Café Panthéon

di Gennaro Pollaro

Ho squadrato le imposte limpide e sono entrato di petto. Ho fissato la sola persona presente, in parte nascosta da una bottiglia mezza vuota di gin: la cameriera, con l’ombelico che spuntava da una magliettina di jeans, mi ha servito dell’acqua e, su mia richiesta, mi ha indicato i cessi.

Arrivato a destinazione, ho spinto la porta. Ne ho trovata un’altra, arrugginita. L’ho colpita con un piede ed è apparso un lavandino malandato: era tenuto in piedi coi ferri, da corde messe malissimo. Ho girato una manovella e mi sono lavato le mani per scrollarmi di dosso la giornata appena cominciata, poi sono uscito, ho ordinato un caffè, l’ho consumato e ho fatto quello che si fa il lunedì mattina – qualcuno direbbe che non si deve fare niente.

Mentre l’impulso del bere mi faceva effetto, ho atteso che i fumi del luogo mi avvolgessero, che qualcun’altro entrasse nella mia quotidianità, e invece nulla. Soltanto un rumore sbieco riempiva la sala, spinto sui lati da certi uomini barbuti che si accanivano intorno a un tavolo, lanciavano dei dadi, attendevano che qualcosa succedesse, mentre io attendevo l’ispirazione, o una scossa elettrica, un’epifania.

Il tempo scorreva orizzontale.

La televisione trasmetteva figure che ballavano su un ritmo indecente, come se il mondo si fosse fermato a un certo punto: ma quando?

È stato allora che ho capito che forse avrei fatto meglio ad andarmene. Fuori, le ombre cominciavano a diluirsi. Volevo partire, ma sono rimasto. Ho abbracciato i miei complessi etici, parlamentari, e ho tirato fuori dalla borsetta una serie di lettere, iniziando a leggerle con voce accalappiante.

Caro Avvocato,

in quanto membro del Senato, le chiedo un aiuto estremo. Non si tratta di soldi, ci mancherebbe. Ma potrebbe, gentilmente, rendersi in maniera arcuata laddove si pensa che la parola abbia ancora un valore? Le lascio qui sotto, in allegato, un barometro di massa. 

Un caro saluto, Il ministro dell’istruzione

Ho voltato il foglio. Cercavo l’allegato. Ho guardato sotto il tavolo, tra le imposte di una finestra che dava da qualche parte, ma non ho trovato niente. Mi sono alzato di scatto. Sono andato ai cessi e, dopo aver dato una scrollata alle spalle, ho spinto la prima porta, poi la seconda, e mi sono deliziato col clamore che fa l’acqua quando sbatte lungo i bordi – fra le ceramiche e i fori, come quando si forma un laghetto. Mi strofinavo le mani e pensavo: ma quale allegato?

Sono uscito e ho riletto la lettera da cima a fondo, trattenendo il fiato come se avessi la testa immersa in un cuscino. Le soluzioni mi salivano alla testa e, mentre i polmoni si gonfiavano, in preda alle convulsioni, e ho deciso di andare avanti.

Prima, però, ho squadrato la cameriera che cominciava a prendere forme sferiche, poco nette, e ho buttato giù altri due sorsi della sua lurida bevanda, sfilando un’altra letterina dal mio funghetto rosso.

Caro Avvocato,

le scrivo in quanto l’inchiostro non lo paghiamo. Qui, lei lo sa, fotocopiamo tutto, non contiamo le unità, gestiamo la carta con la sola forza della ripetizione. Ma a parte ciò: si ricorda di quella cena dell’anno scorso nei pressi del bioparco? Avrei bisogno di quegli incentivi di manodopera locale, di quei dati comprimenti che potrebbero finalmente dare una svolta alla nostra routine. Le lascio in coda certi versi di Platone:

“La virtù non ha padrone. Secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”. 

Un saluto, Il ministro della retorica

 

È stato allora che le cose hanno iniziato a peggiorare. La cameriera ha schiacciato un pulsante sul telecomando e la musica si è trasformata in un concerto inespresso. Le mura sembravano staccarsi. Una macchia gialla spiaccicata sul soffitto pareva voler cadere o svanire. Mi sono chiesto: come si può non mandare in onda qualcosa di poetico?

