➨ AzioneAtzeni – Discanto Diciassettesimo: Andrea Breda Minello



Azione Atzeni – Discanto Diciassettesimo: Andrea Breda Minello

Discanto Diciassettesimo*

Centouno falchi avevano seguito la sposa al castello pisano e nidificavano in alto, fra i merli. Sardi, aragonesi e viaggiatori vedevano dalle piane il castello nero e i falchi che volteggiavano. Si tenevano lontani.

da Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni

Su Componidori

di

Andrea Breda Minello

A braccia aperte, lungo la linea orizzontale delle scapole, alla pari delle ali spiegate dei falchi, su Componidori attende la vestizione da parte delle massaieddas, tre giovani donne non sposate, vergini, che cuciono su misura l’abito regale, prima della Sartiglia. La supervisione è affidata alla massaia manna, è lei a presiedere il rito. La donna è la moglie dell’Oberaiu Majoris o del Majorale en Cabo, maestri del gremio dei contadini e dei falegnami, le corporazioni di mestiere di Aristanis, gli unici a poter indicare la persona che diventerà il re-regina di maggio ad ogni Carnevale.

***

In realtà, ogni anno verso l’inizio di ottobre, con il sopraggiungere dell’autunno, in preda a uno smarrimento dettato da una notte abitata da sonno incerto e da visioni di stormi in volo, i capi-delegazione dei gremi abbandonano le loro abitazioni, escono da Oristano e si recano verso Sud, in direzione Medio Campidano, quasi ai piedi dell’Alta Marmilla: la meta è Sardara, il Castello di Monreale. Della sua magnificenza medievale resta l’imponente perimetro murario, le otto torri, da cui si può ammirare il paesaggio sino al Golfo degli Angeli e il mastio, che ancora oggi svetta indisturbato sulla campagna. I due uomini, guidati dall’istinto e dagli astri, lasciano la città alle loro spalle, dirigendosi alla piazza dove sorge Torre Mari, e si inoltrano in aperto spazio sui loro destrieri, provenienti dalla Giara di Gesturi, cavalli possenti e indomiti, bardati e pronti a partire all’impresa, che li vedrà comprimari in quelle ore segnate. 

I due galoppano indefessi, senza sosta, come fossero impossibilitati a fermarsi, come se fossero indotti da forze superiori e arcane ad ubbidire a un disegno, al disegno de su celu mannu

Dopo aver percorso la salita alla collina di Monreale, costellata di olivastri, all’arrivo lasciano i due fidati animali al pianterreno dell’edificio, accanto alle cisterne, dove ancora possono abbeverarsi, vigilano in questa notte di incantamenti e segni: poco distante dai silos e dalle botti c’è su brocci, il cunicolo infestato dalle mosche mortali, guardiane più oscure e temibili di Anubi, che ostacolano il tentativo di profanare il mitico tesoro, custodito nel sentiero sotterraneo, che collega il Castello alla gloriosa Capitale del Giudicato. 

Gli uomini, avvolti nel pastrano di orbace e con sa berrita d’ordinanza, intraprendono la scala a destra del secondo cortile e salgono al mastio cieco, non ci sono più le stelle a rischiarare il cammino eppure continuano a salire, anche se non ci sono feritoie, le pietre sono spesse, il gelo penetra nelle ossa. La torretta si erge a difesa e a simbolo di maestosità e potenza, sfidando il cielo stesso: luogo di protezione e di forze primordiali. La giudichessa Eleonora aveva reso la torre principale la dimora dei suoi amatissimi falchi, che, liberi di entrare e uscire a piacimento, illuminavano il luogo all’amata amica e confidente, grazie all’anello attorno alle orbite oculari e alla loro cera cangiante, celeste o giallo intenso, maschio o femmina, poco importa. Gli astori di Eleonora spiccavano per eleganza e grazia, ma potevano diventare armi di difesa micidiali in caso di pericolo o di minaccia mortale, rivolta alla loro regina. Tutto ciò accadeva in un’epoca immemore, di cui resta traccia nei racconti delle anziane e dei folli, perché tali sono considerati oramai gli ultimi custodi del tempo.

Eppure il buio non è davvero tale, più i due uomini salgono, più sembra ai loro occhi di intravedere un bagliore, un’intermittenza della retina, faticano in preda al sonno, temono di essere posseduti da spiriti, che li conducano verso la perdizione, sanno solo che devono continuare a salire. Non hanno paura, hanno una missione da portare avanti, anche se non ne conoscono lo scopo, obbediscono a forze più grandi della ragione. Ed ecco che sul terzultimo gradino immobile, a guardia del mistero, appare un falchetto, che scruta dentro le loro anime. 

