La fine dello Stato, il presente dell’immagine e il futuro dell’automa

di Nicola De Rosa
Da qualche mese, l’editore Castelvecchi ha dato alle stampe la traduzione italiana, firmata da Luca Cianca, del saggio di Horst Bredekamp sull’iconografia del Leviatano. Il libro, pubblicato per la prima volta in tedesco nel 1999 col titolo Thomas Hobbes visuelle Strategien. Der Leviathan: Das Urbild des modernen Staates [Le strategie visuali di Thomas Hobbes. Il Leviatano: l’immagine originaria dello Stato moderno], aveva vissuto progressivi aggiornamenti. Ad esempio, dopo gli eventi successivi all’11 settembre 2001, dopo un diffuso dibattito sulla “guerra delle immagini”, l’autore aveva proposto una seconda edizione aggiornata, modificando il titolo in Thomas Hobbes: Der Leviathan. Das Urbild des modernen Staates und seine Gegenbilder. 1651-2001 [Thomas Hobbes: Il Leviatano. L’immagine originaria dello Stato moderno e le sue contro-immagini. 1651-2001]. L’intreccio tra morfologia delle immagini e storia delle idee politiche aveva suscitato interesse, portando l’opera a essere tradotta sia in francese che in inglese. Mancava però una traduzione italiana, sebbene il lettore italofono potesse già leggere alcuni studi di Bredekamp[1].
Il Leviatano, com’è noto, forniva un’immagine (fig. 1) alla teorizzazione della sovranità scaturita dal contesto delle guerre civili che insanguinarono l’Europa del Seicento. Hobbes articolava, entrando in frizione con l’aristotelismo, un’antropologia negativa in cui la dimensione della naturalità – di ciò che sta all’origine dell’umano – si dà come stato di guerra permanente. Da tale stato bisogna uscire attraverso la costruzione di un potere artificiale quanto efficace, un sovrano identificato col mostro biblico che dà il nome all’opera. Il Leviatano assume prima di tutto il compito di allontanare dalla comunità la paura della morte violenta, monopolizzando l’esercizio della violenza nella sua persona.

Il saggio di Bredekamp sosteneva la tesi secondo cui – al di là dei problemi di attribuzione, che coinvolgono soprattutto artisti come Abraham Bosse – la concezione del frontespizio del Leviatano abbia visto plausibilmente anche il contributo autoriale dello stesso Hobbes. Tale tesi si articola seguendo poi più direttrici di analisi. Prima di tutto quella delle fonti o più in generale delle influenze, che concernono la tradizione dei “corpi compositi”, dai corpi cosmici medievali alle teste composte di Arcimboldo, passando per le forme di body politics rinascimentali e per le anamorfosi, immagini ricombinabili in una figura coesa attraverso apposite lenti. Critico nei confronti della persuasione oratoria, Hobbes avrebbe in prima persona fornito un’importanza specifica alla funzione poietica delle immagini. Ciò a partire dagli interessi per la scienza ottica, espressi in scritti confluiti nel De Homine (1658). C’è inoltre la storia della ricezione, prima di tutto sincrona, poiché l’immagine del Leviatano vive di riappropriazioni e risemantizzazioni già nei vari contesti culturali in cui gli scritti di Hobbes appaiono: in particolare in ambito francese e olandese, oltre che inglese. Rimangono particolarmente interessanti, ad esempio, le riflessioni di Bredekamp sui frontespizi delle edizioni francesi, in cui al pastorale impugnato dal sovrano si sostituisce la libbra della giustizia. Dopo le guerre di religione, un’allegoria dello Stato in terra francese avrebbe dovuto essere più cauta nell’avvicinare il potere spirituale al corpo del sovrano.
Il libro presenta poi una sezione in cui le figurazioni che sfruttano la metafora anatomica per pensare il politico sono portate nell’ambito delle società di massa. Qui, il contesto a cui, in modo più immediato, tale problema iconografico si addice è quello della psicologia dei nazionalismi novecenteschi (fig. 2), non necessariamente nei loro esiti totalitari (fig. 3).


In un certo senso, però, le riflessioni di Bredekamp sono altrettanto attuali per l’età che ha visto, secondo alcuni, l’arretramento dello Stato per come la modernità lo ha conosciuto, di fronte a un nuovo sviluppo del modo di produzione capitalistico e al suo impiego della rivoluzione tecnologica in atto.
