La prima parola

di Marco Marra

Immagine di Karen .t da Pixabay

La bambina spalanca gli occhi e singhiozza e pronuncia la sua prima parola. La nonna ode la prima parola della bambina e serra le labbra e le si avvicina. La nonna dice: Tu e io abbiamo un segreto. Dev’essere tua madre a udire la tua prima parola. La tua prima parola non può essere questa. La tua prima parola non dev’essere questa. Anzi questa parola non dovrai pronunciarla mai più. Anzi questa parola non l’hai mai pronunciata. Tutto ciò che riguarda questa parola è il nostro segreto. Poi la nonna abbraccia forte fortissimo troppo-forte la bambina e poi s’allontana e se ne va di là. Prende un mozzico di stracci e si mette a strofinare padelle e cucchiai e forchettoni e muove la bocca al ritmo di una nenia muta. Mentre fuori nella notte infuria la tempesta. Dalla stradicciola che s’inerpica tra le colline e che zigzaga nel bosco spunta fuori la madre. La madre varca la soglia e entra in casa e fugge alla notte e alla tempesta. Saluta sua madre, ch’ha i suoi stessi occhi seppur diversi, con un cenno del capo e le porge il sacco che portava in spalla. La nonna e la madre estraggono dal sacco verze e patate e cicorie e ravanelli e li immergono in una tinozza zeppa d’acquaccia. La nonna dice: Va’ a riposarti. La madre annuisce e si sfila il foulard che le copriva i capelli e va dalla bambina. Sta lì due o tre minuti che la notte e la tempesta sembrano star dentro e non più fuori e dopo ritorna dalla vecchia. La madre fissa la vecchia e la vecchia sta di spalle e non guarda sua figlia. La madre s’affianca alla vecchia e dice: T’aiuto a preparare la zuppa. La vecchia annuisce e poi dice: La bambina come sta? La madre dice: Dorme. Mangiano la zuppa e dopo rabberciano una seggiola e un trabiccolo e dopo se ne vanno e dormire. L’indomani la madre si sveglia prima della vecchia. S’alza e s’approssima alla bambina e la bacia sulla fronte e le dice parole d’amore e poi la solleva piano piano perché c’ha paura di svegliarla e l’avvolge piano piano in un panno che profuma di lavandula e cardosanto. La culla canticchiandole una canzone dolce-triste e dopo l’accomoda sulla branda. La vecchia dorme ancora quando la madre inizia a raccogliere qualche cianfrusaglia e il pane azzimo e la borraccia coll’acqua e s’infila tutto nella sacca. Nemmanco si cambia la veste che si copre i capelli col foulard e che s’intabarra nella mantella e che prende con sé la sacca e che prende in braccio la bambina e che se ne va via. Frattanto la vecchia s’è svegliata, riversa sul letto cogl’occhi spalancati, ma non dice nulla e non sa che fare e c’ha paura. E trema.

