AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois
Credits
Testo e voce: Marcello Fois
Incipit da Il figlio di Bakunìn: lettura di Lia Careddu
AzioneAtzeni – Discanto Trentaduesimo: Marcello Fois

Discanto XXXII
Tullio Saba era un bambino vanitoso, l’ho scoperto molte volte che si specchiava nell’unico specchio di casa, sul comò in camera da letto di donna Margherita. Era uno specchio di lusso esagerato, con la cornice di stucco color d’oro e in alto un angioletto grasso, nudo. E anche donna Margherita si guardava troppo allo specchio per una donna costumata. Il bambino aveva sempre scarpe fini, nere e lucide; certo, il padre era calzolaio, ma nessun bambino in paese aveva scarpe così belle. E il padre non era sarto, ma nessun bambino in paese aveva vestiti così eleganti.
da Il figlio di Bakunìn, di Sergio Atzeni
Lettera a Tullio Saba
di
Marcello Fois
Torino, 4 dicembre 1989
Tullio, ascò, c’ho in mente una storia di lotte operaie con un protagonista che nella mia testa, non so perché, c’ha la tua faccia, e così mi è venuta questa mattana di chiamarlo come te. Quindi dopo averne parlato con Paola mi è sembrato corretto avvisarti. Sempre che la cosa non ti dia fastidio.
Mì che non c’è niente di brutto in questo personaggio, anzi è una specie di eroe, ma eroe per modo dire. Di quelli che non sembrerebbero. Te lo dico subito: non ti devi offendere di nulla, perché quando si scrivono delle storie la cosa importante è capire che non è che sono vere. Devono sembrare vere. Anzi, se sono proprio vere non sono storie. Però Tù qualcosa di vero ci sarà: ti ricordi di quel pomeriggio a casa tua, quanto avremo avuto: sì e no quindici anni, quando ti ho beccato che facevi i muscoli allo specchio? Questo vorrei metterlo, ma mica per prenderti in giro, solo perché, quando scrivi storie, perché sembrino vere bisogna mentire, ma perché sembrino proprio vere un pizzico di verità ce la devi mettere. E a me di te mi piace quella verità che sei uno che piace alle donne. Senza invidia eh? E che fai finta di niente ma lo sai bene. Cioè Tù il mio eroe, come te, c’ha questa cosa che possiamo definire chimica, questa capacità di attrarre come se fossi una carica negativa costantemente in presenza di cariche positive. Ah, non voglio certo dire con questo che tu sei una persona negativa, sto proprio parlando di scienza, come ne Le Affinità Elettive, che è il romanzo dove le regole dell’attrazione sovrastano qualunque ragionevolezza. Dunque chimica: niente di negativo in te. A volte davvero basta istruirsi, e leggere, per essere meno suscettibili. Il mio Tullio leggerà, tu leggi troppo poco, dici sempre che ti stanchi, e questo è un peccato davvero, perché leggere è anche meglio che scrivere, anche se non sembrerebbe. Comunque, e qui chiudo, se ti stanchi di leggere è solo perché non leggi abbastanza. Come correre. Mica per leggere ci vuole talento, bisogna allenarsi, come a calcio: vedi che quando fai le ore piccole e salti gli allenamenti alla partitella dopo un quarto d’ora sei fuori uso? Lo stesso è col leggere. Al mio Tullio Saba, nome e cognome eh, dunque gli piacerà leggere perché sarà uno di quelli che cerca di spiegare alle persone ignoranti che il più delle volte sono ignoranti perché le hanno convinte che istruirsi sia una perdita di tempo. Su questo punto preciso magari non ti riconoscerai, ma, ancora una volta, non per dire che sei ignorante, perché non lo sei, ma solo un po’ mandrone a studiare, perché per il resto, le donne in primis, accidenti a te, non ti batte nessuno.
Hai presente il calzolaio di Uta, quello comunistone, compagno duro e puro, mì che lo chiamavano Bakunìn, te lo ricordi? Dai che aveva appeso il cartello sulla porta della bottega che diceva “Ai fascisti si fanno le scarpe, per tutti gli altri si risuola”. E quasi nessuno aveva colto il doppio senso di “fare le scarpe” come nella definizione del vocabolario: “compiere un’azione di tradimento finalizzata a scalzare l’altro”. E Tù, non è per tornare sempre lì, ma, a leggerlo il vocabolario, si capiva perfettamente cosa voleva dire Bakunìn. Nella storia che ho in mente Tullio Saba è uno che si oppone ai fascisti con la forza degli argomenti. Anche se sa bene di avere a che fare con gente che argomenti ne hanno pochissimi, e, si sa, quando mancano gli argomenti cominciano i pugni. Per questo sto studiando il ventennio fascista come periodo in cui ambientare questa storia. Nella finzione il mio Tullio Saba è figlio del calzolaio, non me ne voglia tuo padre, Bakunìn. Cioè, ribadisco, poche cose vere sparse, rendono più verosimili cose inventate.
