Ferrari, Moresco: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».

Una conversazione con Antonio Moresco

di Giorgiomaria Cornelio

Fin da La franca sostanza del degrado, la poesia di Ivano Ferrari (1948 – 2022) è stata una meraviglia acuminata come un uncino da macello. A quattro anni dalla morte, e a più di venti da Macello -opera a sua modo capitale-, esce ora, per Crocetti Editore, Transitori e risorti, raccolta che vuole riportare al centro del dibattito italiano un’opera radicale, estranea a ogni funzione meramente consolatoria della poesia. Il volume, curato da Antonio Moresco (amico fraterno di Ferrari), nasce da un lascito imponente: centinaia di cartelle che attraversano decenni di scrittura, tra poesia, appunti e materiali visivi. All’uscita di Macello, Moresco scriveva alcune righe che rilette oggi sono ancora più impressionanti nella loro puntualità: «Qui siamo posti di fronte alla vita e alla morte, alla morte degli altri ma anche alla nostra morte di specie; […] con un occhio fermo e una perentorietà alla quale non si può sfuggire facendo finta di non vedere, di non sapere, al termine del Novecento, secolo attraversato da stragi, guerre, olocausto, e all’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio e di fronte ai nuovi massacri che già ci sono e di quelli ancora più grandi che verranno all’interno delle stesse logiche ideologiche, biologiche, economiche, tecnologiche e militari bloccate.»

Proprio con Moresco parlo del perché di questa nuova ripubblicazione, tra congedo impossibile e gesto di resurrezione.

***

Cornelio:
Inizierei chiedendoti questo. Nella prefazione al libro metti insieme una serie di tue annotazioni critiche  che avevano già percorso, negli anni delle pubblicazioni Einaudi, l’opera di Ivano Ferrari. Poi, alla fine, dai questa immagine di un titolo pescato dalla moltitudine dei frammenti e delle frattaglie dell’opera di Ferrari: Transitori e risorti.

Ecco: per questo libro si transita, si passa come attraverso un fenomeno che resterà imprendibile, oppure ti auguri che la ripubblicazione funzioni come una resurrezione della poesia di Ferrari, ad oggi relegata a un silenzio a mio parere ingiusto?

Moresco:
Diciamo che questo libro partecipa di entrambe le nature. È Transitori perché Ivano è morto, quindi è nel passato, nel passaggio dalla vita alla morte. Ed è Risorti perché mi piacerebbe che fosse un gesto resurrettivo nei confronti della sua poesia, andando a pescare in questo giacimento che lui, con questo scherzo da prete, mi ha lasciato.

Un giacimento pieno di roba turbolenta, sporca, lirica, sconcertante, inusuale nella tonalità poetica di questi anni. Vorrei che significasse questo. E il fatto che il titolo sia stato pescato quasi per caso -è stato Crocetti a trovarlo in un secondo, tra Rosso epistassi– spero sia di buon auspicio.

A lavoro finito, ora che ho il libro tra le mani, ho pensato che ci sarebbe stato al suo interno anche un altro titolo possibile: Erezioni votive.

Cornelio:
C’è una poetessa che amo molto, Ida Travi, che ripete spesso che «il libro non basta». Soprattutto in poesia, il libro è una traccia di un passaggio che però, come nell’opera di Ferrari, trabocca di appunti, rimasugli, collage, montaggi.

Tutta questa opera che tu hai avuto in consegna -e che tu stesso definisci uno scherzo da prete– è anche il sintomo di un’amicizia stellare che ripercorri nell’introduzione. Come hai vissuto la responsabilità di un lascito così strabordante, che fatica a entrare in un libro di 200 pagine?

Moresco:
Per molti mesi, quasi un anno, sono rimasto annichilito. Ho accumulato queste 103 enormi cartelle: hanno occupato diverse librerie del mio corridoio, ma non le ho toccate quasi per un anno. In quell’anno sono stato anche male, ho avuto diversi ricoveri ospedalieri e interventi. Guardavo tutte queste cartelle senza osare avvicinarmi.

Poi, dopo un anno e mezzo, le ho prese in mano e ho cominciato a leggere. È stato un lavoro lungo. Sono rimasto sconcertato: c’era anche molto materiale che non conoscevo, strano, dato che lui mi faceva leggere tutto. Infinite versioni delle stesse poesie, poesie torride, perturbanti.

Mi ha colpito anche l’enorme quantità di cose che riguardavano me: testi miei che avevo dimenticato, cose mie che aveva conservato, ma anche suoi scritti su di me. Ne ho inseriti nel libro solo una piccolissima parte. Mi ha rimandato l’idea di un’amicizia artistica molto profonda, ma anche strana: quando ci eravamo conosciuti eravamo due ragazzotti di provincia che si sono montati la testa a vicenda, due invasati, due innamorati della poesia e della letteratura.

Il caso ci ha fatto incontrare alla stessa età, nella stessa città, per ragioni diversissime, tra follie politiche e letterarie.

Cornelio:
A un certo punto del libro, nei Prolegomeni per un commiato, Ferrari scrive che i fantasmi non amano che si dia loro un corpo, è un lusso che riservano a se stessi.

Fare questo libro è dare un corpo a un fantasma? Oppure è un modo per prendere commiato da questi testi “ereditati”?

Moresco:
Un po’ tutte e due le cose. È un congedo, nel senso che è il distillato di un enorme lavoro poetico, quasi un diario poetico che attraversa tutta la vita di una persona. Io però non riesco a sentire Ivano come una presenza morta, catalogata. È un poeta vivo, drammatico, perturbante. Un poeta perennemente in stato di risurrezione.

