Libro delle coniche e delle angolature

di Danilo Paris
Dimmi ora in compagnia o a fianco di chi vivi,
ti dirò chi sei; descrivi il tuo doppio, il tuo angelo
custode o parassita, vedrò la tua identità.
Michel Serres, Atlas
I.

Adesso è l’ora di /nessuna voce
ha messo i sigilli sulle matrici in fila sul limite
le coppe del versatore/
ci riempie fino all’orlo quei loro nostri incontri
una splendida pellicola, spiluccata
qui sui nasi / le sue immagini sdoppiate
nella buccia/ essiccata riproduce il primo verso,
de-estinzione al dito sulla traccia
precede l’era dei ghiacci, mi linka il salmo sul palato
in nuova genesi, lo fa direttamente sulla cellula,
sul fossile che non c’è ancora. Forse una maniera
di trasformare ancora-vivi in già-fossili, un modo di guardare
a questi corpi come fibra-copia per la prosa vegetale.
II.

Su ognuno dei voti. Piccoli e depositati nelle nicchie.
Con le mani del vasaio ora prende
posto un dentro vuoto sortilegio- corteccia o specchio-
scollatura che si attacca fino al lembo delle cose, come il fiore
a mazzi, salvato a spaccatura e il teschio del re reietto o il capo
a stracci sfatti a schiodo per il piombo, è un punto stirato a curva
l’inflessione della piega/ senza tocco l’ambiente in cui corregge
il tiro a una colonna/ la distanzia per l’ingresso ai tramutati
gli scolonnati ||||
la serie alternata delle coniche al suo visore- tabulato
<immagine>
<immagine> / le arcate più in dettaglio in resa al suo tributo sullo spazio/
<immagine>
<immagine> / le firme fatte in dieci sussurrando sulle pietre, accovacciati
saltare, arrampicarsi e poi di nuovo intorno a un buco/ per le parti
rovesciate al suo rigetto, è solo un’altra inflessione che si fa per il calcolo
su un arco di cerchio in caduta sulla linea ___dei punti razionali-
<immagine> /definire le arcate circolari e
aggiungere un’altra cunetta/ per un totale di cinque spazi- per le serie convergenti/
distaccare la cosa dal gruppo in cerca di descrizione per far carte
senza spolpare/ dall’osso la sua icona
dove il resto del reale stona col simbionte/ un pezzo di scavo o del liceo
che ti cavi nell’unghia/ bagna il suo vacante, l’oggettile esteso in un calco continuo
la presa dei detriti in clausura all’inerente [il meta da soma inviluppato nella serie].
III.

E nella groppa dei suoi innesti ora scola/ filo a filo/ il suo vortice sdoppiato
e senza buche, senza tasche per chi bussa/
tutti gli ordini e le masse dei passanti per la Porta scontornata/
del tutto identica a una porta più piccola da cui non passa Fuori/
il somigliante non è entrato. È già dentro, per la cosa stessa//////
ad ogni perimetro senza timbro sulla sostanza termale/
e per ogni Cetera dei suoi specchi in rivoli di latte tracciato di gesso e carbone
e i sovrappiù nel libro delle transumanze, per eccedere filatori e carristi
e non corrispondergli in qualcuno che andava cercando/
il versatore tumula il credito di spugna in algoritmo di Anticitera.
È un codice binario per il genio accompagnatore che non molla la sua presa.
Nessuno prova orrore stando fuori nel vederci in assenza di ombelico.
Noi però ci vediamo. Dallo stesso pungolo mi prende le sue dita
dalle mie stesse dita/
lo vedo scrosciare sui gruppi in corsa e i tessuti rammendati quando io ci corro dietro con i sacchi dei sonagli e i più piccoli vicini/
lo vedo premere un bottone e spegnere il mondo.
Testo: Danilo Paris- Immagine: Archivio Lucido