Le ultime evoluzioni del digitale rappresentano infatti lo sviluppo di un’infrastruttura di sovranità concorrente. L’automazione dei processi decisionali e il loro uso negli ambiti attraverso cui abbiamo storicamente pensato la sovranità, la finanza e la guerra[2], pone non solo il problema teorico della “coscienza artificiale”, ma anche quello della “persona giuridica” che la incarna. Si potrebbe dire che anche qui si pone il problema di un’“immagine” che connette più corpi per crearne uno astratto, quanto concreto nei suoi effetti.
Di recente, sono emersi vari interventi di confronto teorico tra il funzionamento dell’IA e quello dello Stato hobbesiano[3]. Il Leviatano nasceva, come accennato, per superare lo spettro della guerra civile, che in Hobbes tende a essere assimilata a un ritorno allo stato di natura. Ciò avveniva prima di tutto attraverso una territorializzazione della decisione politica tale da superare in parte le strutture feudali. Come ha mostrato Bredekamp, tale territorializzazione, nell’immagine del frontespizio, è figurata attraverso una metonimia che subordina le parti al tutto. La logica che emerge dagli attuali sviluppi tecnologici, oltre che dalla progettualità di alcuni vertici del settore[4], ha qualcosa di simile e insieme qualcosa di diverso. Prima di tutto, la decisione slitta potenzialmente dal sovrano agli strumenti di calcolo. Ragionando in termini puramente astratti, sebbene anche in questo caso un gruppo di uomini deleghi qualcosa a qualcun altro, ciò non avviene più in un contesto che vede il singolo sottostare alla legge per ottenere in cambio l’assetto civile. Il “soggetto” assume piuttosto la funzione di un “oggetto” da cui estrarre dati comportamentali, il cui accumulo possiede un valore di scambio. Per il soggetto, si tratta di un’esperienza – incessante eppure occultata – descrivibile nei termini di un «lavoro morto» (tote Arbeit)[5].
Ciò dipende, oltre che dalla progressiva virtualizzazione dell’esperienza individuale e collettiva, prima di tutto dalla proprietà del mezzo tecnologico e dalla concezione dei suoi fini. Su questo, bisogna dire che i modelli occidentali di IA non sono gli unici attualmente in circolazione[6]. In ogni caso, la tendenza di una tale rivoluzione tecnologica vede all’orizzonte una distorsione nel modo in cui la modernità, anche quella capitalistica, ha pensato la proprietà e l’accumulazione del capitale. Oltre ad arretrare lo Stato, anche la forma del capitalismo finanziario neoliberale, governato da meccanismi concorrenziali e speculativi, evolve con l’incedere dei grandi monopoli privati nel settore tecnologico. Non è un caso che si parli di un autosuperamento dello stesso modo di produzione capitalistico e si rievochi la categoria di feudalesimo o, meglio, tecnofeudalesimo[7].
Dicevamo, però, che interrogarsi sul piano sia estetico che politico in merito al problema dell’immagine è utile a pensare gli attuali sviluppi dell’IA. Ciò è vero se la si guarda come una rappresentazione impressa su un supporto, la cui specificità è di comporsi dei dati estratti da molteplici corpi, trattati da manodopera ingegneristica a basso costo, accumulati in molteplici archivi fisici che richiedono l’estrazione di specifiche materie prime e l’utilizzo cospicuo di acqua per il raffreddamento[8].
Nel suo libro, Bredekamp traccia un percorso che inscrive gli elementi concettuali dell’immagine prodotta dal trattato hobbesiano all’interno di una parabola di lunga durata della tradizione ermetica – come aveva fatto Frances Yates, non a caso da pioniera dell’iconologia politica, per l’immaginario dell’Inghilterra rinascimentale. Il nucleo problematico di tale filone risiede nell’intendere in modo attivistico il rapporto tra natura e uomo e tra l’uomo e il Dio, attraverso una visione poietica dell’artificio umano come ri-creazione di un Dio mortale, che nel caso di Hobbes concerne la costruzione meccanicistica dello Stato in quanto persona ficta. Bredekamp aveva insistito sul fatto che uno dei problemi di Hobbes fosse quello di ostentare la personificazione dello Stato. Di qui l’utilizzo dell’armamentario allegorico barocco che lo caratterizza. Uno dei fini del nascente Stato moderno fu di certo quello di convincere il più possibile il corpo civile della sua esistenza, sia materialmente che dal punto di vista della rappresentazione.