Altra cosa: uscire da questa dittatura agropastorale di questi scrittori nuoresi che si credono chissà che. Va bene, c’è un Nobel di mezzo, ma io di Barbagia e banditi e maestrale e querce o, peggio, canne piegate dal vento, non ne voglio proprio sapere. Per carità, tanto di cappello a Grazia Deledda, però bisogna proprio capire che la Sardegna è assai più grande di quella che lei ha imposto al mondo. Senza cattiveria beninteso, è chiaro che quando una vince il Nobel metta un’ipoteca seria sull’idea che uno si può fare del mondo che descrive nelle sue storie. E onestamente tutto quello che si sa letterariamente della Sardegna, lo si sa dalle pagine della Deledda. Perciò Tù, niente Barbagia, niente disamistadi, niente latitanti, ho pensato al territorio delle miniere, il Sulcis, che è poco raccontato e è rappresentativo di un vero ceto operario. Perché i pastori, diciamocelo, rispetto ai minatori sono dei signori. A questi nuoresi, maledetti in senso antifrastico, bisogna riconoscere che per scrivere sanno scrivere. Salvatore Satta per esempio, che, accidenti, quei pastori li ha fatti complessi peggio che se li avesse inventati Musil. Ecco lo stile è magnifico, ma io di quella spocchia identitaria mi sono rotto. A me interessa di più il racconto di quella purezza che nessuno ha mai visto realmente, la nostalgia, quasi una malinconia costante, che hanno i colonizzati di tutte le latitudini, quando devono concepirsi in un mondo che non hanno determinato e devono esprimersi con una lingua costantemente assediata, e devono costantemente mediare tra il pensiero di sé e lo sguardo altrui. Insomma scelgo l’urbano contro il rurale. E in Sardegna di città in senso stretto con tutte le commistioni e contraddizioni che ne conseguono, ce n’è solo una. Che è Cagliari. M’immagino le critiche, ma città ne ho viste abbastanza, e città come questa dove mi trovo ora che è il centro dei centri di qualunque mozione operaistica. Dunque, per me, questa storia di te, che diventi il figlio del calzolaio Bakunìn, e che, durante il fascismo, lotti per i diritti negati della povera gente, mi pare, tra le altre cose, un modo per raccontare che quella purezza millantata dal canone barbaricino noi sardi l’abbiamo persa da tempo. Ho in mente a questo proposito una storia cittadina di periferia cagliaritana con due ragazzine, ma per ora sono appunti.
Finisco dicendoti che ho pensato di scrivere questa storia con un protagonista che non si vede mai. Eh, Tù, l’idea è che di Tullio Saba, figlio di Bakunìn, si sa solo quello che dicono gli altri. Un modo per liberarsi dalle responsabilità, così si può dire che la finzione arriva fino a un certo punto e che il risultato non è nient’altro che il resoconto della gente che parla, e quando la gente parla un motivo c’è. In verità questa idea che sembra tanto incredibile, e cioè usare come protagonista uno che non si vede, è antichissima e risale a Omero. Dei ventiquattro libri dell’Odissea, i primi quattro, la Telemachia, narrano di un figlio, Telemaco appunto, che cerca il padre, Ulisse, e questo padre non si vede mai, ma viene narrato di volta in volta da tutti coloro che per fortuna, o per sfortuna l’hanno incontrato. Senza presunzione anche io voglio fare la stessa cosa. Anzi con tutta la presunzione che uno scrittore deve avere, che cavolo!
Hai detto mille volte che venivi a Torino, cerca di farti sentire e promettimi che almeno questo romanzetto, con Tullio Saba protagonista se accetti la cosa, lo leggi. Fammi sapere, io ci terrei davvero perché ormai fra me e me lo chiamo già così. Saluti a casa. Male che vada ci vediamo l’estate prossima. Asibiri, Tù.
Sergio.

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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