Quando gli alberi parlano

Marino Magliani intervista Donatella Alfonso

Marino Magliani La prima cosa che vorrei chiederti a proposito del tuo romanzo Quando gli alberi parlano (Castelvecchi Editore), è su Borgo: nome di un luogo per cui se non essendo specificata l’ubicazione vale il marchio del borgo che non esiste. È una scelta della quale ci puoi parlare? Sono più di uno gli scrittori del ponente che decidono di confondere le idee sull’ambientazione; uno è Biamonti, pensa al suo Luvaira, allo stesso Avrigue che potrebbe essere, ma anche no, Apricale, oppure Pietrabruna, ma la Pietrabruna del suo Attesa sul mare è situata ben più a ponente e a ridosso della frontiera di quanto non lo sia la vera Pietrabruna, comune della Valle San Lorenzo non distante dal Faudo. Il motivo per cui anch’io mi ritrovo a usare toponimi inventati, Sorba su tutti, è che posso collocarvi storie e descrivere personaggi senza dare riferimenti geografici e senza dovermi giustificare se qualche conoscente mi accusa di averlo fatto vivere nelle mie pagine. Borgo tuttavia ha qualcosa di speciale, il libro stesso ha qualcosa di speciale, con la fotografia in copertina di un luogo esistente, peraltro molto significativo e vivo nell’epopea partigiana: la battaglia del Monte Grande, durante la quale un gruppetto di partigiani è riuscito a stanare il nemico nazista e a portare a casa, in montagna, una vittoria importante. C’è poi il luogo della Spianata, e trattandosi di un’autrice che ha frequentato molto Imperia vien subito da pensare che si riferisca alla Spianata di Borgo Peri. Ma qui è tutt’altro che spiaggia. E a chi ti sta intervistando viene da chiedersi: hai utilizzato prima Spianata (nel romanzo è la radura pietrosa e erbosa ai margini di un bosco di cui la flora di medio e alto fusto raccoglie e conserva le voci e le memorie della fauna umana), o è l’utilizzo di Borgo che ti ha suggerito poi l’utilizzo di Spianata? O forse Spianata è da riferirsi a un altro luogo?

Donatella Alfonso In realtà, la Spianata esiste ed è quella dell’immagine di copertina: è a San Bernardo di Conio, ai piedi del Monte Grande, il luogo dove ogni prima domenica di settembre si ricorda quella importante battaglia vinta dai partigiani. L’ho “incontrata” casualmente in uno dei tanti giri per l’imperiese e, anche per la lapidi che vi sono state erette, ho pensato che fosse uno dei luoghi fondamentali dove volevo situare il romanzo. Ma Borgo non è un semplice centro di una delle vallate dell’estremo ponente: è l’essenza del vivere un paese, con i suoi protagonisti – non a caso ho scelto di dare alle voci della gente il ruolo del “coro” – perchè è il paese stesso che è protagonista, che critica, valuta, definisce, tanto più se dall’altra parte ci sono le scelte di una donna libera come Antonia. Quindi Borgo è molti paesi, un luogo di molti luoghi visti – da Aurigo a Costa d’Oneglia, per restare nell’imperiese, ma vale anche per alcuni piccoli centri delle vallate cuneesi, o molto più in là, fino alle Cevennes – ma soprattutto è un essenza di paese e della gente che lo vive. Una realtà che chi ha vissuto i piccoli centri conosce bene.

M.M. Ci puoi parlare un po’ di Antonia, ribelle, giovane, le sta stretto il borgo, anche se in realtà in paese non le manca molto, almeno dal punto di vista di un minimo di benessere. Minimo, poiché il benessere negli anni della guerra significava non fare la fame, e Antonia non dovrebbe conoscerla, sostanzialmente per una buona ragione: i suoi genitori gesticono la bitega, l’alimentari del paese. Ma Antonia vuole andare via. Antonia “parla” o parlerebbe a un giovane del paese, Nini, partigiano, amico del fratello, che ha un certo fascino, ma in apparenza un sentimento tiepido, senza troppo entusiasmo. Il verbo “parlare” si usava anche subito dopo la guerra e non significa fidanzamento, ma piuttosto le prime prove, l’approccio, ora casto ora meno, e comunque pur sempre una scelta. Ma Antonia l’amore, o quello che lei crede esserlo, lo trova, forse, nella persona giusta che sta dalla parte sbagliata: un giovane tedesco della Wehrmacht.