La rinnovata attenzione per il libro di Bredekamp, che nella traduzione presenta anche un cappello introduttivo firmato dai curatori, Gianluca Bonaiuti e Silvia Rodeschini, è un ottimo risultato non solo per la ricezione italiana di una tradizione di studi iconografico-politici di grande interesse, ma anche per il suo impatto teorico su fenomeni che trascendono il corpus studiato dallo storico dell’arte; egli, d’altronde, in particolare in Nostalgia dell’antico e fascino della macchina, si è interessato anche al tema degli automi. Del progetto leviatanico l’IA restituisce la sensazione di un organismo composto da parti dislocate, ma, data la struttura economica in cui attualmente tale organismo si inscrive, il funzionamento della sua “immagine” è ben diverso: essa tende in un certo senso a presentarsi come un’“apparenza” particolarmente efficiente, occultando la materialità che la produce e il luogo in cui va accumulandosi la sua ricchezza.
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Note
[1] Tra i più importanti, e in parte complementari al saggio su Hobbes, si possono citare: Nostalgia dell’antico e fascino della macchina, tradotto dal Saggiatore nel 2020 (ed. or. 1992) e incentrato sulle Wunderkammern; il libro sull’iconografia delle scienze naturali di tradizione evoluzionistica: I coralli di Darwin, tradotto da Bollati Boringhieri nel 2006 (ed. or. 2005); il libro di taglio più teorico sugli “atti iconici”, a cui la traduzione per Raffaello Cortina, del 2015, aggiunge un titolo redazionale: Immagini che ci guardano (ed. or. 2010).
[2] Si pensi all’utilizzo dell’IA durante i bombardamenti genocidari nella Striscia di Gaza: Y. Abraham, ‘Lavander’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, «+972 Magazine», April 3, 2024, https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/.
[3] Ad esempio T. Thielmann, C. Borbach, The Digital Leviathan: Medializing Sovereignty for Critical AI and Data Studies, in «Communication + 1», XI, 2, 2025, pp. 1-31.
[4] Si veda T. Cowen, Interwiew with S. Altman, Sam Altman on Trust, Persuasion, and the Future of Intelligence – Live at the Progress Conference (Ep. 259), in «conversationwithtyler.com», November 5, 2025, https://conversationswithtyler.com/episodes/sam-altman-2/. Sam Altman è il CEO di OpenAI. C’è poi Peter Thiel, volto di Palantir noto di recente per aver utilizzato concetti tipici della teologia politica per fornire la sua interpretazione delle attuali poste in gioco globali: M. Dotti, La teologia politica di Peter Thiel, in «Polidemos. Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici», 20 marzo 2026 https://centridiricerca.unicatt.it/polidemos-notizie-la-teologia-politica-di-peter-thiel. Per quanto riguarda i CEO che si pongono in una prospettiva precauzionista si veda D. Amodei, The Adolescence of Technology: Confronting and Overcoming the Risks of Poweful AI, in «darioamodei.com», January 2026, https://darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology. Ricordo solo che nel luglio 2025 la Anthropic di Dario Amodei aveva firmato un contratto con il Dipartimento della Guerra statunitense. Nel febbraio 2026, tuttavia, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha chiesto di rinegoziare il contratto eliminando le clausole legate all’utilizzo del software Claude per la sorveglianza di massa e per la gestione autonoma di armi senza supervisione umana. Amodei si è rifiutato di accettare tali condizioni. Il 27 febbraio 2026, Hegseth ha designato Anthropic «supply chain risk to national security», misura normalmente riservata ad aziende di paesi nemici, e ha annullato il contratto. Cfr. C. Metz, J. E. Barnes, S. Frenkel, Pentagon Officially Notifies Anthropic It Is a ‘Supply Chain Risk’, in «New York Times», March 5, 2026, https://www.nytimes.com/2026/03/05/technology/anthropic-supply-chain-risk-defense-department.html.
[5] La formula marxiana ricorre nel primo libro del Capitale (1867) relativamente al lavoro “sepolto” nel mezzo di produzione, in passi che, in fondo, oltre al problema dell’alienazione, pongono essi stessi quello della metonimia anatomica per pensare la subordinazione nel corpo sociale. Direi che la lungimiranza di alcune di queste pagine risulta oggi quasi sinistra. Si veda ad esempio K. Marx, Il capitale, vol. I, trad. di D. Cantimori, introd. di M. Dobb, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 349: «I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento di lavoro altrui. Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l’operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale».
[6] Sul modello cinese DeepSeek e le differenze rispetto ai modelli occidentali si vedano F. Sun, DeepSeek’s innovative breakthroughs and choice between open versus closed-source, in «The CASE Journal», XXII, 3, 2026, pp. 515-529.
[7] Si veda Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, Milano, La nave di Teseo, 2023.
[8] Cfr. G. Murdock, Artificial intelligence as primitive accumulation: enclosure, extraction, exploitation, in «Communication and Change», 1, 2025, pp. 1-24.
