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“Confini”: la nuova edizione di Strane coppie

di Antonella Cilento

Mi sono spesso chiesta in questi anni in che modo abitare il confine, che è, secondo l’etimo, il segno che traccia la separazione e, insieme, il luogo della congiunzione.

Veniamo sfidati ogni giorno a superare un confine o a restarvi all’interno: inserire nuove password, memorizzare nuovi percorsi, adattarci a ripetere, in circolo, la stessa riduzione di noi stessi impostaci dal mondo. Spesso ci ritroviamo bloccati a cavallo di un confine, in impasse, in cima alla fortezza dove si attendono i Tartari, come scriveva Buzzati.

Tutte le stagioni dell’esistenza sono soglie, dall’infanzia all’adolescenza, dalla maturità alla vecchiaia, e le attraversiamo bruscamente, o a una lentezza tale che ci accorgiamo del passaggio solo dopo aver lasciato alle nostre spalle il confine da tempo.

Poi ci sono il mare in cui annegano generazioni di migranti, le spiagge dove muoiono bambini, le montagne su cui si combatte, linee astratte segnate da penne indifferenti o superate da droni, il fuoco nelle case in cui si cresce d’improvviso invase. Confine è recinto, lager, carcere, esilio. Spesso solitudine, abuso e follia.

Il confine dell’identità diventa il bersaglio nelle mani di chi è armato di missili, pistole, banconote, carta bollata e tastiere.

C’è stato un tempo in cui per traversare un fiume, entrare in una città, varcare un ponte, oltrepassare un bosco, occorreva pagare una tassa. Quando l’infinito frazionamento dei confini è diventato arcaico e vergognoso (i due fiorini chiesti ottusamente a Massimo Troisi e Roberto Benigni per traversare una dogana) ci è parso che ormai non ve ne fossero più di confini, grazie a democrazia, aerei, treni, Rete, flessibilità.

In Occidente studiare, viaggiare, lavorare e navigare ha illuso intere generazioni che i confini fossero svaniti finché l’accesso libero a infinite informazioni è diventata la trappola della menzogna e la fine di ogni fatica, persino quella di pensare, grazie all’AI, la nuova droga globale. La cessione dei nostri dati, il controllo, l’isolamento sono nuove facce di antichi confini. Il confine disegnato dal denaro stabilisce che chi può arraffa e chi non può muore. Scompaiono le lingue e i Paesi, se il mercato editoriale non mostra interesse alla traduzione. Scompare la vera letteratura, senza scuse, perché occorre puntare al prodotto. Scompare la libertà e il diritto alla parola, scompare il corpo, immobilizzato a scrollare contenuti social. Scompare l’esperienza, prestata a una macchina, scompare perfino la vita, troppo imbarazzante perché ci ricorda la morte. Scompare il diritto internazionale perché chi è armato esercita la legge a proprio uso e consumo.

Nascono così gli incontri che quest’anno ho immaginato per Strane Coppie, che arriva alla sua diciottesima edizione mentre il confine è la questione.

Penso sempre, per questa manifestazione nata con l’idea di creare un campo, uno spazio di ragionamento, visione e bellezza, a incontri irrealizzabili, matrimoni letterari improbabili: l’unico vero spazio dove il confine esiste solo come metafora è la letteratura (e l’arte, la musica, il teatro). Così quest’anno ci addentriamo in una foresta dove le parole tagliano mentre illuminano la natura del confine (e del conflitto che lo agita).

Quindi, la guerra: il confine fisico su cui avviene, quello temporale dentro cui si ripete, eterna, quello umano, ovvero il modo in cui gli umani abitano la guerra.

Rachel Bespaloff, ad esempio, nasce in Bulgaria ma la sua famiglia è di ebrei ucraini, cresce fra Ginevra e Parigi e morirà suicida nel Massachusetts. Osservando l’Iliade, scrive: “Invano cercheremmo nell’Iliade o in Guerra e pace una condanna esplicita della guerra in quanto tale. La guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si celebra”.

Simone Weil ha radici alsaziane, russe, belghe, è di cultura familiare ebraica ma la sua formazione è tutta francese. Quando parla dell’Iliade scrive: “L’uomo che non è protetto dall’armatura di una menzogna non può patire la forza senza essere colpito fino all’anima”.

