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Su «Ore incerte» di Silvio Perrella

di Francesco Iannone

Ore incerte, Silvio Perrella (Il Saggiatore, 2024)

Di Ore incerte di Silvio Perrella è forse possibile restituire l’eco di ciò che non è piuttosto che stabilire di cosa si tratti. Entra lettore, la porta è aperta, è l’invito del nostro come a volerci catapultare in una bolla dove i luoghi sono magici prima ancora che fisici e la parola cavalca ritmi miti come una maestosa e stordente onda mantrica che si abbatte contro i nostri corpi.

L’ora incerta è uno spazio vuoto che è sua volta struggente attesa di ciò che è agognato ma che attiene all’enigmatico inaccessibile e che perciò ci lascia fermi sulla soglia, nonostante lo stesso Perrella ci incoraggi a entrare, con l’imbarazzo degli uomini pratici, cioè sbrigativi (e perciò superficiali), di fronte a ciò che Lacan chiama la Cosa, la grande Cosa. I luoghi, amati o sconosciuti, vissuti profondamente o solo respirati, quelli dell’infanzia (che sono in noi eterni, immensi) o dell’età adulta, comprendono, ovvero prendono in sé, ciò che siamo o possiamo essere propagandoci infinitamente e aumentando la nostra capacità di capienza, ossia dilatando il vuoto in noi.

Il vuoto, come scrive bene Heidegger, questo niente della brocca, è ciò che la brocca è in quanto recipiente che accoglie. Perciò, sembra volerci suggerire l’autore, bisogna fare spazio, essere luoghi noi stessi e rinnovare capienze affinché altri paesaggi possano abitarci, o se non proprio trasfigurarci. Nessuna trama orienta l’azione, non il succedersi di eventi o l’alternarsi di personaggi. Nulla accade mentre tutto è già accaduto. Come una verità appena annunciata ma che esiste da sempre, non vista. Dalla Sicilia al Marocco, dalla mai smarrita Napoli all’amareggiata Roma, da Goffredo Parise ad Albert Camus, dalla selvatichezza del paesaggio agli sgargianti  conglomerati urbani, tutto è incerto nell’ora della precarietà del tempo. E se precario e preghiera hanno una comune semente etimologica, allora non ci resta che il viaggio, la mendicanza dell’uomo che sa di essere in perdita e che non smette di volersi raggiungere ogni volta.

Anche Perrella, come Pier Vittorio Tondelli, sa di non essere là dove lui scrive, sa che da qui a là è tutta intera la sua vita, spazio separato e a cui l’ora tende, carezzevole o violenta. Ore incerte si propaga come un prolungamento nello spazio dello stesso autore, quasi facendosene inghiottire fino al suo più aereo dissolvimento. Come a dire non è nostra la vita, ma siamo noi ad appartenere ad essa, inglobandoci nella sua sacca mistica. La prosa di Perrella ricorda a tratti Joris-Karl Huysmans e il suo Controcorrente, anche se in quel caso l’operazione è inversa: da un verso-fuori si procede ad un verso-dentro, esercizio non si estroflessione esistenziale ma di radicale introflessione del protagonista quando decide di sottrarsi a qualsiasi forma di relazione con il mondo. Ma in fondo lo spazio di entrambi non è altro che uno spazio interiore raggiunto secondo due diverse posture.

Ugualmente rabdomantica la scrittura di Ore Incerte come il Gozzano prosatore di Viaggio in India, la parola anche lì è mantenuta sull’acqua della poesia come un corpo in abbandono sulle spesse stratificazioni antropologiche del Gange. Scrive Perrella: I desideri quando ti spingono all’avventura della ricerca non sanno ancora che forma prenderanno. E a me questo sembra il monito dello scrittore avveduto che sa che la parola non inizia sulla pagina e non sulla pagina posa il suo fiato finale. È già iniziata altrove, ha già ribaltato le ritmie dei flussi ancora prima che lo scrittore ne abbia percepito l’urto. E dopo continuerà scavalcando la volontà dell’intenzione, insinuandosi come uno spiffero nelle fessure. Va e viene senza programmatiche schedature.

Irregolare come una musica di Miles Davis, uno dei tappeti su cui cammina questa narrazione, che inizia quando già è iniziata e termina senza finire mai. Come in un sogno fanno da cornice onirica al testo i quadri di Odilon Redon, per entrare ed uscire da sé senza eludere mai la realtà, rimbalzando da un’onda all’altra nel mare della mente e del cuore.

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davide orecchio
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Vivo e lavoro a Roma. Libri: Lettere a una fanciulla che non risponde (romanzo, Bompiani, 2024), Qualcosa sulla terra (racconto, Industria&Letteratura, 2022), Storia aperta (romanzo, Bompiani, 2021), L'isola di Kalief (con Mara Cerri, Orecchio Acerbo 2021), Il regno dei fossili (romanzo, il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (racconti, minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (romanzo, il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (racconti, Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012).   Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace. Mi raccomando, non offendetevi. Il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e non professionale.
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