D.A. Credo che non fossero poche le ragazze come Antonia, in un tempo in cui non solo le costrizioni della mistica fascista sul ruolo femminile, ma proprio le convenzioni, le abitudini, lasciavano alle donne poca scelta sul loro futuro. Infatti l’unica via che lei pensa di trovare per affermare la sua autonomia è, attendendo la fine della guerra, tornare sulla costa – volutamente non ho indicato le città, potrebbero essere Imperia, Sanremo, Bordighera – e trovare un impiego da maestra, visto che il diploma l’ha conseguito, o magari lavorare in un albergo, o chissà, incontrare un amore. Si sente ed è diversa dalle coetanee: ha comunque studiato e, nella piccola società di Borgo avere, come dici tu, la bitega, le garantisce una “posizione”, come si soleva dire. Paradossalmente, il paese ha deciso che può accasarsi con Nini, perchè viene da una famiglia benestante, e lei stessa forse accetta di “parlarsi” con lui, in attesa che la fine della guerra le riapra le porte del mondo. “Si parlavano” è un termine che mi faceva sorridere molto, quando lo dicevano mia nonna o mia madre, ma che tu definisci bene: non più solo un corteggiamento, una amitié d’amour, piuttosto, e poi sarebbe stato il tempo o il caso a decidere se sarebbe sfociata in un fidanzamento vero e proprio o si sarebbe persa per strada, di fronte a un sentimento più concreto. Antonia trova in Nini quella momentanea conferma del suo ruolo, e si affida a lui, ma soprattutto alle scelte del fratello Enzo, anche per decidere di affiancare la Resistenza. Antonia esprime il dubbio: quello stesso dubbio che, dall’altra parte, incrocia in Martin, l’ufficialetto tedesco che studia la letteratura italiana e alla guerra non crede. Il loro – spinto proprio dal fatto che lei sia maestra, quindi titolata a fare conversazione con il militare – è l’incontro di due dubbi, in quella zona grigia che ha riguardato tanti. Perchè siamo abituati a leggere, con quella retorica che purtroppo per molti anni ha accompagnato una certa narrazione della Resistenza, di scelte convinte e assolute. Ci sono state e sono fondamentali per la costruzione de ”l’esercito scalzo” come fu definito, che portò alla Liberazione, ma ci furono anche quelli che si trovarono coinvolti per ragioni familiari, affettive, casuali.

M.M. Non si può non tornare su questa parola che chiude la tua risposta. Non può essere casuale che Antonia sposti le sue attenzioni sul tedesco. Il cuore poteva battere per quello di un saloino (non un fascistone convinto, ma uno di quei repubblichini mezzi costretti, il cervelletto lavato dalla crescita in mezzo alle idee sbagliate), e invece è un tedesco. E questo perché, forse, a te tornava bene di introdurre un ragionamento sulla nazificazione della Wermacht.

D.A. E’ vero. Non a caso – qui la mia storia di giornalista e di saggista prende il sopravvento – ho riportato il testo del decalogo di comportamento che veniva consegnato ai militari della Wehrmacht nelle zone occupate. E come si vede, riecheggia il rispetto, anche in zona di guerra, che doveva essere eredità dell’antico esercito del Kaiser, legato a canoni ottocenteschi. Nonostante la nazificazione della Germania, la Wehrmacht, soprattutto tra i richiamati, accoglieva molti uomini che ritenevano assurda se non intollerabile la scelta dei più fanatici, i rastrellamenti, le uccisioni di civili, l’odio per l’odio. Pochi, in realtà, si sono ribellati scegliendo di disertare, ma ci sono stati, prendendo anche parte attiva alla Resistenza, non solo in Italia. Solo negli ultimi anni, però, e a parte vicende famose come quella di Rudolf Jacobs, ben raccontato da Carlo Greppi ne “Il buon tedesco”, stanno emergendo queste vicende. Anche perchè in Germania, come ho potuto appurare, fino alla metà degli anni Settanta la diserzione o anche la collaborazione con il “nemico”, compresi i partigiani, veniva ancora considerato un atto di tradimento, con ricadute giudiziarie. Da qui una delle ragioni di tanto silenzio. Perchè se è vero che lo stato tedesco ha provato a fare i conti con il suo passato nazista, non lo ha fatto , se non in alcuni casi, con quanto i suoi soldati e ufficiali hanno fatto nei territori occupati. Va preso ad esempio positivo il discorso del presidente Steinmeier a Marzabotto nel 2024, quando chiese scusa ufficialmente per quella strage. Ma appunto, sono passati ottant’anni. E una presa d’atto e di coscienza non cancella migliaia di morti.

