La violenza nel tempo di Trump

Trump
Immagine di M. H.da Pixabay

di Davide Orecchio

Molti hanno paragonato gli ‘squadroni’ di Trump alla Gestapo nazista o alle squadracce fasciste. Uso simile della violenza, analoga impunità paramilitare. I drappelli di agenti Ice che terrorizzano le comunità degli Stati Uniti, che rastrellano e uccidono al di là di qualsiasi controllo e autocontrollo, hanno una natura fascista, a me sembra innegabile, come è fascista l’impugnatura del presidente che li ha sguinzagliati. Ma ogni violenza politica ha la sua tradizione di riferimento. Per questo trovo molto convincente un ragionamento di Igiaba Scego. L’ha scritto su Instagram e lo riporto qui:

“L’Ice deriva direttamente non dalla Gestapo, ma dai slave catchers ovvero individui o gruppi di individui che si mettevano a caccia delle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni e dalle catene. La letteratura afroamericana ci ha mostrato più di un slave catcher. (…) L’Ice è un prodotto autoctono, le squadracce fasciste e naziste hanno ai tempi molto imparato (prima o poi dovremmo parlare della fascinazione di Hitler per alcuni metodi statunitensi) da questa parte che non ci piace degli Stati Uniti (perché c’è un’altra parte che ci piace molto, quella democratica rappresentata dalla bellezza della gente scesa in piazza), una parte che può mangiarsi la democrazia. Anche i metodi, rapimenti, brutalità, violenza, nessun codice etico ricordano molto i fantasmi che gli Stati Uniti non hanno mai risolto. La riemersione dei slave catchers, del suprematismo nativista wasp, ora chiamato ICE è davvero il segno della grande crisi che sta attraversando il paese”.

A me sembra una lettura lucida, ma ogni sguardo ha la sua tradizione di riferimento ed è mosso da una personale e ancestrale paura rispetto a una violenza politica della quale teme il ritorno. Per questo molti di noi nel braccio dell’assassino Ice che spara sull’inerme infermiere Alex Jeffrey Pretti hanno rivisto il manganello dello squadrista fascista che, prima di dare fuoco alla Camera del Lavoro, frantuma il cranio del sindacalista socialista, o hanno ritrovato la pistola dell’ufficiale Gestapo nell’atto di sparare alla nuca di un prigioniero.

Europa e Stati Uniti condividono spettri. L’Occidente condivide spettri. Diciamola più chiaramente: ogni sistema democratico occidentale (mi limito a questo per non allargare troppo il discorso) nasconde ed eredita dai regimi precedenti un inconscio Mr. Hyde, una natura politica violenta, fascista, razzista, “istituzionale”, una violenza di Stato storica pronta a risorgere e incarnarsi nel militare o paramilitare che reprime e uccide, o nel giudice che condanna senza un giusto processo. La democrazia, per negazione, è anche una coscienza: consapevolezza che Hyde può sempre essere sprigionato, non è morto e non morirà mai. L’intera Costituzione italiana è costruita a partire da questa coscienza (ed è da sempre, infatti, nel mirino delle destre). E le democrazie occidentali, dal 1945 a oggi, non hanno seppure con molte ipocrisie provato a vivere in base a questo comandamento? La loro identità e sopravvivenza dipendevano dalla resistenza delle catene cui Hyde era legato. La democrazia sa di essere imperfetta perché sa di contenere il mostro. E qui “contenere” ha due significati.

Nell’America di Trump, Hyde è libero dalle catene. E non è verosimile che nella stessa epoca convivano un’America a guida fascista e un Occidente (o quel che ne resta) democratico. Francia e Germania, i più importanti Paesi europei, sono vicinissimi a consegnarsi a forze politiche di estrema destra o neofasciste. L’Italia l’ha già fatto. Fermiamoci qui, non deprimiamoci troppo. C’è però un elemento nuovo nell’uso della violenza dalle parti di Washington rispetto ai fascismi storici: quella del secolo scorso era gente che nella violenza ci sguazzava, gli squadristi venivano dalle trincee, la brutalità politica era per loro uno strumento domestico, ed era connaturata anche ai vertici, a duci e Führer. Un aspetto che rende “diversamente” disumano Trump è invece la sua indifferenza, la sua distanza dalla furia che sta scatenando, resa poco meno che astrazione e teoria dalla prospettiva dello Studio ovale o di un post su Truth. Trump è lontanissimo dall’infelicità e dalla sofferenza che sta procurando. Si comporta come un dio alieno o come un faraone digitalizzato, ma i bottoni che preme hanno effetti reali, dubito però che lui se ne accorga, il suo distacco sembra andare al di là dello stesso male che lo nutre.

Anni fa, in un lontano 2012, lo psicologo canadese Steven Pinker sostenne che l’umanità fosse prossima alla fine della crudeltà, che non ci fosse un’epoca storica meno violenta di quella attuale. Non ero del tutto convinto allora da quel ragionamento, e oggi lo rileggo con un’amarezza che non sa nemmeno sorridere: il tempo, i fatti, l’hanno sepolto. Tutto il contrario: il nostro è il tempo della violenza e, a causa della sua natura, è un tempo che non riusciamo a comprendere. Allarghiamo lo sguardo: qualcuno è capace di inserire in un quadro razionale il massacro di Gaza o l’eccidio in Iran? Qualcuno è in grado di individuare le motivazioni di questi mali sterminatori? Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna.

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davide orecchio
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Vivo e lavoro a Roma. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012).   Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace. Mi raccomando, non offendetevi. Il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e non professionale.
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