La stradicciola è un varco che si apre tra gl’alberi e che squarcia in due il bosco. Il bosco bisbiglia: suoni e parole che gli stranieri non possono capire. Ma la madre è madre e non è straniera alla natura e intende i bisbiglii del bosco. Prosegue a passo svelto, il fagotto tra le mani e la sacca dietro la schiena, fiancheggiando il ruscelletto e oltrepassando il crinale scosceso che strapiomba in una voragine tanto profonda che nemmanco fosse il precipizio da una montagna. A est il sentiero che conduce all’abitato e a ovest quello che percorre la madre. Il cielo è una coltre di nuvole color ferro che copre i campi che s’estendono a perdifiato di là dal bosco e dallo sterrato. La madre s’arresta quando il sole, ch’è invisibile o morente o tutt’e due, è allo zenit. Sosta in prossimità d’un monolite messo lì chissà quando da chissà chi e sorseggia un po’ d’acqua e ne offre alla bambina e mangia un po’ di azzimo e ne offre alla bambina. La bambina né beve né mangia. La madre dice: Almeno devi bere. E le schiude la boccuccia colla punta delle dita e le bagna le labbra. Quando sta per rimettersi in viaggio scorge in lontananza una figura. La figura è un’ombra e l’ombra pare avvicinarsi e più s’avvicina e meno diventa distinguibile tant’è che a un certo punto non sembra più un’ombra bensì tante ombre: uomini o demòni inseguitori o spettri. La madre dice alla bambina: Non preoccuparti. Ora andiamo via. Racimola ogni cosa e riprende il cammino voltandosi indietro ogni tanto e ogni tanto vede i demòni e ogni tanto non li vede più o perché spariti o perché mai esistiti. Le valli e i campi dilacerano le montagne e sbranano i boschi e non c’è traccia né di case né di strade. Di là dalla vetta più impervia c’è un nuvolone nero nerissimo e bulboso e pulsante che pare vaticinare fortunali o altre sciagure. La madre se ne trascina a largo, puntando a ovest e ancora a ovest. Lungo la strada, che strada non è, s’imbatte in una donna. La donna è seminuda e viene nella direzione opposta e zoppeggia e si tiene ritta chissà come. La madre dapprima teme possa essere uno dei demòni ma quand’è abbastanza vicina si ravvede e saluta la donna con un cenno del capo. La donna è una donna d’una bruttezza anomala e non dovuta a fattezze deformi o a chissà quale stortura bensì a una disarmonia malata e a una magrezza eccessiva e all’esiguità del collo e al lembo di pellaccia che ricopre spalle e scheletro e ai seni molli penzoloni senza nulla se non pellame stiaccio. La donna dapprima indugia e poi si ferma e dice: Cosa portate in quel fagotto? La madre fa un passo indietro, s’inarca in avanti e chiude i gomiti a scudo. La donna dice: È un figlio? La madre annuisce. La donna dice: Da dove vengo io i figli sono una zavorra. Li sfamiamo con paglia e corteccia perché non c’è nient’altro e perché devono imparare che non c’è nient’altro. Che il Signore se n’è andato senza mantenere la promessa. È asceso al cielo e non è più tornato. E a noi non resta che mangiare paglia e corteccia. La madre biascica: Devo andare. La donna dice: Porto zolfanelli e candele all’asceta. L’asceta vive in una grotta sul picco della montagna. Dicono che non mangi e che beva solo acqua piovana ma io non ci credo. Dicono che sia in grado di parlare alle stelle e che sappia curare ogni malanno con fregagioni e invocazioni. Potrebbe guarire vostro figlio. La madre dice: Mio figlio non dev’essere guarito. La donna scruta il fagotto e capisce e fa su e giù col capo e dice: Buon viaggio. La madre annuisce e riprende il cammino. Si volta una prima volta e vede solo la figura sbilenca della donna allontanarsi. Si volta una seconda volta e vede i demòni incedere verso la donna. Si volta una terza volta e vede i demòni aver oltrepassato la donna e tirar dritto verso lei e la sua bambina e pensa che i demòni sono lì proprio per lei e per la sua bambina. Il tragitto è silenzioso e alieno. Il vento è freddo. Il cielo è terso e triste e incupito. Incupito perché s’approssima il tramonto e di là dalle montagne inizia a nascere un’aureola cremisi che le poche nubi sembrano bubboni sanguigni. Un granaio abbandonato: la tramoggia e l’aratro divorati dalla ruggine, la vanga e la zappa e il piccone sotterrati dalla sabbia, le finestre e la porta spalancate e muffite a dare al frontale un’espressione da maschera tragica. Sul ventilabro mezzo crepato sta un gallinaccio dal piumaggio lordo di fango impiastricciato di loppa e semi. Il gallinaccio segue con sguardo idiota l’ansare della madre e intona un chicchirichì acutissimo e stridulo. La madre supera il granaio di un centinaio di metri poi s’arresta e osserva l’orizzonte e fa dietrofront. Arrivata in prossimità dell’ingresso del granaio raccoglie un bastone e lo lancia contro il gallinaccio e il gallinaccio zampetta e si lamenta e se ne fugge. La madre setaccia il granaio in lungo e in largo e quand’è sicura s’accomoda su un pagliericcio e si mette a carezzare la bambina. Beve e spilluzzica un po’ di azzimo e dopo si mette a cantare. Canta una ninnananna che le cantava sua madre e culla la bambina che sta tutt’imbacuccata nel panno e tra le sue braccia. Dopodiché s’addormenta. Si sveglia ch’è notte ancora. Aguzza le orecchie: silenzio. Si volta verso la bambina e tende le braccia verso di lei. La carezza e le bacia la fronte e la