L’Eremo

George Arents Collection, The New York Public Library. “Hermitage.” The New York Public Library Digital Collections, 1850 – 1959

di Silvano Panella

Risalendo il sentiero che costeggiava il fianco della montagna raggiunsi l’edificio abbandonato. Alcuni massi erano caduti da non molto e ora giacevano spaccati, scheggiati davanti la sobria facciata medievale. La foschia non mi permetteva di ammirare i dintorni. Il portone socchiuso, uno spiraglio malcelava il cortile di alta erba spontanea. Filtrava un odore di menta. Spinsi il portone. Udii sbattere una catena di spesso metallo. Si era accumulata della terra e non potei allargare di molto il passaggio ma riuscii a infilarmi. Un piccolo portico circondava il cortile quadrato, colonne in pietra, mura crepate, uno strato di foglie secche – querce si palesavano al di là dei tetti di tegole sfalsate, precarie. Raggiunsi la soglia opposta. Entrai. Una donna s’aggirava nella grande sala vuota, sul pavimento schegge di mobili portati via o forse distrutti, le pareti ricche di rientranze spogliate – questa conformazione era adesso un motivo ornamentale. La donna mi fissò per un istante e riprese la sua esplorazione, per nulla interessata o turbata dalla mia presenza. Stavo per offrirle il mio aiuto anche se non sapevo cosa cercasse, anche se ci trovavamo in un luogo che non avremmo dovuto disturbare, e iniziò a piovere.

«Piove con la nebbia?», lei domandò.

«Nebbie e nuvole sono costituite della stessa sostanza ma ignoro i loro segreti legami, attriti. Forse la pioggia scioglie la nebbia», mi azzardai a dire.

La donna rise, lievemente.

«Dovremmo comportarci bene», lei disse. Fu seria, severa, accennò un movimento della testa – per scacciare le mie parole?

In un andito scoprii un piccolo ciborio in marmo bianco, colonne sottili lo reggevano, una creazione raffinata che stonava con l’ambiente austero. Non c’era altro.

«Sente?», la donna alzò la mano, indicò il tetto.

«La pioggia», dissi.

«Non sia sbrigativo come al solito»

Il commento della donna mi ammutolì di stupore. Voleva comunicarmi che mi conosceva? A fondo, poi, alludendo a un mio atteggiamento. Ero sbrigativo? Talvolta. Ma quella che picchiettava sul tetto era pioggia, lei stessa mi aveva fatto alzare lo sguardo alle capriate. Le osservai di nuovo, sbilanciate eppure solide. Come era possibile questo contrasto? Mi sarebbe piaciuto esaminare le travi da vicino.

«C’era un frate che pregava così bene da levitare», dissi. «Durante l’estasi si sollevava di due, tre palmi, i suoi piedi non più posati, dritti, ma penzoloni, morbidamente piegati in basso»

La donna sorrise alla luce della finestra dal vetro rotto, schizzi di pioggia bagnavano il pavimento. Anche le mattonelle erano sfalsate. Forse la montagna si muoveva pian piano. Sarebbe crollato tutto, prima o poi. L’eremo abbandonato per questo motivo. E la fede?

«La fede?», la donna domandò.

Allargai le braccia. O mimai un frate in estasi. Un gesto naturale, compenetrato nella sacralità del luogo.

«È ancora un luogo sacro», ribadii a voce.

«Non ho dubbi che lo sia», lei rispose, e si mise avanti a me, in attesa che mi spostassi.

Le efelidi sul suo giovane viso mi avevano distratto. Mi scusai, mi scansai, uscii sulla soglia. Pioveva fittamente, il cortile diventava acquitrino. Quelle erbacce, piante da palude. Il freddo, mi coprii la gola con la sciarpa. Sentii ululare. La sala non aveva una porta da chiudere, dovetti spingere il portone del cortile, legare la catena – priva di lucchetto, era solo un pesante fiocco. Poi tornai indietro. Mura e acqua a nostra protezione. Il buio stava calando assieme alla pioggia.

«È quasi ora di cena, venga», la donna mi chiamò nella dispensa.

I frati avevano lasciato posate e scatole di cibo per gli avventori. Previdenti, altruisti. Mangiammo gli sgombri alla luce della mia torcia elettrica, sulla soglia dell’acquitrino. Anche il portico era oramai allagato.

La donna recitò:

La pioggia che cola sui rami
È più conciliante
Delle lacrime che solcano
Le nostre guance
Tuttavia non sappiamo
Quanto solletichi
Il legno vivo
Degli alberi

 

Io risposi:

Non dovrebbe solleticare
Un diluvio d’acqua
Omogeneo assai
Quanto una palude
Che permette alle piante
Di prosperare
Tra una pioggia e l’altra
Racchiuse in un cortile

Gli sgombri, il crepitio delle gocciole, il buio, il freddo – anche se eravamo coperti da panni pesanti – ci fecero assopire. Ci addormentammo. Al risveglio era l’alba. Il terreno del cortile aveva assorbito tutta la pioggia. C’era silenzio. La donna era scomparsa – il portone accostato, la catena penzolante. Perché non le chiesi cosa stesse cercando nella grande sala? Fui rispettoso, inconcludente. Quella sua meticolosità. Interrotta però.

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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