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La storia di F.

di Laura Mancini

Perversione in fin di vita dice la mia amica quando le racconto la storia di F., gli alberi assentono frusciando compatti intorno alla panchina che ci costringe l’una accanto all’altra e tutto, ogni suono del parco, sembra convenire sul verdetto. Non sapendo come risolvere l’amarezza in cui lei si contorce per non potermi dire il suo sprezzo sghignazzo, frugo nella borsa, ribatto può essere, scalcio una pigna e rido stavolta più forte come per essermi convinta, la conversazione assume un tono sfrontato da tenzone un po’ sciocca. L’amica sorride interdetta e tentenna, da quando ho smesso di parlare si alza e risiede, tocca il naso e i capelli, accende una sigaretta dopo l’altra, le basta così poco per animarsi. Sediamo a due passi dal bar del parco, in un giorno feriale di metà settimana. Non ci sono che coppie di pensionati, amanti dei cani e un personal trainer che stantuffa il cornetto nel caffellatte fissandolo serio con aria omicida. L’ho visto arringare una squadra su e giù per la collina, sopra e sotto l’arco, più veloce ancora più veloce, cash o paypal e ci vediamo venerdì. L’amica accenna un verso di scontento ma dovrà contenersi, lasciare all’implicito l’errore morale di cui mi fa carico. Il vento, banalmente, fischia “sarà”.

La villa è curvilinea, multiforme, intima e piena di anfratti bizzarri che ne fanno il carattere isolato, l’intenzione boschiva, l’accenno labirintico. Quando la perimetro a razzo oppressa dai podcast bofonchio insolenze contro l’utenza – liberi professionisti di zona, borghesia commerciale, ciclisti della domenica. Gente tanto inabile a godere dell’ozio da ridursi a pagare qualcuno da cui farsi urlare pronti partenza via, ginocchia alte, correre correre, e stop, recupero, recupero. Nei boschetti periferici che non mi stanco di fotografare ma di rado percorro intendo un’atmosfera, un’idea: di natura in città, di altro mondo a portata.

La storia di F. è figlia di questo luogo, gli è legata in modo scabroso. Io che ne sono l’unica testimone l’ho appena ripetuta con la nonchalance dei fatti; belli o brutti, essi sono accaduti. All’amica ho riportato i dettagli affinché la vicenda deflagri e significhi qualcosa, movimenti una situazione altrimenti dimenticabile. È iniziata così ed è finita colà. Confido in un dignitoso risvolto: prima o poi giungeranno i chiarimenti, le esegesi, le teleologie, il caso sarà sbrogliato e archiviato. Per questa ragione non mi imbarazzano gli sguardi sarcastici, le scosse di dissenso, i commenti a rinculo come perversione in fin di vita. Ma la vita di chi?

Dal giorno in cui mi è stato asportato un sospetto sarcoma per la biopsia di cui mi diranno, ogni istante è droga più di quando pensavo: farò come voglio, lo farò fino in fondo, ma poi correvo in ufficio, rispondevo alle e-mail ed ero una pavida ingloriosa pedina, schiava sociale al soldo dei mostri. Ora non più, il terrore di finire mi ha conferito coraggio, rancore, molto entusiasmo. Del binomio edonismo e malanno sarà banale l’idea ma è benefico l’effetto: in questo tempo sospeso, mentre gli alberi frusciano uguali a sé stessi e gli animali si infrattano ignari di tutto, agisco con più ritmo che cura e, nella certezza della morte, vivo convinta senza perdermi in chiacchiere. Dunque eccola qui, la storia di F.