Queste due giovani donne che appartengono a generazioni vicinissime (Bespaloff nasce nel 1897 e Weil e nel 1907) s’interrogano, sincrone, sul primo poema della letteratura occidentale, un poema che inscena un assedio, una guerra e le sue terrificanti conseguenze e lo fanno nel decennio in cui matura e scoppia la Seconda Guerra Mondiale.

Avvinte da uno stesso pensiero diversamente elaborato, e a distanza, senza incontrarsi mai.

Un altro incontro “strano”, praticamente impossibile, che ho molto sognato, è quello fra Stephen Crane e Franz Werfel.

L’americano Crane, nato nel 1871 e morto a ventinove anni, autore di culto della letteratura americana cui Paul Auster ha dedicato una monumentale e bellissima biografia, descrive ne Il segno rosso del coraggio la Guerra Civile senza averla vissuta. Il suo giovane soldato, anonimo fra anonimi, finito nel bosco violento della sua stessa terra, spaventato dalla morte e inconsapevole, in nulla eroico, antesignano di milioni di altri americani finiti in analoghi boschi (in Europa, in Vietnam, nel Golfo), a lettura finita non ci lascia. Forse lui, come tutti i soldati, non ha ancora capito molto di sé, noi però sappiamo ormai troppe cose, non tutte dicibili, sul mistero umano.

Franz Werfel, nasce vent’anni dopo di Crane, nel 1890, a Praga, e morirà nel 1945 negli Stati Uniti, scampando al nazismo e ottemperando, da ebreo, a un voto cristiano: scrivere, in caso di salvezza, il romanzo di Bernadette, la santa di Lourdes. Amico (e nemico) di Franz Kafka (che a sua volta morirà leggendolo), vive da pacifista ma si arruola nell’esercito austriaco, visita il Mediterraneo con sua celebre e chiacchieratissima moglie, Alma Mahler, incrociando l’occultata vicenda del genocidio armeno del 1915 e raccontando, con assoluta genialità, la resistenza di alcune migliaia di armeni sulla montagna del Mussa Dagh (I quaranta giorni del Mussa Dagh usciranno con successo internazionale nel 1933 e saranno il libro più letto nel Ghetto di Varsavia: a Varsavia, però, le vicende non saranno favorevoli alla salvezza come quelle dei resistenti armeni).

Uno scrittore giovane e uno scrittore maturo: uno che la guerra la sente solo raccontare, l’altro che la odia, la fugge, vi partecipa. Mai come in questi due romanzi, uno asciutto e stringato come una staffilata e l’altro compatto e lungo come l’eco di un’eruzione, si ha l’impressione di essere esposti davanti alle scelte: difendersi o non difendersi, lasciarsi morire o sopravvivere, uccidere o non uccidere.

Ma in realtà i confini spesso non hanno nemmeno bisogno delle dichiarazioni ufficiali di guerra: come mi avrebbe detto Anna Toscano, se questa edizione che le è dedicata (la celebreremo sia a Milano che a Napoli) l’avessimo potuta fare insieme come tante altre prima, il confine che ci spezza è nella casa che si deve lasciare dopo un bombardamento, il giorno in cui si perde l’ultimo laccio con la vita (basta un gelato) ed è disseminato nelle poesie e nelle pagine di numerose poete che raccontano l’est dell’Europa, i Balcani, i finti paradisi neutrali.

Se l’ungherese Agota Kristof, rifugiata in Svizzera dove fiorisce il suo successo mondiale, l’avevamo in Strane Coppie già narrata, mai l’avevamo incrociata con la storia terribile e straordinaria di Mariella Mehr, svizzera di etnia Jenisch.

Un agghiacciante programma eugenetico negli anni Cinquanta e Sessanta strappa Mariella bambina a sua madre, la affida a una famiglia dove subisce violenze e abusi, le sottrae la figlia quando a sua volta diventa madre, secondo linee guida che prevedono la sterilizzazione e la rieducazione dei bambini di etnia nomade.

La normalità, il confine: Labambina, una sola parola, senza confine fra articolo e nome, è il titolo del terribile romanzo che narra la discesa nella patologia psichiatrica della narratrice. La letteratura, boa di salvezza: la Svizzera chiede poi scusa per le mostruosità commesse ma il segno resta. Mehr si salva con la parola, Kristof si salva con la parola: i bambini che raccontano Trilogia della città di K, traditi e abusati, ingannevoli, inaffidabili, sanno quanto poco c’è da fidarsi degli adulti. Bisogna trovare un modo per dirsi, contro la morte. La lingua in cui scriviamo, lo ripetono spesso scrittrici e scrittori di confine, è l’unica vera patria, l’isola in cui abitiamo.

