AzioneAtzeni – Discanto Trentesimo: Barbara Sessini
Testo e voce: Barbara Sessini
Musiche: Chiara Effe
AzioneAtzeni – Discanto Trentesimo: Barbara Sessini

Discanto XXX
Questo uomo di legno, muto, che mi sta a fianco, se non fosse così come è, se fosse diverso, forse parlerebbe.
Invece non parla.
Primo: perché è di legno e non si è mai sentito di un uomo di legno che abbia parlato. […]
Secondo: perché lo scultore l’ha scolpito con la bocca chiusa […]
Terzo: perché non si capisce che cosa mai potrebbe voler dire una statua di legno che da anni e anni sta ininterrottamente sempre ferma in questo stesso posto, e non ha mai viaggiato o vissuto alcuna esperienza degna di essere narrata […].
Questa terza osservazione, in verità, è suscettibile di contraddizione: si potrebbe infatti osservare, che qualunque punto di vista, per quanto limitato, marginale, esterno, dalla più eccentrica periferia dell’impero, è pur sempre un punto di vista, e come tale merita di essere narrato […].
dal racconto ‘Caro Leonardo Sole’ di Sergio Atzeni, in I sogni della città bianca
Quella sedia
di
Barbara Sessini
Guardate quella sedia. Quella sulla terra battuta, sotto il cielo stellato, col maestrale che le passa tra le gambe. Ci è seduta una donna di quarant’anni, secca secca, con le mani tutte graffi posate in grembo. Anche la sedia è scheggiata e una delle gambe è di un legno diverso.
Quella sedia, se vedesse e parlasse, potrebbe dirvi la vita, la morte, la guerra, persino l’avventura, perché le sono arrivate addosso. E se sentisse, saprebbe dirvi anche ciò che capitò ad altri in passato.
Eppure questa sedia è stata spostata solo per una decina di metri. Costruita in cortile da un giovane felice di diventare padre, per anni è stata solo in una cucina. Lì ha scoperto il calore: quello del braciere e quello del corpo di una donna, che la prima volta si era adagiata su di lei con cautela, prima solo con le mani, poi con tutto il corpo e il suo piccolo peso scalciante nella pancia.
La sedia potrebbe raccontarvi di quando l’uomo ci si era seduto per la prima volta. Il braciere era stato portato via e lui tremava per il freddo e per le grida della donna nella stanza accanto. Poi arrivò un pianto infantile. Una vecchia sulla soglia, con un fagotto in braccio, disse timorosa: “Est femina”. Lui invece sembrò pesare di meno, per tutta l’aria che tirò fuori dai polmoni, e disse che almeno lei non sarebbe andata in guerra. Era il 1915. Prese in braccio sua figlia e le cantò la stessa canzone che avevano cantato a lui, in quella stessa casa.
Nararat s’omini longu longu:
“Cumenti est beru chi a fustei d’istimu
est beru chi su mundu podet essere chenz’e famini.
Abettamì, apu a torrai po ti coiai”.
E nararat sa genti mala mala:
“Est faba chi su mundu podet essere chenz’e famini,
duncas est faba puru chi t’istimat,
est faba puru chi ti boit coiai”.
(Diceva l’uomo alto alto: / “Come è vero che io vi amo, / è vero che il mondo può essere senza fame. / Aspettami, tornerò per sposarti”. / E diceva la gente maligna maligna: / “È una bugia che il mondo può essere senza fame, / dunque è una bugia anche che ti ama, / è una bugia anche che ti vuole sposare”)
Ora che sono passati quarant’anni la sedia potrebbe dire che la prima guerra fu più odore di paura che di cibo e una madre seduta sempre rivolta verso la porta, pronta a correre incontro a un uomo che non tornò mai più.
La figlia crebbe a dispetto della fame. Sin da quando si era messa in piedi appendendosi alla sua seduta, per poi far cadere entrambe, era irrequieta, sempre digiuna di cose da mangiare e da vivere. Divenne di nuovo orfana e poi donna sedendosi poche volte e quando lo faceva prendeva sonno e le narici suonavano come un grugnito. Si svegliava tormentata, diceva, dal sogno di una donna che aspettava l’amato. Solo d’estate si sedeva un po’ più spesso, specie quando portava la sedia fuori, dove è adesso: con altre due sedie e altre due donne, su una strada sterrata su cui si affacciano case di paglia e fango.