I due uomini vedono, per la prima volta vedono, non si stupiscono nemmeno quando l’oscurità viene stracciata dall’orbita luminosa del piccolo araldo delle distese celesti. 

Un attimo, la coltre è stracciata, sono scaraventati nel mito, immersi nella verità del sogno.

Condotti e sedotti dalla presenza misteriosa del piccolo rapace vivono epoche passate, vite sedimentate e dimenticate che esistono solo lì, in quell’istante in divenire perpetuo. Le loro gambe sembrano cedere, le membra dissolversi, non temono, si lasciano abbandonare al destino scritto da  elementi ancestrali, approdano all’origine del mondo.  

Vorrebbero parlare, interrogare la sentinella del castello, ma non possono, no, non è concesso loro di emettere suono alcuno. 

La luce emessa dalle orbite dell’antico messaggero è intollerabile. L’astore, che sembrava immobile, mutato quasi in una statua di sale, finalmente si muove, nasconde il capo tra le piume, tutto torna ad essere scaraventato nel buio degli inizi, lì dove si sono formate le galassie; lentamente dispiega le ali, spalanca il coriaceo rostro variopinto, un vento caldo avvolge gli uomini, li solleva e li trascina giù, giù, a ritroso, nello spazio e nel tempo. 

Perdono conoscenza di sé.

Si risvegliano, infreddoliti, a terra, accanto a una delle tante sorgenti del luogo, sono alle pendici del Monte Arci, adagiati sul manto muscoso di s’Acquafrida, terra di caccia prediletta nei secoli trascorsi dai signori del Giudicato. I destrieri, ammansiti, si cibano dei licheni, che costellano le cortecce delle sughere.

Non hanno tempo di interrogarsi a vicenda, ormai è tutto chiaro. 

È quasi l’alba. 

Ora sanno, conoscono la loro missione.

Il falchetto non li ha abbandonati. È adagiato su uno dei rami di un imponente elce, pronto ad avverare e a rinnovare la profezia che da generazioni si perpetua a inizio autunno. L’ultima compagnia, la prediletta della Giudichessa Eleonora, è pronta: spicca il volo, si posa prima sulla scapola sinistra dell’Oberaiu Majoris, poi su quella destra del Majorale en Cabo; i due uomini sono circondati dagli esseri fatati del bosco: cinghiali, volpi, conigli selvatici, ghiandaie e poiane convivono in quel momento in armonia, spettatori mansueti e obbedienti del rito, che si sta per compiere. 

L’anello e la cera de su falchittu mutano a seconda dell’esser rivolti a l’uno o all’altro uomo e risaltano la livrea dell’apparente esile corpo, il petto rossastro è intervallato al bruno, come i mustacchi e la gola, le guance assumono la loro colorazione consueta, quel crema simbolo di fierezza e costanza, pegno di fedeltà e protezione verso tutte le creature del mondo. 

Questo è il regno delle infinite combinazioni della natura.

Il rapace apre il becco e deposita fra le labbra dei due uomini una mistura di euphorbia e grano, che servirà a perpetrare la magia: masticandola, sapranno chi sarà destinato, chi sarà destinata a diventare il nuovo Componidori, re-regina di maggio e a rinnovare la potenza ancestrale dell’amore. 

In preda a un’euforia, indotta dallo stato allucinatorio del cibo donato, i due danzano, danzano fino allo spuntare di Lucifero, poi, come nulla fosse stato della notte, dimenticano gli avvenimenti, confusi si chiedono cosa sia accaduto, salgono sui loro cavalli con un’unica certezza: hanno fretta di raggiungere le abitazioni, di cambiarsi, di riposare, ma prima di arrivare a destinazione, rovistando nel pastrano in cerca di un sigaro da fumare, in piena corsa, si accorgono  della presenza nella tasca del coietto dei ramoscelli di ginepro, delle spighe, e dei chicchi di vernaccia, un’offerta da affidare alle future anime prescelte a guidare la corsa della Sartiglia, alla conquista delle stelle.

Il falchetto si è elevato, controvento, ad altezze che sfidano le leggi del cielo. 

Ora sa che per un altro anno rivivrà nelle gesta e nell’esistenza dei re-regina di maggio. 

Ora sa che può tornare felice a casa, a sa domu de su sonniu.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012  

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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