Vidi F. per la prima volta senza sapere chi fosse. Passeggiavo rapida e senza meta con l’unico fine di battere un record, ma non è semplice avanzare a nastro tra buche e tombini, bar e boutique, vicoli mozzi ingolfati dalle orde turistiche del giubileo permanente in cui questa città lentamente muore. Dunque procedevo a strappi e nervi e spallate scontente sperando di non schiantarmi sul gruppo di colleghe perbene che aveva ricevuto in risposta all’invito a pranzo la mia consueta gelata su un incontro, un caffè, il ritiro di un pacco, qualunque cosa purché suonasse bugiarda e loro capissero, una volta per sempre, di non dovermi scocciare. Bloccata in coda dietro una comitiva di donne dell’est con la pettorina gialla intercettai un soggetto eccentrico – blazer sartoriale camicia in seta lavata mocassini calzini occhiali in titanio orecchino astuccio da pipa e la nota pazza dei bermuda avvitati, da cadetto o giovane di montagna. Rideva sicuro di sé tenendo una mano in tasca e l’altra a mezz’aria, con le dita un po’ aperte nel numero tre, si stringeva il naso d’aquila tra l’indice e il pollice soffiandovi dentro per ridersela ancora e si assestava schiaffetti affettuosi come a dire che tipo che sono, spacciato ma in gamba, poi passava a scompigliarsi il mullet nello stesso impeto di auto-tenerezza e insomma tutto il suo corpo esprimeva col ballo il grande spasso della conversazione. Registrai la presenza invidiando quello stare a proprio agio nel mondo senza gruppi da schivare né gruppi dietro a cui accodarsi, quell’inconsapevole tip tap tra una cosa e l’altra per riaversi dalla mediocrità settimanale. Detestabile e desiderabile, pensai riprendendo la foga della marcia, diametralmente opposto all’intrico di rabbie in cui mi contorcevo enumerandone le fonti: l’orrore per il carisma del mio ex marito, il fallimento del dialogo emotivo col mio bambino, il sadismo del capo che mi tratteneva in ufficio con improvvise consegne del tramonto da smontare al cospetto della mia schiera per congedarmi con un riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio.

Ti presento mio marito F., disse V., la madre del nuovo compagno di classe di mio figlio. I bambini erano alle prese con una prova di atletica non proprio brillante, sempre lì al parco, all’ora in cui i ginnasti della mattina erano ormai in sauna da un pezzo e al bar, tra i tavoli delle signore, circolavano teiere gonfie di bustine industriali. Gli alberi tacevano attoniti per la modestia del parterre. Era un autunno caldo e straniato che mortificava ogni sogno e a questo imputavo l’impasse in cui il mio bambino stanziava senza sapersi risolvere a giocare, fare i compiti, scherzare e scarabocchiare come gli altri. La prova di atletica doveva essere lo slancio perché spiccasse il volo. V. era la mamma di un alunno altrettanto esiliato, fresco di trasloco, bilingue e spiantato, delicato, introverso, alla prova di atletica eravamo andate insieme come a una terapia familiare. Dopo l’automatico piacere F. mi disse ma io ti conosco! ti vedo sempre camminare davanti al mio studio. Sorrisi senza confermare, allora chiese: sei tu? Credo di sì soffiai bisbigliando l’indirizzo esatto, ma questo e poi basta, cambiammo argomento.

V. era bella e rigogliosa come una pianta da frutta. Nata a Capo Verde, aveva vissuto in tutto il mondo, ora comprava e rivendeva ceramiche, cuciva oggetti a uncinetto, aveva appena iniziato a meditare, la pratica stava cambiando la sua percezione della realtà, il suo attaccamento al terreno. Ai miei occhi conservava i pregi dell’infanzia e l’esperienza dell’età adulta, trasformava in oro tutto ciò che toccava, era una musa, una lupa, una specie di incanto. Andammo altre due o tre volte ad atletica senza troppe speranze per quei poveri fessi, poi prendemmo a vederci da sole, al mattino, quando io disertavo l’ufficio per difendermi dall’infamia del capo e lei si concedeva una pausa dalle mille piacevoli attività di cui era fatto il suo giorno. Desiderava respirare l’aria della natura che aveva nutrito la sua salubre infanzia e ora che cos’era questo traffico!, esclamava indicando la strada intasata a valle del parco.