Il lavoro che ho fatto è stato istintivo. Se fossi stato un filologo che agiva con criteri specialistici, sarebbe venuto fuori un libro completamente diverso. Io ho voluto lasciare dentro lo sporco e il sublime, perché Ivano è una compresenza continua di queste due dimensioni.

Non volevo fare un santino postumo dell’amico. Volevo un libro ancora bruciante, sconcertante, vivente.

Cornelio:
C’è un verso che mi viene in mente a tal proposito: «Chi la fa l’aspetti / la posterità».

Moresco:
È un tipico guizzo suo. La poesia di Ivano è piena di questi cortocircuiti mentali. E ho voluto che venissero comprese jn questa raccolta anche altri aspetti della sua officina: poesie visive, fotomontaggi. Ho insistito perché nel libro ci fossero anche alcuni dei suoi numerosi fotomontaggi, anche se scuri, sporchi. Lui li aveva fatti a colori, ma quelli non li ho più trovati.

Ce n’erano di incredibili: lui mano nella mano con un matto del manicomio di Mantova, su una panchina; lui con un vestito da ballo che danza indiavolato; una ragazzona a cui aveva messo la sua faccia spiritata.

Erano segni di un’effervescenza mentale che poi si è tradotta negli accostamenti vertiginosi delle parole. Prima questo scatto ha attraversato altre forme; poi ha giocato tutto dentro la lingua, dentro le sue poche parole accostate in modo intenso e spiazzante.

Cornelio:
C’è in lui questo doppio aspetto terrestre e lunare, come in uno dei fotomontaggi: «Sono come la luna, condannato a stare in alto per colpa dei poeti». Tu invece dici che la sua poesia si abbassa radicalmente sulle cose. È un contro-movimento coraggioso: la poesia, dall’altezza dove è confinata nell’opinione comune, scende nello sporco delle cose – là dove non dovrebbe.

Moresco:
Proprio per questo Ferrari è difficile da incasellare. Possono venire in mente, ad esempio,  espressionisti tedeschi come Gottfried Benn, ma lui è diverso anche da questi. C’è in lui una commistione tra sublime e sporco, tra violenza e riso, tra sarcasmo e pietà, tra ironia e pietà, una miscela che è tutta sua.

Questa musica così dissonante non è stata compresa — nel senso etimologico del termine, cioè presa dentro — non è stata ancora accolta dal mondo della poesia italiana.

Cornelio:
Io appartengo a una generazione che non ha vissuto l’uscita di Macello, ma l’ha ricevuto dopo. È un libro fondamentale. In Italia c’è ancora un equivoco: la poesia dovrebbe essere consolatoria. Ferrari scriveva che la sua poesia stava nel cesso delle cose, nello spazio impuro. Questo la rende difficilmente digeribile, e insieme attualissima nel “macello planetario” in cui siamo raccolti.

Moresco:
È come se avesse visto in nuce il mattatoio di specie in atto nel mondo. Questa poesia è ineducata ma stratificata. Ivano non è un naif. Lui usava un’espressione buffa per certi poeti: «tutto pelo e senso». Ma lui non era così. Era viscerale e insieme raffinato. Ha raggiunto la concisione dopo un lungo percorso. Basta seguire il suo cammino interno testimoniato dalla Franca sostanza del degrado, dalla prime poesie piene, quasi naturalistiche, fino a quelle di Smaltitoio o Poesie laconiche.

C’è un’intransigenza profonda nel suo lavoro. Era un poeta che non era mai contento.

Cornelio:
Un’ultima domanda. Lui scriveva: «Lo spazio di un poeta è la prima volta di un prestito, dopo / la seconda». Abbiamo parlato dell’amore di Ferrari per la tua opera – ma tu cosa hai preso in prestito da lui?

Moresco:
Da ragazzo scrivevo poesie, ho cominciato come poeta. Poi ho distrutto tutto quello che avevo scritto fino ai vent’anni. Mi sono avviato verso altre avventure, anche artistiche. Non perché abbia cessato di essere un poeta, ma perché si vede che avevo bisogno di mettere la poesia dentro un altro alveo, che non fosse quello della forma-poesia  La frequentazione di Ivano, l’aver seguito passo dopo passo, da vicino, da amico, il suo percorso poetico mi ha pacificato. Ho pensato: non ho bisogno di scrivere poesie, le scrive Ivano.

È come se la parte di me che mi sono lasciato alle spalle si fosse realizzata attraverso di lui. Non mi ha fatto sentire un traditore della poesia. C’era lui sull’altro piatto della bilancia.

Cornelio:
Ti chiederei, a sigillo, una poesia di Ivano che porti con te.

Moresco:

Eccola qui:

Do quanto basta
per essere frainteso
il mezzo litro d’anima
che mi resta dentro
lo berrò con Dio.

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Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. È poeta, scrittore, regista, performer e redattore di «Nazione indiana». Ha co-diretto la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato La consegna delle braci(Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli), La specie storta (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano), L’Ufficio delle tenebre e il saggio Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita (Tlon Edizioni). Ha curato il progetto Ogni creatura è un popolo (NERO Editions)e per Argolibri, l’inchiesta letteraria La radice dell’inchiostro. La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. Con le sue opere ha partecipato a festival e spazi come Biennale Venezia College, Mostra internazionale del nuovo cinema, Rencontres internationales paris/berlin, Centrale Fies. È il vincitore di FONDO 2024 (Santarcangelo Festival), uno dei direttori artistici della festa “I fumi della fornace” e dei curatori del progetto “Edizioni volatili”. È laureato al Trinity College di Dublino e dottorando allo Iuav di Venezia.
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