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Sanremo, l’Olanda e la questione meridionale

di Elsa Rizzo

Quest’anno Sanremo l’ho guardato da un piccolo paesino in Extremadura, una regione della Spagna al confine con il Portogallo, disseminata di campi e borghi in preda a un silenzioso ma instancabile spopolamento. Il nostro gruppo è disequilibrato: siamo cinque ragazze italiane, un ragazzo italiano e un’unica ragazza proveniente dall’Olanda.

Confesso di avere sempre evitato i grandi gruppi di italiani all’estero. Inevitabilmente, pur in presenza di una sola persona che non sapesse l’italiano, si continuava a parlarlo come se poi quella persona l’avrebbe, volente o nolente, appreso per osmosi. O, quantomeno, avrebbe carpito qualche parte del discorso che all’inizio non spaziava mai dagli intramontabili classici nostrani: la mancanza della pizza, il calore delle persone, le differenze tra la parte nord e sud del paese. Certo, la maggior parte delle volte il gruppo riusciva a fare dell’inglese la propria lingua comune, e anche quello rimaneva un lusso perché la conoscenza delle lingue straniere in Italia continua ad essere un privilegio di pochi, ma, a volte, il discorso prendeva una piega così intrinsecamente legata al nostro paese che anche a volerlo non avremmo mai potuto portarlo avanti in una lingua che non fosse la nostra.

Perché dico questo? Perché credo nella centralità che le lingue assumono nelle nostre esistenze.  Perché non smette di affascinarmi il risvolto sociale della lingua, che ci spinge a dibattere sui nostri significati, le nostre rivendicazioni, i nostri punti critici e intimi. Questo filone di pensieri mi è tornato prepotentemente a mente sabato 10 febbraio verso ora di pranzo quando, reduci da tre giorni in cui abbiamo sciroccato la sfortunata compagna olandese con l’evento televisivo italiano per eccellenza (grande Carolina per sopportare e interessarti (?) alla cronistoria delle vicende dei cantanti e alle nostre minuziose spiegazioni sul Fantasanremo), ci siamo ritrovati a discutere sulle reazioni social sui post di Geolier. Premetto: Geolier l’ascolto e mi piace. Mi piace pure assai. Nella serata di sabato mi hanno entusiasmato diverse cover e avrei difficoltà a scegliere la mia preferita. Mi sono addormentata a dieci minuti dalla fine ma qualcuna tra di noi aveva già sancito proverbialmente e con una malcelata insofferenza: a Geolier lo farà vincere il televoto.

Solo l’indomani, dopo aver visto alcuni spezzoni della conferenza stampa in cui rispondeva alle domande, alcune di dubbia etica professionale, ho anche scoperto che Geolier, come altri cantanti prima di lui in altre edizioni, era stato fischiato dal pubblico dopo l’annuncio della sua prima posizione nella classifica della serata. Ma, se questa non era la prima volta che episodi del genere avvengono, cosa cambiava rispetto a tutte le edizioni precedenti? Nella piena legittimità del dissenso circa la classifica vista l’elevata qualità di tutte le esibizioni, ad avere scatenato i commenti negativi su Geolier già nelle serate precedenti sarebbero state, soprattutto, due motivazioni: la fantasiosa teoria per cui Geolier, che in quest’ottica ascenderebbe al fantomatico napoletano medio per antonomasia, abbia truccato il voto comprando Sim ad ogni napoletano capace di intendere e volere, e la stizza per un cantante che continua a cantare in napoletano, una lingua che non viene mai percepita come tale, ma come espressione di una sub-umanità che continua ad essere profondamente rifiutata da una parte del nostro paese.