Il mio ex marito durante gli ultimi anni in cui avevamo provato a tenere insieme il tutto si era trasformato in uno strano fantoccio. Vestiva con eleganza, giocava a padel e a poker, partecipava ai convegni, girava video dei propri discorsi che poi caricava per monitorare come performassero. Ogni tanto mi portava la colazione a letto, invitava a pranzo fuori, regalava un massaggio, dei fiori un po’ andati, una friggitrice ad aria, ma con gli occhi vitrei e il corpo nervoso di un serpente. Quando si infervorava indirizzava i suoi messaggi motivazionali proprio a me che lo osservavo esterrefatta, a me che non comprendevo la sua lingua e sentivo montare una vertigine, il senso ormai nitido di un abisso. Credo si allenasse. A suo dire avrebbe dato tutto sé stesso perché godessi della nostra fortuna, mi prendessi i miei spazi, abitassi il mio corpo. Si era ormai trasformato in un mental coach e non era uno scherzo ma il modo in cui si presentava ai genitori della classe del nostro innocente ragazzo gettandomi in un imbarazzo ricco di sfumature: il rancore, il rimpianto, lo stupore, l’angoscia. Ogni famiglia camuffa una vergogna e quella era la mia. La mia personale sconfitta di essere umano.

Alla lunga i bambini divennero amici. Quando incontravo F. ci teneva a esaltare il sodalizio facendola più grande del dovuto. Restava allegro come in quello sketch del telefono che non avevo mai confessato di aver spiato, sempre su di giri e gasato per fatti semplici come guardare due ragazzini che giocano al parco. Una volta, mentre aspettavamo che V. tornasse dal bar con l’acqua mi disse sai a chi fa bene più che a chiunque altro l’amicizia dei bacarozzi? (chiamava i bambini bacarozzi), a mia moglie, perché frequentandoti resta nel mondo, vede come vivono le altre donne, lavorando e passando per tutti gli umori, intendendo anche quelli tetri e disperati che tu incarni. Mi mise una mano sulla spalla, una sola mano ma grande e forte, ben salda, che mi chiuse la gola.

Due giorni di meditazione trascendentale, disse V., in Toscana e F. oberato per la consegna di una gara, senso di colpa, che faccio non vado? Ci sono io, promisi, nessun problema: mentre lavoro la baby sitter, quando torno le pizze, un film, lascio scegliere a loro, affare fatto. Ma avevo sbagliato, sbagliavo sempre per via del capo che mi aveva convinta di essere una persona orientata al collasso progettuale – la mia visione era bidimensionale, la mia fantasia limitata. Quel fine settimana spettava al padre, sarebbe stato lui a guardia dei bacarozzi, lui a comprare le pizze e proiettare la pellicola. Certo, confermò lui con slancio, era felice di potersene occupare, io avrei avuto tempo per raccogliere le energie – da tempo mi spiegava che nell’eventualità della malattia il mio atteggiamento sarebbe stato fondamentale, da questo sarebbe dipeso molto, forse tutto.

Non avevo grandi possibilità di svago sociale, la mia amica era a Capri per l’addio al nubilato della sorella minore, mi inviava messaggi biliosi criticando ogni gesto e ogni suono col cuore pietrificato dall’eccesso di famiglia. Dunque mentre il tramonto saltava brutalmente in una notte lastricata di nero senza stelle né nuvole né fascinose nebbioline, mi dedicai a un libro che mi rattristava e colmava di ammirazione in pari misura. Se fosse stato un paesaggio l’avrei detto scosceso, a picco, puntuto, ghiacciato e poi infuocato, ma non era un paesaggio, era una storia terribile di cui intuivo la prossimità. Dunque poco dopo l’alba, così presto e ancora così scossa dalle pagine notturne, mi convinsi a una camminata convulsa che non raccogliesse ma azzerasse le energie per poter ricominciare dal niente.