La cameriera mi ha guardato prima i piedi, poi le braccia e le mani, infine qualcosa che stava fra il collo e la pancia – la mia cravatta?, le iniziali lungo la camicia? – e con due colpetti ha trasformato il telecomando in un direttore artistico: quella strana musica, lungo la pianura delle nostre idee, ha lasciato il posto al Beethoven, al Wolfgang Mozart.

Lo sfondo dei ballerini ha ceduto alle colline verdi, agli anni novanta, spingendo nubi grigie – esplosioni di massa, supervulcani – verso condizioni che ignoravano il male, ma non lo escludevano. Poi la cameriera mi ha guardato dritto negli occhi, come si fa coi cani, e ha spostato la bottiglia di gin.

Mi ha chiesto se mi andava bene così: a me andava bene.

A quel punto, sebbene controvoglia, mi sono concentrato sull’udito non cerebrale. Ho iniziato a danzare con le scapole, provando a salire sul tavolo, ma qualcosa fuori mi ha trattenuto: un vecchio col carrello, tirandosi con un bastone, l’ha sollevato come se volesse dirigere lui quella musica, e portare in voga le sue idee di rivoluzione.

Sono andato avanti con la lettura. Avevo come l’impressione che, grazie a quelle letterine, le cose stessero cambiando. Ho chiesto un’altra bevanda cosmica e ho domandato alla cameriera se fosse un caso che dopo certe trasmissioni ci fosse sempre la pubblicità. Lei mi ha chiesto se mi capitava spesso di avere le idee convulse. O, almeno, questo mi è sembrato di udire perché le sue labbra, ventriloquamente impuntate nella mia orizzontalità, non si sono mosse. Poi mi ha servito una doppia dose di caffè, diluendo la mia sete col sopracciglio alzato, e ho continuato a leggere.

Caro Avvocato,

chi va per certi mari… certi pesci trova.

Poco a poco che il residuo dal fondo sale a galla, mi sfiora la certezza che il suo ruolo in questa società sia poco chiaro. Lei spinge lungo le caviglie tutto il giorno; lei giace nella base del collo come chi lavora poco, soltanto per il risultato, senza impegno né percentuali serie di glucosio. Se fossi in lei, mio caro avvocato, piuttosto che l’autostimolazione della colonna vertebrale, valuterei qualche faccenda più amica: proverei a finire le giornate in ufficio, per esempio.

Le lascio, in ogni caso, una gradevole mattinata.

Cordialmente, Il ministro dell’avanguardia

Dal fondo della sala è apparso uno degli uomini dei dadi. Maglietta aderente, pantaloncini corti, barba appuntita. Portava un paio di occhiali da miope con le asticelle in ferro che giravano sulle orecchie come una chicane. Ha recitato a memoria alcuni versi – forse di Dante.

Qui, mai, nessuno, ha detto cose a caso.

Qui, mai, il mondo filtra netto, alé!

Ho odorato per la prima volta il mio caffè. Sentiva di un unguento magico, alcolizzante. Ho chiamato la cameriera, ma senza successo. La musica sembrava sparita. Qualcuno l’aveva spenta e chiamato all’unisono la cerchia? La mandria di scommettitori incalliti, veloci come cavalli, si erano messi in fila sparsa, osservandomi come se fossi un pezzo raro del Louvre. Mi chiedevano cose a caso. Mi incitavano a continuare e, più si dibattevano, più io resistevo, fino al punto in cui un pizzico di stanchezza è sopravvenuta e mi sono convinto ad andare avanti.

Caro Avvocato,

sarà che la vita si spegne come una candelina che sta al centro della torta: con un soffio. Le ho mai parlato di quell’affare di omertà fra l’isola e il tacco? E fra le Alpi e il Manzanarre? Qui sotto, un ritratto del Manzoni, puntinista. 

……….

……

………………..

………..

……

….

