Ripubblicare Francesco Orlando oggi

 

di Nicola De Rosa

 

Quodlibet ha da poco ripubblicato Per una teoria freudiana della letteratura (1973) di Francesco Orlando, a cura di Luciano Pellegrini, arricchito da un saggio di Guido Mazzoni e da alcuni ulteriori scritti che seguono il testo dell’ultima edizione. Si tratta di un progetto che punta a restituire al lettore i libri del “ciclo” Letteratura, ragione, represso, sviluppato dal critico palermitano. Se lo studio di recente riedito, in particolare, era ancora reperibile nell’edizione Einaudi, altri non lo sono da anni, come nel caso dell’ultima edizione di Illuminismo, barocco e retorica freudiana (1997). Non si tratta solo di rendere di nuovo accessibile un lavoro di grande densità teorica, ma di riaprire un confronto con un modello interpretativo che appare oggi, per molti versi, inattuale. Orlando appartiene a una stagione della critica che si può definire ancora “moderna”: una stagione segnata dalla fiducia nella possibilità di cogliere dai testi un elemento di verità sul modo in cui essi danno voce a un’epoca, ma anche a costanti dell’esistenza umana. Ripubblicarlo oggi, valutarne gli elementi ancora utili e quelli per noi meno interessanti, può forse portarci a riflettere su dove siamo e in che direzione vanno le discipline letterarie rispetto al mondo sociale, culturale, politico, che le circonda.

Orlando è noto per aver praticato una critica volta all’agnizione di un conflitto ideologico che i testi letterari possono restituire, sebbene il termine “ideologia” non necessariamente sia visto di buon occhio da chi ha conosciuto la sua lezione da vicino. Tale pratica critica, in ogni caso, è stata caratterizzata da una forte propensione teorica, che scommetteva sull’interrogare il funzionamento dell’immaginario, al di là dei singoli testi letti in modo ravvicinato. Quell’idea della conflittualità è, ad esempio, molto diversa da quella oggi dominante nei cultural studies. Orlando scrive quando modelli come lo strutturalismo e il marxismo sono già in crisi, ma, dicevo, sembra ancora calato in un paradigma “moderno”. Per lui, i testi non vanno slegati dal giudizio di valore estetico affidato loro – alle volte intempestivamente, come nel caso del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – dalla inalienabile mediazione del critico. Da questa specola, la grande letteratura è in fin dei conti quella che può andare incontro a un gesto di storicizzazione che la consegna al canone. Sebbene la stagione critica della fine del secolo scorso ci abbia insegnato – fra l’altro attraverso autori che interagirono con Orlando, come Carlo Ginzburg – che anche testi poco o per niente letti possono restituire le tensioni di un’epoca, bisogna dire che Orlando è rimasto prevalentemente uno studioso del canone della borghesia occidentale.

Il giudizio di valore, per lui, non ha a che fare però con una felice simbiosi tra “intuizione” ed “espressione”, come in Benedetto Croce, oppure con la salvaguardia di una tradizione, come in Harold Bloom. Ha a che fare con la valorizzazione del rapporto non pacifico che il livello della forma può vivere rispetto al contenuto. L’esempio più immediato, nella lettura della Phèdre di Jean Racine, è l’interesse per la struttura della “negazione” come restituzione linguistica di un’ambivalenza rispetto a un contenuto ideologico. Attraverso tale frizione tra forma e contenuto, si possono esprimere istanze contrapposte, spesso alle soglie di un cambio di paradigma nella Storia economica, sociale, scientifica, intellettuale europea. Si pensi all’interpretazione, in Illuminismo, barocco e retorica freudiana, della figuralità barocca in relazione alla Rivoluzione scientifica o all’interpretazione, negli Oggetti desueti (1993), della presenza di oggetti disfunzionali in letteratura alla luce della Rivoluzione industriale.

In questi anni, è stato già autorevolmente osservato come la tendenza dominante nel campo letterario – in cui l’università occupa ancora un ruolo importante – sia invece quella di intendere il rapporto fra testo e ideologia sotto l’egida di quello che è innegabilmente un ethical turn. Ciò è avvenuto, ormai da tempo, soprattutto in area anglo-americana, ma si tratta di un processo in rapida espansione verso le nostre “offerte formative”. Il punto di divergenza più profondo con questa prospettiva risiede proprio nella concezione della conflittualità e nel suo rapporto con il giudizio estetico. Se è bene evitare riduzionismi anche nei confronti di tale temperie culturale, è vero che essa tende a pensare l’analisi ideologica per localizzazioni identitarie: si distinguono testi egemonici (espressione del potere coloniale o patriarcale) da testi contro-egemonici (espressione di identità etniche o sessuali). Il valore del testo risiederebbe, primariamente, nella sua capacità di dar voce alla marginalità.

La conseguenza più immediata, dal punto di vista dell’articolazione del campo letterario, è quindi dividere i testi che sono espressione di una cultura egemonica da quelli che esprimono istanze marginali. In Orlando, in cui il modello teorico della “coscienza falsa” di impostazione classica – freudiana e, parzialmente, marxiana – è ancora valido, il conflitto può essere invece inteso come “interno” all’opera, che essa sia prodotta in un contesto dominante o in un contesto subalterno. Anche le opere prodotte nel primo di questi possono restituire le tensioni profonde che attraversano un processo storico. Per Orlando, esse non sono espresse dal testo sulla base dell’identità dell’autore, ma sono interne alla sua stessa struttura formale. Si tratta di un conflitto che abita la lingua. I grandi testi sono allora quelli che possono essere consegnati alla Storia perché sono sopravvissuti come nodi irrisolti di senso.

L’auspicio sarebbe che la ripubblicazione delle opere di Orlando possa fare in modo che il suo contributo critico – spesso polarizzato tra sostenitori e detrattori del “freudianesimo” – possa andare incontro a una distaccata storicizzazione che colga prima di tutto l’importanza di un momento epocale. Si tratta del momento della crisi dei grandi modelli di comprensione del mondo novecenteschi. A essa Orlando non risponde con la decostruzione, bensì con il tentativo di integrare il “conflitto delle interpretazioni” nello stesso circolo ermeneutico.

Allo stesso tempo, bisogna forse chiedersi se il modello epistemologico attraverso cui Orlando prova ad astrarsi dalla persona dell’autore empirico, dal suo portato biografico, può essere ancora capito, sia dalla comunità di lettori odierni sia da quella degli interpreti. Sicuramente non può essere più capito partendo dalle premesse dello strutturalismo, poiché l’idea della literaturnost’, dello “specifico letterario”, su cui Mazzoni si sofferma nel suo saggio, sta lasciando, mi sembra, il posto a una concezione performativa e pragmatica della discorsività che governa le “pratiche” trasmesse da qualsiasi mezzo di comunicazione.

Ciò che rimane, ciò che resta utile del suo insegnamento, è scommettere – evitando paranoie e occultismi – sull’agnizione di un’opacità attraverso cui il discorso è sempre mobilitato. Forse è questo un confine in cui i migliori insegnamenti di Orlando possono incontrarsi con le sensibilità odierne. Queste ultime possono sollecitarci sulla necessità di pensare i testi come prodotti di autori che vivono sulla propria pelle le oppressioni. Orlando può ricordarci, invece, che tale vissuto, già di per sé, ma soprattutto quando prende forma nella lingua, non può essere letto in modo riduzionistico sul piano ideologico. Questo poiché sia la coscienza che la lingua hanno un loro grado di profondità e di ambivalenza.

Nel suo saggio introduttivo, Mazzoni valorizza anche la concezione complessa della temporalità storica nell’opera critica di Orlando. Interessante ad esempio l’agnizione dei rapporti, sebbene irrisolti, con la tradizione marxiana vista dalla specola dei francofortesi, in particolare con Dialettica dell’illuminismo di Theodor Adorno e Max Horkheimer. Sebbene il confronto con questa tradizione e con le sue attese politiche in Orlando resti più che ambiguo, esso vive profondamente nella sua pratica critica, oltre ad aver inciso sulla sua vita durante la contestazione studentesca pisana alla fine degli anni Sessanta.

Anche per questo, volendo fare tesoro della sua lezione, la ricerca dell’opacità a cui accennavo dovrebbe interessare, oggi, sia i discorsi prodotti dal basso, dagli autori, che quelli prodotti da chi ci governa, in un’epoca in cui il paradigma della “trasparenza” è dominante. La retorica, da Orlando avvicinata soprattutto tramite le trattazioni del Gruppo μ di Liegi, rimane da questo punto di vista sempre un punto di partenza. Si pensi allo sfoggio della “trasparenza di fini” attraverso cui la nuova élite nazionalista americana espone le ragioni economiche del rovesciamento di un governo in America latina o quelle dell’annessione di un’isola dell’Artico affacciata sull’Atlantico. Dichiarando sfacciatamente i suoi fini economici e anteponendoli a qualsiasi dignità morale o giuridica, tale élite dà così apparentemente l’impressione di archiviare la stagione del segreto politico. In realtà, attiva meccanismi di opacizzazione del discorso diversi rispetto a quelli che avevamo finora conosciuto: mentre si pretende di esplicitare tutto in superficie, si sfrutta la capacità occultante mobilitata da una nuova velocità di trasmissione delle informazioni (dovuta all’evoluzione degli attuali media) e dagli stessi cambi repentini dell’oggetto del discorso. La lingua del potere non nega, esibisce di giorno in giorno una nuova affermazione. In quell’esibizione eterodiretta trova la sua nuova forma di mistificazione.

Orlando è distante dalle griglie interpretative oggi più diffuse. Egli ci invita a leggere il conflitto dove non si dichiara e a riconoscere nella forma un luogo in cui l’ideologia si struttura in modo non apodittico. Ripubblicarlo significa, in definitiva, offrire uno strumento per pensare ancora la complessità e riconoscere l’ambivalenza del linguaggio in un’epoca che millanta la trasparenza come suo principale paradigma.

 

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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