carezza ancora. Poi da lontanissimo il latrato di un segugio e ancora un’ombra che sferza la luce lunare e che la madre vede addentrarsi in là dal sottoporta. Prende la bambina e si nasconde dietro a un cumulo di grano. Nel granaio ora ci sono i demòni. I demòni annusano l’aria e seguono la traccia inesistente che solo i demòni inesistenti come loro sono in grado di seguire. La madre chiude gli occhi poi li riapre e guarda la bambina, ch’ha gli occhi chiusi, e mette una mano sopra gli occhi di lei e pure sopra i suoi. Quando i demòni vanno via è ormai giorno e quand’è giorno è ora di riprendere il viaggio. Madre e figlia sono avvolte nella foschia, l’una che stringe l’altra e che s’aggrappa al miracolo, e la foschia attanaglia e pregna ogni cosa: montagne e colline e boschi e pianure e campi e orizzonti sterminati. La madre procede a passo svelto per mezza giornata poi si ferma e sguaina lo zaino e controlla le provviste e non c’è più azzimo e non è rimasta acqua. Avanza ancora. E ancora. Poi dall’imprecisione del terreno emerge una traccia. La traccia si snoda per un’impervia salita e attraverso balze rocciose ripidissime. Alla madre sembra di vedere i demòni in agguato tra le rocce ma o per coraggio o per paura sceglie di non attendere. Inizia a pioggerellare. La pioggerella picchetta sulla pietra e nutre il terreno e inumidisce l’aria. La madre s’inginocchia in prossimità d’uno spuntone e tende il mento verso l’alto e apre la bocca e beve la pioggia. Con le labbra bagnate bagna le labbra della figlia e poi le sussurra: Bevi. Sopra di loro c’è una nuvola bianca bianchissima che pare congelata e che si staglia solitaria e ch’è un pinnacolo cupo sporto contro uno spazio sconfinato. La madre non indugia giacché pur non vedendoli sa che i demòni sono più vicini. Risale scale di massi che non sono scale ma solo massi ma che sembrano scale usurate e vecchissime e che s’addentrano nell’atmosfera caliginosa e che s’arrestano in prossimità d’una lingua di terra che dilacera dalla roccia sguarrata. La madre s’appiglia alle erbacce e ai ramoscelli secchi e pensa che forse quel sentiero non conduce da nessuna parte e ch’è meglio tornare indietro ma guardandosi indietro vede i demòni inseguitori incalliti e pensa che indietro non può tornare e tira dritto. Giunta all’apice scandaglia l’orizzonte freddo e incerto e nero e in rovina e spaventoso e terribile e deserto e sinistro e infestato. Contro l’orizzonte si staglia il crocefisso. Il crocefisso è conficcato nella terra e nella roccia e s’innalza verso il cielo e al cielo sembra appartenere. Il crocefisso è avvolto dalla foschia e dalla nebbia e da valle o da un altro di quei dirupi non può essere visto e forse non può essere visto nemmanco da vicino se non da chi è disposto a vederlo. La madre osserva il crocefisso e s’inginocchia e si segna e poi si rimette su. Ora la madre ha la sensazione che la bambina scalci e tossisca e pianga. Non la guarda. Sta lì per un po’ e muta parla al Signore e Gli pone domande e non riceve risposta. Continua a pioggerellare e la bambina pare agitarsi e la madre la nasconde sotto la sua mantella all’altezza del ventre caldo che l’ha nutrita. Quando il cielo si apre la madre percorre a ritroso il sentiero. Lungo il sentiero ci sono i demòni che dapprima non s’erano potuti avvicinare lì dove governa il Suo staffile ma che ora possono riprendere la loro persecuzione. Viaggiano a lungo. Giorni e giorni. Nessun incontro. Nessun segno. Giungono in prossimità di un abitato. In prossimità dell’abitato sta una strega che rassomiglia alla madre della madre. La strega è vestita di bianco manco fosse una santa ma c’ha l’espressione rivestita di corruzione e la voce aspra e rugginosa come se non la usasse mai. Dice: Li conosco quelli che t’inseguono. Sei alla loro mercé come l’ero anche io. Posso scacciarli via sai? Posso scacciarli via per te! La madre non risponde e cerca di proseguire ma la strega la ostacola e dice: Dove vai? Qual è la tua direzione? Poi vede il fagotto e aggiunge: Capisco. E lascia che la madre prosegua. A qualche decina di metri ci sono i demòni. I demòni compiono passo passo gli stessi passi compiuti dalla madre e arrivano innanzi alla strega. Il loro inseguimento finisce lì giacché più oltre ci sono i lupi e i lupi sono i veri demòni giacché persino i demòni c’hanno paura dei lupi. Il viaggio si prolunga per un tempo oltre il tempo. Ora la madre, in braccio sua figlia, attraversa un deserto di polvere. Le tremano le gambe e non ce la fa più e ha paura e si tormenta con domande e spera di svegliarsi come da un brutto sogno. Innalza lo sguardo al cielo e il cielo è un grumo di cataclismi e nefandezze e cancrene e crolla a pezzi a mo’ di vetro spaccato, e la terra è muffita e la roccia divorata dai funghi e i rami degli alberi si storcono e si ritorcono e s’esibiscono in ghirigori di rami morti. E d’improvviso piombano lupi. I lupi sono strappi di tenebra che slabbrano e deturpano e abbruttiscono ciò ch’è già deturpato e abbruttito. La madre nasconde la bambina sotto la mantella. I lupi s’avvicinano e si serrano a ranghi e s’avvicinano ancora. La madre li affronta come solo una madre può fare e battaglia e battaglia e infine soccombe. Prima di soccombere dice ai lupi: Lupi divorate me. E alla sua bambina: Ti voglio bene.