………

Un saluto, Il ministro della scultura

 P.S. Se la conosco bene, lei apprezzerà.

Ma non ho apprezzato.

Uno degli uomini dei dadi è venuto verso di me, mi ha spinto leggermente una spalla e mi ha chiesto se fossi io, Dostoevskij?

Ma gli ho detto di no.

Ho bevuto ancora un sorso e, colpito da un dolore che non saprei spiegare, ho letto l’ultima lettera come si fa a scuola, o alla televisione.

Caro Avvocato,

né uno, né cento di lei potrebbero sostituire la speranza nell’avvenire. Le lascio una manciata di dollari sul suo conto. La prego di strappare questa lettera o di nasconderla sotto la pila di fazzoletti, ma cautamente. 

Un saluto, Il ministro del futuro

Ho guardato il dossier e mi sono accorto che era scomparso. Ho chiesto aiuto ma nessuno mi ha risposto. Ero solo in quel posto che fino a poco prima mi conveniva. Così, prima di lasciarmi andare al pianto – alla collera che sale fino a fare male – ho pagato il conto: ho lasciato cinque volte il prezzo e una manciata di banconote per la cameriera. Ho pensato che la soluzione, in ogni caso, fosse quella di farli ritornare. Poi ho infilato una mano nella tasca e ho scovato vecchie cartacce. Ho sentito una punta – un coltellino, uno spinello rollato male? – che mi pungeva il dito. Ho tirato fuori dal mazzo una chiave e ho rigato il tavolo lucido, incidendo la mia firma.

Poi sono scappato via correndo, con le mani alte, e mentre varcavo la soglia del bar per andare verso il mio ufficio, che stava dirimpetto, ho provato un discreto piacere nell’udire la porta dei cessi sbattere. Sarà stata la cameriera? Saranno stati quegli uomini barbuti?

Questo non lo so.

Ma fuori era già buio – un buio come le tracce mentali di quel luogo, che sembrava provenire da un’altra dimensione. Ma da dove?

*

Immagine; Jean-Michel Albirola, surface inconnue

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

Il possibile contro il necessario. Poesia e dialettica nel Novecento (e oltre)

di Fabio Moliterni
La poesia può ancora presentarsi come “meridiana della filosofia della storia”, in quella dialettica aperta di passato, presente e futuro della quale scriveva Benjamin: essa, la poesia, “diventa qualcosa di sociale per la propria posizione contraria alla società, e tale posizione essa la ricopre soltanto perché autonoma”.

Da “L’esercizio di Adam”

di Gianluca Garrapa
Un giorno avevo forse venti anni e mio padre era morto il giorno prima per via di quel suo inguaribile raffreddore da naso che si curava con una polvere bianca che distribuiva sul tavolo in strisce bianche parallele...

Su “Inside Story”

di Giuseppe A. Samonà
Da notare, per altro, che Martin Amis è morto nel 2023 e Inside story, del 2020, è il suo ultimo libro: ma per me è stato il primo, e per adesso l’unico, quello che me lo ha fatto scoprire.

Da “Cassandra a bruciapelo”

di Sandra Moussempès
Traduzioni di Valentina Gosetti, Tommaso Santi e Adriano Marchetti. La qualità di questa sceneggiatura è a dir poco confusa // Seguire le orme di giovani ragazze dai lunghi capelli biondi // Rifugiate in una casa stregata dal 1972

Da “Scritture digitali. Dai social media all’IA e all’editing genetico”

di Roberto Laghi
Se oggi abbiamo i dispositivi e i servizi digitali che abbiamo è perché “la tecnologia non è e non potrà mai essere una cosa a sé stante, isolata dall’economia e dalla società”, ma ciò significa anche che “l’inevitabilità tecnologica non esiste”.

presque un manifeste #3

di Francesco Ciuffoli
(...) Grandi manager di gruppi aziendali e lo Stato assumono / il controllo, dividendo in porzioni più nette chi / deve possedere risorse e mezzi di emancipazione, libertà / e chi serve per estrarre e fornire questi mezzi / (...)
andrea inglese
andrea inglese
Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: