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Milano è una vetrina. La mobilitazione per Gaza e gli scontri del 22 settembre

di Massimo Palma

A Milano il 22 settembre alla manifestazione per Gaza ci sono stati alcuni scontri.

A ben guardare, mentre scattano i primi provvedimenti contro gli arrestati, e si lavora a ulteriori puntate di identificazioni e prese in custodia, quel che è successo a Milano durante lo sciopero generale e il “blocchiamo tutto” in supporto alla Palestina e contro il genocidio in corso, è difficile comprendere perché lì non sia stato permesso quello che è invece stato permesso a Roma, Napoli, o ancora a Bologna (ma solo in parte). Ovvero la pacifica occupazione delle stazioni e delle strade, temporanea e simbolica.

A Milano invece ai manifestanti è stato reso impossibile raggiungere i binari, fermare i treni, le partenze. Le forze dell’ordine lo hanno impedito, creando di fatto una situazione a “imbuto”: il corteo forzava per entrare (anche perché si sapeva che altrove questo era stato “concesso”, octroyé), la polizia respingeva con manganelli e lacrimogeni. La situazione si è fatta sempre più conflittuale e complicata, innescando reazioni e una resistenza di ampie frange del corteo molto vasto che al mattino, nonostante la pioggia, aveva riempito le strade di varie decine di migliaia di persone di ogni età ed estrazione. Il risultato: caos, panico, le porte a vetri rotte, qualche scritta sui muri. La questione in questi casi, al di là del destino dei singoli, è politica: cui prodest? A chi serve? A chi servono gli scontri del 22 settembre a Milano, cui tutti i media hanno dedicato una copertura senza limiti, di fatto provando a “silenziare” la riuscita delle manifestazioni?

Lasciando stare la ricostruzione mediatica per un momento, la critica è arrivata talvolta anche da chi ha organizzato e partecipato alla giornata. Tatticamente, si sente dire, gli scontri sono una mossa sbagliata, spaventano e polarizzano l’opinione pubblica spingendola a prese di posizione più reazionarie, e strategicamente falliscono, perché spostano il focus da Gaza e dal genocidio in corso. Insomma, in sintesi, secondo questa prospettiva gli scontri sono politicamente stupidi, e chi li fa ha la vista corta.

Ma appunto: chi fa gli scontri? La peculiarità degli scontri di Milano è che fin da subito, stando alle ricostruzioni, sono stati disorganici, disorganizzati, in mano a ragazzi non guidati da nessuno e, parrebbe, poco politicizzati. Ed ecco che l’obiettivo della critica, oltre che su quei misteriosi soggetti che la narrazione convoca da decenni apposta per terrorizzare il moderato che in piazza stavolta quasi ci andrebbe, creando quel moral panic inesauribile in Italia – anarchici, autonomi, antagonisti, infiltrati –, si focalizza su un ulteriore, misterioso soggetto: i “maranza”. Qui entra in gioco la categoria scivolosa con cui si definiscono, autodefiniscono, alcune frange giovanili milanesi da anni, ora estesa a tutta Italia. Abiti, musica trap, abitudini ai confini della legalità: questi sarebbero i “maranza”. Ma perché tirarli fuori per narrare il 22 settembre? L’obiettivo politico, nel nominare in questo modo questi gruppi ben poco definibili, è isolare la componente che tra tutte sembra spaventare di più. Si dice maranza ma si legge italiani a metà, perché di seconda generazione e/o di classi basse, e quindi importatori di malcostume, reati, e ora persino violenza politica. È difficile non cogliere l’implicito razzista di questa connotazione.

Che Milano – al centro di enormi polemiche da mesi per il modello di sviluppo elitarista che incarna, dove il centrosinistra ha operato una radicale conversione a destra della propria antropologia –, che Milano – dove si terranno elezioni comunali tra un anno e mezzo, dove chissà, il regime di Sala potrebbe non reggere –, che Milano – dove un modello urbano di espulsione dei bassi sociali dal centro alle periferie ha trionfato –, possa essere il luogo ideale dove creare una situazione di tensione in un’atmosfera già di per sé tesa (siamo al ventitreesimo mese di manifestazioni per la Palestina, nel disinteresse assoluto del governo e delle classi dirigenti) – che Milano sia proprio il posto adatto per gettare benzina e poi godersi l’incendio: questo è evidente.

