Quando Dio entra in gioco

di Claude Petrognani

Il brano che segue è tratto dal saggio “Quando Dio entra in gioco” dell’antropologo Claude Petrognani, recentemente pubblicato da Rogas Edizioni, che ringraziamo della disponibilità

Siamo pronti finalmente a “scendere in campo”.
Ci siamo, per così dire, “riscaldati” per la (nostra) “partita” – di vita -, introducendo – così come fa un bravo “allenatore” – le nozioni principali riguardo al nostro “protagonista”: il Brasile. Nel gioco metaforico delle parti, abbiamo cercato di alternare la “tattica” (lo sguardo “da lontano”) – alcuni aspetti teorici riguardo la relazione che i brasiliani intrattengono con i loro “dei” – e la “pratica” (lo sguardo “da vicino”) – alcuni aspetti “etnografici” di questa intricata relazione-. Abbiamo constatato, dunque, che per ragioni storiche, sociologiche, antropologiche, il Brasile si caratterizza come un paese “laico” e ad “alto contenuto” di “religiosità”. Tutto – o quasi – è permeato da un’aura “sacra”: la politica, il Parlamento, la Costituzione, la scuola, la vita di tutti i giorni, la socializzazione, lo sport (il calcio). Nelle mie ricerche ho cercato di mostrare che quest’aspetto di complementarità e d’intersezione tra sfera “religiosa” e “secolare” – personificato dal “Dio” sincretico dei brasiliani – è una “chiave” di lettura  – ermeneutica, simbolica, di significazione – “ buona da pensare” per “accostarsi” – un po’ – all’ethos religioso  – e secolare – dei brasiliani.
Sempre nel gioco delle analogie, abbiamo, successivamente, elencato le principali caratteristiche di questi “giocatori” che “entreranno” sul “terreno di gioco” “socio-religioso” e mostrato, inoltre, in che modo si “esibiscano” – nello sport e nella vita- : l’“(iper)-visibilità” “neo-pentecostale”, l’“indifferenza” – “diffusa” – “cattolica” e l’“invisibilità” “afro-brasiliana”.
In questa terza parte del nostro itinerario, cercheremo di capire – rimbalzando ancora una volta tra “calcio”, “religione” e “società” (e vice-versa) – in che modo queste “personalità” “religiose” e “secolari”, apparentemente così diverse ed in competizione, riescano, il “giorno della partita”, ad “incorporare” – e qui “entra in gioco” il “talento culturale” di cui parlava Turner (1993) –  lo “spirito” “sincretico” del “Dio” del pallone -e della vita-.

Il rituale del “fechamento” dei calciatori brasiliani

Immergiamoci subito all’interno dello spogliatoio dello Sport Club Internacional de Porto Alegre[1].

“Fermento, confusione, voci che si sovrappongono. Il silenzio “assordante” che regnava nello spogliatoio viene “spezzato”. C’è quel cigolio “arrugginito” di un tacchetto di ferro che si ostina a non avvitarsi, c’è la voce forte, autoritaria, del mister che ricorda le ultime disposizioni, ci sono le preghiere dei giocatori … “porto sempre con me la foto di Nostra Signora Aparecida, due o tre baci prima di giocare…”; “io sono evangelico, chiudo gli occhi, mi concentro, recito alcuni versicoli della Bibbia”; “io accendo delle candele per pregare il mio orixá, axé” … I preparativi fervono.  Si preparano meticolosamente “fiumi” di bende e fasciature, si “accarezzano” le scarpe, le si “parla”, le si “coccola” come fosse l’oggetti più prezioso (ed in effetti, lo sono!); i parastinchi, pezzi di corazza, pronti per essere indossati. I giocatori sono pronti. Lo spogliatoio ribolle di energia, di “sacro”. L’altare rigorosamente allestito dal magazziniere sprigiona spiritualità da tutti i pori, candele, immagini di santi e orixás si mescolano, mescolandosi e sovrapponendosi come fosse una grande festa sincretica. Tutto è pronto, manca poco, 5 minuti e si entra!
A quel punto Carlos, l’allenatore, Marco il coordinatore, il magazziniere Eduardo, lo staff, i giocatori si riunisco al centro dello spogliatoio. Formano un circolo, si danno la mano. Anch’io partecipo. Mi sento un corpo estraneo, tuttavia, ascolto le indicazioni e mi preparo al grande rituale ecumenico. Marco mi ha avvisato categoricamente di non “spezzare” il circolo affinché la “trasmissione di energie” possa confluire da una mano all’altro, da un corpo all’altro. Obbedisco. Stringo le mani di due ragazzi, li osservo. Prende la parola il leader. Usa parole forti, cariche di significato: “Dio” ripete “è la nostra forza”. Il circolo si carica di “intensità”, “eccitazione”. A quel punto, a pieni polmoni e all’unisono, ecco l’irruzione del “trascendente”, ciò che più caratterizza il rituale dei calciatori brasiliani:
“PadrenostrocheseineicielisiasantificatoiltuonomevengailtuoregnosiafattalatuavolontàcomeincielocosìinterradaccioggiilnostropanequotidianoerimettianoiinostridebiticomeanchenoilirimettiamoainostridebitorienonabbandonarciallatentazionemaliberarcidalmaleAmen”
Si tratta – per rendere l’idea della performance la preghiera dev’essere letta in un solo respiro – del momento più sublime e importante del rituale: il Padre nostro, preghiera di matrice cattolica, è gridato ad alta voce, tutto d’un fiato. Io non prego, rispetto il rituale. Osservo i ragazzi, sguardo al cielo, pregare “ognuno a modo loro” questo repertorio. Dopodiché, il circolo si spezza. L’effervescenza collettiva è percettibile. I ragazzi, come fossero in “trance[2]”, cominciano a saltellare qua e là, disordinatamente, dandosi dei colpetti sulle spalle e gridando di forma incontrollata. Il circolo, poco dopo, si ricompone e l’ordine viene ristabilito. Il gruppo questa volta è ridotto agli 11 “eletti” che scenderanno in campo. Si guardano, mano nella mano, intonando a gran voce il Club che rappresentano: 1,2,3, Inter, Inter, Inter …”.

[1]  L’originale si trova in Petrognani (2016).

[2] Come ha correttamente rimarcato Barba (2007, p.23) “il concetto di trance è un concetto mutato dalle religioni che prevedono la “possessione”, ovvero la discesa di un’entità nel corpo di un fedele (…) in più nelle religioni di possessione, lo stato di “trance” è un comportamento culturalmente appreso, come ben detto da Bastide (1979)”.
Quando parlo di “trance”, dunque, sono cosciente di “forzare” un concetto “complesso” del mondo delle religioni che prevedono la possessione. Nel contesto “metafisico” del “fechamento”, con questa espressione intendo enfatizzare un momento molto particolare del “rituale” che si caratterizza, per analogia, corrispondenza e a livello di performance teatrale (Schechner, 2011), con quello in cui l’adepto delle religioni afro-brasiliane e neo-pentecostali entra in “trance”.

 

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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