memoria.

Il frigo di F. ha la chiusura salvabimbo, anche se di bimbi in casa non ce ne sono più. Si alza incerta, prova ad aprirlo ‒ non so per fare cosa, visto che ormai ha perso ogni potere su cibo e fornelli ‒ non ci riesce, desiste, torna a sedersi accanto a me.

«Il lavoro? Non sei andata?» chiede.

«Oggi è natalino, ieri era il venticinque. Sei stata da tuo figlio Fabio, con Annina e gli altri.»

«Sì, diamine, ieri ero lì. Elena dov’è?»

«A Roma, da sua madre.»

«Sì, sì, è a Roma», e sbadiglia portando entrambe le mani al viso.

F. la notte non dorme. Nella stanza buia si mette seduta sulla poltrona reclinabile, accanto al letto, e aspetta quieta che diventi giorno. Altre volte va in bagno a pettinarsi, indossa una collana di perle di plastica, e con la matita nera disegna delle sopracciglia strambe sull’arcata ormai spelata; si prepara per uscire, anche se non sono nemmeno le tre, e fuori il sole “non è ancora tornato” ‒ così dice lei. La badante ha avuto l’idea di riprenderla nei suoi momenti di ribellione al sonno, e ci manda i video. La figura che si vede non è F., è un automa sperso che prova ad agganciare il tempo degli altri ma si inceppa a ogni passo. Ed è una tale violenza certificarne lo smarrimento che a Maria abbiamo detto Basta video, ti crediamo sulla parola, per favore. Di giorno, poi, se a F. domandi se ha dormito, lei risponde che ha fatto una tirata fino a mattino.

«Mamma tua?» chiede.

«Tutto a posto, ti saluta.»

«Lui dov’è?»

«Maurizio?»

«Lui» ripete. Sono mesi che ha smesso di pronunciare il nome di suo figlio, come se le rimanesse ogni volta intrappolato in punta di lingua. Io glielo ripeto tutte le volte che posso.

«Maurizio è ad accompagnare Maria a casa, oggi è il suo giorno libero. Torna presto.»

«Ah, quella che sta qui.» È così che chiama la badante ‒ Quella che sta qui ‒ e sembra accettarne la presenza nella sua casa senza volerne sapere il motivo, come se fosse una pianta o un soprammobile che si è trovata lì.

La smania di aggiustare la posizione seduta le è passata. Adesso è tranquilla, guarda il fuori, mi chiede dove sia andato il vento, ora che ha smesso di soffrire. Io sono tesa e cerco di riempire a parole ogni vuoto, le rispondo che il vento sta bene, che tornerà. Lei sembra convinta e tace quieta finché, dal nulla, inizia a raccontare di un maschietto che andava sul trattore quando lei abitava nelle campagne di Sovana e la mandavano a parare gli animali al pascolo, anche se era una bambina. Io annuisco spesso, lei sorride a ogni mio cenno del capo. Poi mi chiede della nipote: «Elena dov’è?», e del figlio: «Lui quando torna?», e io rispondo di nuovo, domando il tono della voce per fare finta che sia la prima volta che me lo chiede e la prima che io rispondo.

 

Appena arriva Maurizio, usciamo. F. ha le cerniere delle giacche che si rompono di continuo, e anche i bottoni saltano un po’ sì, un po’ no. Ogni volta che prova a chiudere la giacca e le dita incespicano, si mette a piangere, così ci affrettiamo a farlo prima di lei. Appena fuori, ci prende sotto braccio, inizia a camminare spedita e tocca frenarla, ché se ricade come l’anno scorso son dolori. L’anestesia instupidisce che è una bellezza, per riprendere il filo del discorso ha avuto bisogno di mesi e della badante h ventiquattro.

«Chi c’era ieri da Fabio?» le domanda Maurizio – lui è convinto che a farla ripensare alle cose, non le dimenticherà.

«E chi c’è andata? Era a lavoro!» risponde lei.

«Cosa dici, mamma? Ieri era Natale e tu eri da lui.»

«No che non c’ero. Ero qui, ho cotto la pasta con l’olio.» Certe volte, F., per non dover ammettere che non ricorda inventa fatti e situazioni, e le si storce l’umore se tu provi a scombinarle quel poco di passato che tesse a fatica. Maurizio fa per insistere ‒ crede che serva a qualcosa ‒ io gli lancio un’occhiataccia di sbieco per dire Ora basta.

«Ma era da lui» dice, col tono soffiato di chi vorrebbe reagire a un rimprovero che reputa ingiusto.

Lui parla di F. quando F. è presente, e io non so se lei lo capisce ‒ anzi: credo proprio di no ‒ ma a me dà lo stesso fastidio, allora mi volto dall’altra parte, così lui smette.

F. osserva le ringhiere e i cancelli che troviamo per strada. Sembra che li riconosca tutti, o per lo meno ha qualcosa da dire su ognuno.

«Questa ringhiera è nuova.»

«A te sembra sempre tutto nuovo, mamma» dice Maurizio, con un sorriso gonfio del bene che un figlio può. Io guardo la ringhiera sbollata e penso che, in fondo, deve essere bello vedere tutto nuovo, e anche brutto non affezionarsi più a niente.