Se però immaginiamo che questa sedia possa raccontare, dobbiamo pensare a un accesso al mondo a lei proprio. Il legno, si sa, ha un rapporto privilegiato col suono. Ogni vibrazione può passarlo da parte a parte. Tutto questo potrebbe provocarle, se non piacere, di sicuro un certo solletico. Parole lanciate da una donna alle altre la attraversano e possono far esplodere chi le siede sopra: qualche volta in pianto, altre in rabbia, ma più spesso in una risata che fa sussultare, abbandonare i pensieri e le braccia.
Questa sera, invece, l’ordine si inverte. Non sono le parole a far rizzare la schiena di lei verso l’alto ma passi inusuali. Il mormorio si spegne e anche le altre due donne si voltano a osservare un uomo che si avvicina, alto alto, come quello della canzone.
Nararat sa fémina langia langia:
“Ar’a torrai po mi coiai”.
Nararat sa genti mala mala:
“La chi no ar’a torrai”.
E sa fémina langia langia
papara isceti pani e fueddus,
is fueddus de issu
chi arrinexia a regordai.
(Diceva la donna secca secca:/ “Tornerà per sposarmi” / Diceva la gente maligna maligna:/ “Guarda che non tornerà”. / E la donna magra magra/ mangiava solo pane e parole / le parole di lui/ che riusciva a ricordare.).
“Parriri unu terrammannesu, unu continentali” dice una delle due donne e indica la testa. L’uomo è senza capelli e la pelle è bruciata da poco: non è di qui. Lui, con occhi cerchiati dal tormento, guarda le tre donne. Dice il proprio nome e cognome come un’affermazione e quello della donna più giovane come una domanda. Lei risponde alzandosi e lui chiede ancora: “Posso parlarvi da solo?”. Per il tempo di un segno della croce si muove solo il vento, finché lei solleva la sedia per lo schienale ed entra in casa con lui lasciandosi alle spalle un mormorio di disappunto. Il legno non ha mai assorbito tanto sudore dalle mani della donna, non le ha mai graffiato tanto le gambe.
Lei poggia la sedia e indica all’uomo di sedersi al tavolo nell’angolo più lontano dalla porta. Lui mette in dentro la pancia per passare.
“Qui ha fatto sedere il tedesco?”. La voce è divertita.
“E chi ve l’ha detto?” La donna parla italiano come indosserebbe un capo troppo grande, il disagio le rende la voce lenta e alta. Quasi grida.
“Tutti! È una storia vera?”. “È vera”, dice. “Sì, era lì”.
La sedia avrebbe potuto confermare. Anzi, se vogliamo capire non “cosa mai potrebbe raccontare” una sedia, ma “cosa mai potrebbe voler dire”, allora la sedia, del tedesco, avrebbe proprio voluto parlare.
Era entrato fino in cucina senza bussare, poi aveva detto “fame”. All’urlo di lei aveva indicato la pentola che bolliva con acqua, aglio e olio. “Io solo fame”. Poi aveva riso, una risata brutta. Lei aveva servito nell’angolo la minestra bollente. “Tu bella donna” aveva detto il tedesco sfiorandole il polso. Se le avesse guardato gli occhi, invece che il seno, avrebbe visto che erano come quei tizzoni schizzati via dal braciere che lei rimetteva a posto a mani nude. Quando lui aveva avvicinato la faccia al piatto, lei aveva raccolto tutte le sue forze e ribaltato il tavolo. Il tedesco aveva urlato, con la minestra bollente negli occhi che colava fino ai pantaloni. Lei, così, riuscì a fuggire.
Solo la sedia è testimone della furia dell’uomo, finché fu presa dal tedesco e scaraventata contro il muro. Era ricaduta con una gamba spezzata. Mentre giaceva nella casa vuota, avrebbe voluto dire al padre della donna: “Vostra figlia non è andata al fronte, ma il fronte le è arrivato a casa”. Era però un mondo in cui certe sedie, se aggiustate, vivevano più di certi uomini.