M.M. L’ultima domanda è sul nostos dei reduci tedeschi dopo tanti anni, tanti o relativamente tanti, ma che sono comunque tornati. È un argomento che affascina anche me. In un mio romanzo di quasi vent’anni fa, un veterano torna – da anziano – in una vallata ligure dove la sua compagnia ha commesso una crudeltà per capire e, forse, per espiare la sua colpa privata. È povero, vive di fronte al paese, nei rovi, poiché le fasce ulivate che un tempo venivano pulite e coltivate ora sono inghiottite completamente dai rovi, quasi che anche la terra si vergognasse e sentisse la sua colpa, si nascondesse. In realtà non è così, il nostos dei reduci è documentato, in genere si tratta di gente benestante, tornano per rivedere la bellezza della luce del mare che freme su scogliere, palme e uliveti. Altri, pare tornino – ma nelle vallate circolano a proposito alcune leggende – perché da qualche parte hanno nascosto segreti e tesori. Altri ancora tornano per comprare un rudere e restaurarlo, e per allungare così la decadenza di una terra e fingere che la loro stessa decadenza fisica assieme a quella crollante della Liguria assomigli a una dichiarazione poetica. Insomma, in genere questi reduci che tornano sono più o meno benestanti, ma cosa tornano a fare i tuoi reduci, e chi sono?

D.A. Non so se ci siano stati tesori segreti da recuperare, nelle ragioni per cui tanti tedeschi, a partire dagli anni Cinquanta, ma soprattutto nei Sessanta, hanno iniziato a cercare ruderi da recuperare o case coloniche da acquistare anche in luoghi – diciamolo francamente – non proprio turistici dell’entroterra ligure. E’ accaduto, peraltro, anche in Toscana, specialmente nelle zone dove si attestò a lungo la linea del fronte, nel Senese soprattutto. Credo che per i più l’Italia rappresentasse esclusivamente un bel posto dove avevano vissuto un periodo che ritenevano però superato, come quello della guerra, e quindi, dove garantirsi uno spazio per le vacanze. Di certo ci sono quelli che cercano o hanno cercato di capire: non casualmente, al Museo della Resistenza di Carpasio – salendo lungo la Valle Argentina – un luogo da conoscere e da visitare, ogni anno arrivano gruppi di persone dalla Germania e da altri Paesi che, dicono, vogliono capire, spesso anche perché vengono da famiglie che furono coinvolte nel nazismo. Martin torna, ma non sa cosa sia successo dopo la sua partenza: quando si renderà conto che c’è astio verso di lui, cerca di riprendere i fili di quelle scelte che non ha saputo fare fino in fondo, e anche le ragioni della distanza, dell’impossibilità, così gli sembra, di riprendere un filo di dialogo con Antonia. Capire, prendersi le proprie responsabilità: al di là della vicenda personale, credo che la storia che ho voluto raccontare sia tutta in questo contesto. E poi ci sono gli alberi, quelli che ascoltano le parole degli umani, quelli che la Storia e le storie le vedono passare. E che, a differenza delle persone, non giudicano mai. Ed è la ragione, in fondo, per cui Antonia quando va sulla Spianata, si sente libera. Anche se è rimasta a Borgo.

M.M. Grazie.

D.A. E grazie a te!

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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