D’un tratto F. si mette a ridere ‒ uno scoppio che non ci aspettiamo; si scioglie dalla nostra catena di braccia sotto le braccia, e indica col dito una stella un po’ sbilenca al centro di un filo della luminaria natalizia, che attraversa la strada da parte a parte.

«Guardate, la stella polare!» dice a stento, mentre ancora ride come se l’unica cosa che la muova sia quella stella di metallo spenta. Ridiamo anche noi, e siamo finalmente tutti e tre uguali.

«Sono le luci di Natale, ti piacciono?» le chiedo.

«Perché? È Natale?» domanda lei.

«È stato ieri…» rispondo, ma sono tentata di dirle che oggi è Natale.

«Nooo! Me lo sono persooo!» dice lei, e fa la faccia da morto in casa.

«Lo hai festeggiato da Fabio, e siete stati bene» le dice Maurizio, alla svelta, come per soccorrerla prima che cada.

«Certo, sono stata bene», e torna il sereno. «Proprio bene.»

F. ha il fiato grosso. Si porta la mano al colletto del giaccone, prova ad allentare. «È freddo, ti ammali» dice Maurizio mentre allontana le mani e gliele accompagna fino dentro alle tasche.

«Sei stanca?» domando.

«Voglio arrivare al blu» risponde risoluta e il suo respiro sembra tornare nei ranghi.

Il tratto di strada che percorriamo è una linea che scorre dritta con il mare sul finale. Lo si intravede nello spazio che i palazzinari degli anni cinquanta hanno lasciato tra uno stabilimento in muratura e l’altro. F. non distoglie mai lo sguardo da quel tratto orizzontale colorato, appoggiato sul nero dell’asfalto nuovo, tanto che Maurizio di continuo richiama la sua attenzione ai rigonfiamenti dei lastroni del marciapiede, spinti dalle radici dei pini.

«Te lo ricordi il negozio di Tina? Stava là, sulla destra, appena dopo il bar» domanda Maurizio, e la osserva in attesa che lei gli rimandi un ricordo. F., invece, non risponde, sta guardando a sinistra, insiste qualche secondo ma poi è di nuovo sul mare.

«A inizio estate mi ci comprava le formine per la sabbia» dice lui, rivolto a me, come se adesso anche F. fosse solo il ricordo di un piccolo bazar estivo chiuso da tempo.

La rena graffia sotto le scarpe via via che ci avviciniamo al lido, «Attenzione, si scivola» raccomanda Maurizio, e in effetti i piedi di F. fanno un paio di svirgolate. «Tienila meglio, sotto il braccio» dico piano. Lui sembra non aver sentito, credo stia inseguendo un altro ricordo, eppure lo tiene per sé.

«Dove siamo?» domanda F. Lui abbassa gli occhi, scuote la testa: «Abbiamo fatto questa strada per anni, dalla fine della scuola fino a che il tempo non peggiorava».

Restiamo in silenzio, non ci guardiamo.

L’accesso al mare è in leggera discesa, ci sono pochi scalini bassi accanto a uno scivolo breve in cemento. F. si ferma a un passo dalla sabbia. Con un braccio si appoggia al muretto di mattoni rossi smangiucchiati dalla salsedine, fa per abbassarsi.

«Lèvale, sennò me la porti in casa» dice indicando le scarpe del figlio, con un tono sicuro che deve essere stato il suo quando lui era un bambino ansioso di correre a fare il bagno. Accenna a piegarsi in avanti col busto: «Faccio io» le dico.

«Ma è freddo» ribatte lui. Io alzo le spalle, mi chino a slacciare lo stretch delle scarpe di F., le tolgo anche le calze di lana di un bianco cotto. Maurizio esita per qualche secondo, poi fa lo stesso.

I nostri passi affondano nella sabbia docile per un tratto di alcune decine di metri, finché la superficie dell’arenile si fa compatta e umida. F. ormai si è slegata dalla presa del figlio – ha insistito perché la lasciasse libera. Io mi fermo; loro proseguono fino a farsi toccare i piedi dall’acqua che avanza e si ritrae con la loro stessa lentezza. F. inizia a ridere, lui la osserva per capire, non ci riesce, rimane immobile in attesa.

«Mauri’» dice F., indicando il mulinello che il mare fa intorno a un sasso che poi la risacca lascia scoperto. Maurizio fa un sorriso largo, si volta subito verso di me, annuisce tante volte a dire Ehi, hai sentito? Io alzo indice e anulare e gli sorrido allo stesso modo.

F. lo prende per mano, fa qualche passo in avanti, poi piega il busto, sembra voler arrivare a toccare il filo dell’acqua. Lui procede al suo fianco; entrambi hanno i pantaloni bagnati che aderiscono alle caviglie ma nessuno dei due sembra farci caso.

«Lo fai il bagno?» gli domanda F.

Lui si volta verso di me, è ancora felice ma si vede che non sa come rispondere.

«Magari fra un po’», e la aiuta a riprendere la posizione eretta.

F. annuisce. Con le dita che hanno assaggiato il mare gli tocca la guancia: «Mauri’, oggi l’acqua è perfetta».

Foto di lea hope bonzer da Pixabay

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