Il destino di sopravvivere ai loro padroni è comune a molti oggetti. Ad esempio, il continentale seduto ora al posto del tedesco ha tirato fuori dal taschino della camicia una busta da lettera e un foglio di carta che erano al mondo da prima di lui.
“Che cos’è? E perché mi avete cercato se io non vi conosco?”
“Perché ho trovato una lettera indirizzata a una donna che si chiamava come voi e che abitava qui. Ho chiesto in giro, dovrebbe essere la zia di vostro padre. Ha mai sentito parlare di lei? È morta giovane, aspettava un uomo”.
Lei, ancora in piedi, aveva canticchiato:
Ierru e beranu, istadi e attóngiu,
non torràra s’omini longu longu
e sa femina langia langia
papara iscetti is fueddus de issu
chi arrinexia a regordai.
Nararat sa genti mala mala:
“Funt fabas! Funt fabas!”
e aicci d’anti avvelenara.
(Inverno e primavera, estate e autunno/ l’uomo alto alto non tornava / e la donna secca secca/ mangiava solo le parole di lui/ che riusciva a ricordare./ Diceva la gente maligna maligna: “Sono bugie! Sono bugie!” /e così l’hanno avvelenata).
“Cosa vuol dire?” chiede lui.
“Me la cantava mia madre: è la storia di una donna che muore aspettando l’uomo amato. Credevo fosse inventata, però. Chi mi dice che è vera?”.
“Ve lo dice questa lettera. L’ha scritta lo zio di mio padre, l’uomo che non è mai tornato. È solo uno sfogo, lei era già morta. Per questo l’aveva in casa. Mio padre l’ha conservata e ora è arrivata a me”.
Lei guardò il foglio. Era scritto in italiano. Nella busta c’era il nome e il cognome uguale al suo e il suo paese e come raggiungere la sua casa.
“Leggete voi”.
Lui si schiarisce la voce.
“O mia amatissima, so che mi avete atteso fino alla morte. Forse vi hanno detto che non vi amavo, o peggio ancora che ho ucciso un uomo. Non è vero. L’ho solo rapinato. È solo per questo che non sono tornato, solo per la galera. Lì avevamo fame e anche freddo e sete. I guardiani ci rubavano il pane, se ti ammalavi anche il vino. Tutti ladri eravamo, ognuno a suo modo. Quando sono uscito ho saputo di voi e sono partito. Ora sono in un posto chiamato Torino. I preti mi fanno studiare, ma c’è fame anche qui e non riesco a dimenticarvi. A volte penso che siete ancora viva e vi parlo come ora”.
Lui ripiega il foglio e lo rimette nella busta. Poi aggiunge:
“Credo l’amasse. Non si è mai sposato. Non so perché sono qui. Mi pareva ingiusto che io avessi tutta la storia e voi solamente un pezzo. E poi lo sogno sempre, un tormento. Forse così la smetterà”.
“Lo so, io sogno la donna. Le dirò che ora può andare in pace. E potete andare in pace anche voi. Però vi ringrazio di avermi portato tutta la storia”.
L’uomo alto alto e la donna secca secca dalla cucina escono zitti. La sedia non può dirvi se si scambiano altre parole, solo che la donna torna di fretta: vuole sedersi a cantare un canto diverso. E se oltre ad avere vista, udito, altri sensi a lei propri, quella sedia sapesse immaginare il futuro, immaginerebbe una donna stanca, con nuovi graffi, davanti all’ingresso, col desiderio di raccontare che scorre dalla testa spedito verso le labbra.
Si fiat beru chi s’omu longu longu
istimada sa femina langia langia
intzandus su mundu
podet essere chenz’e famini.
E sa genti mala mala chi narat: “No!”
non tenit arrexoni.
Sa genti mala mala chi narat: “No!”
non tenit mancu famini.
(Se era vero che l’uomo alto alto/ amava la donna secca secca / allora il mondo/ può essere senza fame. /E la gente maligna maligna che dice: “No” / non ha ragione / la gente maligna maligna che dice: “No” / non ha neanche fame).
***
Alcune storie ti fanno riunire attorno a un fuoco, altre litigare. Magari tante fanno paura, ma divertono. Poi ci sono storie usate come bastoni, per tenere le persone alla catena. Ci sono, infine, storie per fare coraggio, per lasciare la libertà di andare.

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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