E per difendersi e germogliare una lingua tende a fondare una tradizione: il confine è anche segnato dal tradursi di secolo in secolo, prende la forma di una la corda cui in tanti (e tante) aggiungono un nodo. Una cima che si stende sopra il mare del tempo.

Da Giovanbattista Basile, genio del cunto barocco confinato nel vicereame spagnolo a Napoli, nascono i sogni di Benedetto Croce, che lo traduce in lingua italiana per la prima volta, e quelli di Roberto De Simone, il cui teatro, la cui musica, la cui immaginazione antropologica e letteraria non sarebbero esistiti senza Basile e senza Croce.

A volte la tradizione è visibile e l’incrocio del confine agile, altre volte serve che qualcuno lo noti, come fa D. H. Lawrence che scrivendo de La madre di Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (prima donna al mondo a ricevere questo premio e unica scrittrice italiana a tutt’oggi: del premio ricorre quest’anno il centenario), trova elementi di congiunzione con Thomas Hardy, straordinario romanziere vittoriano.

E in effetti la Sardegna di Deledda e il Dorset di Hardy sono popolati da donne e madri potenti e sono anche il confine del mondo più remoto, quello agricolo-pastorale, sulla soglia di una rivoluzione tecnologica definitiva.

A raccontare Strane Coppie quest’anno saranno Giuseppe Montesano, Matteo Palumbo, Vittorio Giacopini, Gianni Montieri, Anna Ruchat, Marta Morazzoni, Giorgio Mariani, Melania G. Mazzucco, Mario Fortunato, in compagnia di attrici e attori e della musica di Paolo Coletta. Ma che succede se poi l’ultima Coppia è una vera coppia nella vita e nell’arte, ovvero quella composta da José Ovejero e Edurne Portela? I Paesi Baschi e la Spagna, la rivoluzione, la guerra, le donne, la resistenza intellettuale sono solo alcuni degli argomenti di confine che terranno banco nell’ultimo incontro, il più internazionale di quest’anno, per una volta dedicato alla letteratura contemporanea narrata da chi la produce.

A tutti questi confini, diversamente esplorati al fine anche di illuminare scrittrici e scrittori non sempre al centro del dibattito o delle attenzioni editoriali, e dunque dell’occhio di lettrici e lettori, si uniscono i confini della traduzione: Palestina, Bulgaria, Ungheria e Svizzera i Paesi al centro del dibattito con quattro traduttrici impegnate sulla soglia della versione, del tradimento, della trasformazione della parola.

E poi il racconto del paesaggio e dei suoi confini, con la voce di architetti e antropologi a fare da guida, e quello dei nuovi confini dell’editoria che, mi pare di poterlo dire chiaramente, fa cose veramente nuove solo a partire da forti identità e da realtà in crescita, che credono nel sogno e nel rischio, fuori dall’elefantiasi autistica dell’editoria commerciale.

E infine, anzi, accanto a tutto, l’arte, con una mostra tutta al femminile di artiste di origini campane appartenenti alla stessa generazione e che, per scelta o per destino, non appartengono (ancora?) al giro del mercato dell’arte ma hanno storie personali profonde da raccontare.

Storie di famiglia, perché come Ellen G. alias Francesca Pirozzi, l’arte è una questione di famiglia, figlia di due protagonisti dell’arte contemporanea a Napoli, Giuseppe Pirozzi e Clara Garesio, o storie che vengono anche dal teatro, come Iole Cilento e Luana Di Sarno, che in comune hanno la scenografia, mentre si muovono in campi di sperimentazione dedicati e diversi, dalla performance alla fotografia, esplorando la linea della materia, come ha scritto la curatrice, Simona Di Sciullo.

Strane Coppie nasce per guardare alla complessità in modo complesso, senza scuse di semplificazione: anche perché la profondità, la ricchezza, una volta colte, sono in realtà così semplici da dire.

1 commento

  1. Non solo un programma molto interessante, ma anche un articolo molto bello. Il tema del confine/dei confini (da ogni prospettiva lo si guardi, confini sociologici, territoriali, corporei, metaforici) mi è sempre stato caro. Grazie anche per la segnalazione.

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davide orecchio
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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Il materiale deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I tempi di lettura sono lunghi. Pubblico i testi che mi piacciono avvisando in anticipo l'autore, ma in caso di mancata pubblicazione non posso rispondere, mi dispiace.
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