Ma veniamo al problema politico: come si sta in piazza in una situazione del genere, dove il confine legale è spostato nella direzione del simbolico da una parte, in quella del conflittuale dall’altra? Chi spiega, e a chi, come si sta in una piazza del genere, appena qualcuno, dalle parti di chi ha il monopolio della violenza, va contro le aspettative politiche? (Non legali – perché interrompere un pubblico servizio è illegale, ma nessuno sarà punito a Roma o a Napoli). Chi vede forze dell’ordine dispiegate e poi repressive – moltissimi i gas lacrimogeni impiegati, moltissimi i manganelli usati e sporchi –, schierate e attive per impedire ciò che si sa concesso in altre piazze può scegliere, nell’Italia del “decreto sicurezza”, nell’Italia autoritaria che ha continuato a vendere armi a Israele in questi anni, nella Milano degli sgomberi del Leoncavallo e del centrosinistra scandaloso e affarista, chi vede questo può scegliere di non arretrare nella situazione di conflitto e repressione. Qual è il confine per lo scontento, la frustrazione, la rabbia sociale, la lunghissima attesa che qualcuno si accorga che certi allarmi sulla Palestina sono lanciati da due anni, ma non hanno prodotto nessun effetto politico-economico, mentre la Palestina viene rasa al suolo, con le sue decine di migliaia di vittime accertate e il deserto in costruzione? Cosa è non legale, ma legittimo – sul piano democratico – che accada quando una manifestazione viene repressa? Perché – per l’ennesima volta, una generazione intera dopo Genova, sette anni dopo le lacrime di Nardella per le fioriere – i danni alle cose vengono reputati più importanti dei danni politici, sociali, storici, alle persone? Perché queste persone, mai ascoltate in vita, dimenticate dall’amministrazione che organizza eventi, start-up, hub, vetrine, pubblicità mediatica solo in un certo centro, perché queste persone vengono chiamate subito maranza, e annichilite politicamente, per schiacciarle su una loro genealogia arabo-islamica che non fa che rinfocolare l’islamofobia di cui si macchia da più di vent’anni l’occidente, e che su Gaza è la vera nota dominante dell’immobilismo filo-israeliano? Certo conveniva creare incidenti a Milano – per spaccare il movimento tra buoni e cattivi (sempre mentre un genocidio è in corso), per gettare fette di attivismo cittadino (la salvezza di Milano finora) in pasto alla magistratura e al giornalismo reazionario, per trarne dividendi politici immediati e futuri. Ma bisogna capire cosa si sta nominando quando si abolisce la cultura del conflitto, la si spinge ai margini di ogni gioco democratico, quando si condanna ogni manifestazione che non sia di selfie e sorrisi.

Chi si è scontrato a Milano era arrabbiato per ragioni contingenti (la trappola di una polizia che non fa entrare in stazione, diversamente da altrove), per ragioni politiche (dove ogni movimento di difesa di diritti elementari viene criminalizzato da anni e anni) o per ragioni di una vita intera. Che abbia fatto uso della sua rabbia è una questione politica che va molto al di là dei cori di condanna fin troppo unanimi che giungono da destra (perché le cose valgono molto più di persone e popoli interi) e da sinistra (perché così si rovina la tendenza, il simbolismo e le fotografie di una bellissima giornata di pace mentre altrove c’è un genocidio). È un sintomo, semmai, al di là di ogni convenienza di piccola gittata della nostra piccolissima Italia autoritaria, al di là degli automatismi del nostro immaginario politico da cinquant’anni, di quanto poco si capisca la portata globale di Gaza, in cui ogni sud sa di potersi riconoscere, e ogni nord sa di dover reprimere a ogni costo. A Milano doveva succedere, perché da sempre Milano ha dentro il sud, anche se lo espelle, anche se lo rende invisibile.

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Immagine tratta dal sito InfoPal.

 

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andrea inglese
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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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