La vecchia sta sulla soglia della casa in mezzo al bosco. Le fronde degli alberi sono fitte da lasciar appena passare lo sterile bagliore crepuscolare. La vecchia ripensa alla prima parola della bambina e osserva il cielo da quei piccoli antri e comincia a chiamare per nome le stelle che fluttuano lì su. Ma le stelle tacciono e il cielo oltre le fronde non è che un abisso tremendo e incomprensibile. Ma ci sono le fronde degli alberi e l’abisso non può essere visto e la vecchia sogna che quel cielo possa essere una casa migliore.

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3 Commenti

  1. Buongiorno, ho apprezzato e condiviso questo racconto apocalittico e anche molto raffinato di Marco Marra.
    Concludendo la lettura ho pensato che, se ci sono molti, moltissimi lupi neri che ululano Viva la Morte! ci potrebbero essere altrettanti, e forse più, lupi bianchi che cantano Viva la Vita!
    Grazie e buona settimana all’autore e al redattore.

  2. Marco Marra ha creato uno stile molto personale, fatto di ripetizioni ed elenchi. Questo, unito a un’ambientazione rurale e silvestre inquietante, rende i suoi racconti riconoscibili, il che è un pregio in un panorama, quello del fantastico italiano, in continua espansione. A ciò si aggiungono pochi ma efficaci riferimenti alla religione che pongono profonde questioni esistenziali.

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Vivo e lavoro a Roma. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012).   Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace. Mi raccomando, non offendetevi. Il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e non professionale.
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