La realtà del desiderio. “Dreams” di Dag Johan Haugerud

di Ornella Tajani
«Quando si fantastica di qualcosa mentre si è a letto, si dimentica che la realtà è spesso molto diversa, le luci sono diverse, ci sono altre persone, e le parole che volevi usare sono impossibili da pronunciare nel pomeriggio di una normale scuola di Oslo». È quel che si dice fra sé e sé Johanne mentre si allontana dalla sala professori dove era corsa con l’intenzione di dichiararsi all’insegnante di cui si è innamorata – dichiarazione resa impossibile dalle contingenze, la prof che sta parlando con i colleghi, il viavai, i brusii, il normale scorrimento della vita quotidiana. La scena che il soggetto innamorato si era accuratamente preparato nella mente, una sorta di palcoscenico perfetto, la platea vuota, il teatro silenzioso, la sola destinataria del discorso pronta ad ascoltare, si scontra con la realtà: le luci non sono adatte.
Siamo nei primi venti minuti di Dreams, secondo volet della trilogia di Dag Johan Haugerud, film vincitore dell’Orso d’oro a Berlino l’anno scorso e al momento disponibile su Mubi. I sogni, i desideri d’amore della protagonista diciassettenne colonizzano di colpo ogni frangente del vissuto: l’insegnante Johanna diventa il pensiero fisso dell’allieva Johanne (le due protagoniste hanno quasi lo stesso nome, un dettaglio che sarebbe piaciuto a Jean Cocteau e che strizza l’occhio a una tradizione della passione omosessuale come attrazione per il proprio doppio); andare a scuola ogni giorno assume un senso rinnovato già soltanto per la possibilità di incrociarla pochi secondi in corridoio. Johanna è un’artista del lavoro a maglia, così Johanne si rimprovera di non esservisi mai dedicata abbastanza (qualcosa di molto simile si ritrovava nel romanzo lesbico È la storia di Sarah di Pauline Delabroy-Allard, di cui avevo scritto qui) e coglie l’occasione per cominciare a far visita all’insegnante un pomeriggio alla settimana. Tutto diventa per la ragazza un’esperienza esaltante, anche solo attraversare Oslo per andare a casa della donna, perché tutto ora è filtrato dai sensi: «è strano come la città cambi da un quartiere all’altro», riflette mentre cammina, come se a quell’esplorazione topografica facesse eco una scoperta del sé.
Sebbene Johanne riconosca il primo amore e sia consapevole del suo carattere indimenticabile, decide nondimeno di scriverne, perché col passare del tempo, si sa, «i ricordi cambiano»: la scrittura permette di conservare lo stato delle cose (o quasi). E tuttavia sempre si scrive per essere letti, a maggior ragione perché esprimere, raccontare il desiderio diventa qui una forma di consolazione: così la ragazza consegna il suo testo alla nonna poeta, la quale coinvolgerà poi la madre. «I sogni possono essere una cosa bellissima, finché non ci fai entrare qualcun altro dentro», commenta Johanne in fuori campo: finché non parli con nessuno, il desiderio è libero di vagare nel delirio più completo, nell’irrealtà che in fondo è la sua dimensione congeniale.
L’intervento delle due donne adulte nella vicenda è al contempo classico, imprevisto e semi-comico: divise fra la preoccupazione per lo stato emotivo della ragazza, l’entusiasmo per l’ardore che sta provando e quello per il suo talento narrativo, si ritrovano a riconsiderare anche le proprie vite. Verso il finale c’è una scena inedita rispetto al tradizionale racconto d’amore adolescenziale: il confronto con l’insegnante, davanti a due tazze di tè, non è sostenuto dalla ragazza, bensì dalla madre, il che scatena una conversazione surreale in cui Johanna passa dalla paura d’essere denunciata al ventilare l’ipotesi d’aver subito un abuso, mentre alla madre tocca il ruolo ingrato di chi imbraccia le armi per stanare un germe di passione inconfessata e forse inconfessabile. La verità, diceva Dürrenmatt, resiste soltanto se non la si tormenta.
Dreams è un piccolo trattato sul desiderio, girato con grazia e pensato con una forma di raffinata leggerezza, che tuttavia non toglie consistenza e serietà al tema. In un film continuamente, ostentatamente pieno di scale, dove il riferimento esplicito è alla biblica scala di Giacobbe che porta verso il cielo (cioè verso Dio, o verso quegli astri che generano etimologicamente il desiderio), sembra infine che sia proprio Johanne ad aver colto l’essenza delle cose: allo psicologo che le chiede «come pensa che sia l’amore», risponde «So come si sente l’amore, non come appare. Come appare non mi interessa molto».