Nel folto del parco, tra alberi ormai apertamente ostili, in uno dei boschetti proibiti dove si inoltravano solo i padroni di cani ribelli al circuito d’asfalto e inclini, per loro canina pazzia, a un deragliamento fuori pista, scorsi una figura nel vapore emanato dalle piante. Una figura fatta di due, a ben vedere, una specie di ariete, con una gran testa scatenata, come in preda a un tremore, e un corpo doppiato sul fondo, che rivelava un secondo soggetto. Colta da una curiosità che era forse intuito di orrore, mi avvicinai coi passi di un cacciatore di quaglie, decisa a scontornare la cosa per bene e così riconobbi il mullet, l’orecchino, il naso d’aquila puntato al cielo. F. emanava una sorta di rantolo, virando la solita iperbole espressiva all’estasi che non gli si addiceva affatto. Alla sagoma nota del corpo di sopra seguiva una seconda che non seppi definire sul momento ma una foto avrebbe chiarito. Clic, fece il cellulare, ma né F. né l’altra persona ne furono distratti.

Andai a prendere i bambini anticipando di poco l’orario concordato dai padri. Sul vialone le macchine impazzivano isteriche verso il sabato sera in un tripudio di luci che sembravano pretendere qualcosa. V. mi ha chiesto di tenerli ancora un po’ e volevo liberarti, dissi con occhi innocenti al mio ex marito che da quando allenava menti sapeva però leggerle. Fece cadere senza neanche un sermone, con l’eleganza che doveva provenire da un vantaggio privato e lasciò che portassi via i piccoli aiutandomi a rifare gli zaini e infilare le giacche. Legati i due al sedile posteriore dell’auto davanti a un cabaret di pasticcini mi misi di vedetta appoggiandomi alla fiancata come un poliziotto in borghese. Cantai cambia todo cambia pensandolo davvero e i rami per confermarlo mi persero tutte le foglie addosso frusciando piano, un’ultima volta.

F. era raggiante, indossava una felpa, sneaker ricamate per non essere mai da meno, un cappellino di fustagno senza visiera. Mi diede due baci come a una cugina e poi aprì la tiritera sulla riconoscenza, lo stress, il fare rete che mi chiarì come dal suo atteggiamento dipendesse molto, forse tutto. Davanti alla foto il sorriso gli si compresse in una stinta secchezza. Disse una cifra a bruciapelo con la prontezza di chi si era già trovato in quella posizione. Il dettaglio non sembrò impressionare la mia amica ed era invece centrale: è stato F. a disporsi al sommo degrado, F. ad andare per le spicce, e dunque non mi pento di aver giocato al rialzo perché a ciò che gli suggerivo, un chiarimento, la sua idea di pagare ha contrapposto la promessa di liberazione, un premio per me che ne merito eccome. La fine dei tempi in cui un uomo si sia fatto forte del dirmi riparliamone domani, quando ci avrai pensato meglio si schiarì tra le ultime foglie, fulgida come lunghi futuri senza sarcomi. Penserò a tutt’altro, dissi allora agli alberi nudi, e presi ciò che volevo senza tanti problemi.

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silvia contarini
silvia contarini
Vivo a Parigi e insegno all’Université Paris Nanterre. Ho pubblicato, anni fa, testi teatrali, racconti, romanzi (l’ultimo: I veri delinquenti, Fazi, 2005). Ho tradotto dal francese saggi e romanzi. In ambito accademico mi occupo di avanguardie/neoavanguardie, letteratura italiana ipercontemporanea, studi femminili e di genere, studi postcoloniali e della migrazione (ultima monografia: Scrivere al tempo della globalizzazione. Narrativa italiana dei primi anni Duemila, Cesati, 2019). Dirigo la rivista Narrativa (http://presses.parisnanterre.fr/?page_id=1301). Leggo i testi che ricevo via Nazione Indiana; se mi piacciono e intendo pubblicarli contatto l’autore, altrimenti no. Non me ne vogliate.
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