Ho cercato di darmi una risposta partendo dal secondo punto. Perché è soltanto Geolier, tra i diversi cantanti e gruppi napoletani (saranno mai tutti napoletani i campani?) a competere, a dovere rispondere di tali accuse? Certo, gli altri pezzi non erano, a differenza del suo, cantati in napoletano. Ma, se così fosse stato, ne staremmo parlando? Di più, se qualcun altro avesse deciso di cantare in sardo, in veneto, in toscano, di cosa parleremmo? Lo staremmo facendo? Il regolamento di Sanremo consente l’uso di parole dialettali nei testi, basta che non si snaturi il senso complessivo della canzone. Basta, cioè, che da Bolzano a Ragusa ci si possa capire. L’italiano è la nostra lingua ufficiale per una convenzione che stabilisce la presenza di lingue e dialetti e che ha avuto, come in altri paesi, delle ripercussioni sociali e storiche che si riflettono ancora oggi sulle nostre quotidianità. Così che chi è nato nel sud Italia lo sa bene che in alcuni luoghi pubblici non sta bene parlare in dialetto. Lo sanno benissimo anche le persone che vengono dal nord Italia. Quello che ci differenzia, credo, è cosa venga percepito quando si sente il nostro dialetto. A quali domande risponda il nostro modo di parlare oltre quelle riguardo la provenienza. Tocca allora a Geolier non rispondere solo di una lingua tutt’ora fortemente osteggiata, ma anche di tutto quello che riusciamo a vederci dietro: delinquenza, camorra, indolenza. Ci vediamo interi mostri che vivono come parassiti sulle spalle del nostro stato. E allora se sei napoletano e canti in napoletano non puoi essere il primo in classifica non perché, come giustamente si può sostenere, ci fosse chi meritasse di più, ma perché se sei un napoletano che canta in napoletano tu sei arrivato primo perché hai trovato un modo per fottere il sistema. E allora Geolier assorge all’unico napoletano che riusciamo a immaginare: lo scugnizzo di periferia, il truffatore, lo scansafatiche. E vive in una giungla che nientr’altro è che Napoli.

Non credo che questa generalizzazione, che non affronta i problemi sistemici che affliggono le grandi metropoli del sud Italia, non descriva situazioni che sicuramente esistono. Certo che a Napoli ci sono anche questi problemi. Solo, la scelta di cantare in napoletano di Geolier, si inserisce in una questione che non è solo linguistica, ma sociale, in contesti dove fin da subito gli unici esisti possibili della tua vita prevedono soccombere al sistema o imparare a navigarci. Fin da subito sai che perdi ed è vero che col vittimismo non ci facciamo nulla, ma non si può non dire che chi nasce in un ambiente svantaggiato del sud parta dallo stesso punto degli altri. È a questo punto che riappropriarti della tua lingua, in questa corrente di rivendicazione degli ultimi anni, studiarla, può simboleggiare l’emancipazione tua e quella di chi rientra nella tua comunità. Il tuo riscatto.

Questa unione viscerale con le nostre geografie non è sempre sana. Tutte le unioni che non prevedono dei dubbi al loro interno sono problematiche. Però, credo che la storia in generale del sud Italia, esente da qualsiasi assoluzione per le nostre incontestabili colpe, non possa non considerare come siano state anche l’arte, la musica, il cinema, il calcio, a cercare di bilanciare le indiscutibili carenze statali, di impiego, di questi luoghi. E allora cerchiamo di rivendicare qualcos’altro. In questo caso, una redenzione attraverso una lingua.

Questi miei pensieri li ho espressi a questo fantomatico quanto improbabile gruppo. Ne è seguito un dibattito interessante, che non riuscirei a riportare qui. Sapete in che lingua abbiamo parlato? In inglese. Sì, parlando di queste dimensioni così strettamente legate al nostro paese, ci è venuto naturale pensare che a Carolina non dovessimo sempre e solo fare la testa tanta sulla sacralità della pasta al dente, ma che potesse anche sentire parlare delle nostre differenze territoriali, così intrinsecamente nostre.

 

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giuseppe acconcia
giuseppe acconcia
Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.
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