In difesa della rivoluzione del Rojava

di Xanim Serencelik Gianolla
Alle organizzazioni femminili, ai movimenti delle donne, alle rappresentanze democratiche di tutte le donne e all’opinione pubblica!
Non è mai casuale quali siano i diritti sospesi durante le guerre, i conflitti e i periodi di crisi. Da sempre, i primi diritti a essere presi di mira sono quelli legati al corpo, all’identità e alla differenza. Le donne ne sono le vittime più visibili e più gravemente colpite.
Ciò che sta accadendo in Rojava rende questa realtà ancora una volta chiaramente evidente. Il corpo senza vita di una combattente donna gettato dal tetto di un edificio davanti alle telecamere; i capelli tagliati di un’altra donna esposti come “bottino di guerra”; le conversazioni su a chi “donare” due donne curde fatte prigioniere: tutto questo è avvenuto sotto gli occhi del mondo, in una simultanea testimonianza globale.
Questi atti costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Questi atti sono, allo stesso tempo, una forma esplicita di violenza contro le donne. Le donne curde sono il bersaglio diretto di questa violenza. I responsabili sono miliziani jihadisti appartenenti all’Esercito nazionale siriano.
A questo punto è inevitabile porsi una domanda fondamentale: che cosa rivela il silenzio di fronte a questa violenza evidente, documentata e pubblicamente esibita contro il corpo delle donne?
Le reazioni — o le mancate reazioni — alla brutalità perpetrata nel Rojava funzionano come una cartina di tornasole per comprendere l’atteggiamento dei poteri politici nei confronti dei diritti delle donne e delle loro conquiste storiche. L’indifferenza mostrata di fronte alla violenza di genere è essa stessa una presa di posizione politica.
Il fatto che le strutture jihadiste prendano di mira le donne curde non è casuale. È il risultato di un’ostilità ideologica verso un modello di vita in cui le donne sono soggetti attivi, fondato sull’uguaglianza e sulla libertà. Gli attacchi contro la resistenza delle donne curde non sono limitati a una specifica area geografica: queste pratiche preannunciano la violenza che domani potrebbe colpire le donne in altri contesti.
In Medio oriente sono in corso da tempo conflitti, rivolte e lotte contro regimi oppressivi. Tuttavia, oggi non domina solo una retorica di guerra regionale, ma una narrativa bellica su scala globale. In un’epoca in cui l’autoritarismo viene legittimato attraverso i discorsi sulla sicurezza, la sopravvivenza dello stato e la necessità militare, sappiamo quanto rapidamente i diritti conquistati dalle donne possano essere messi in discussione e cancellati. È proprio per questo che oggi è necessario riflettere due volte, essere più vigili e prendere sul serio i segnali precoci.
La documentazione e la diffusione mediatica della violenza contro il corpo delle donne sono atti politici. Attraverso questi meccanismi, la violenza maschile militarista viene resa visibile, normalizzata e riprodotta all’interno di un sistema di impunità. Eppure, colpisce l’assenza di una posizione chiara e netta da parte dei governi e delle élite dirigenti che si definiscono difensori della democrazia e dei diritti umani di fronte a questa barbarie. Ancora una volta, assistiamo a come la violenza contro le donne venga ignorata quando entrano in gioco interessi imperiali.
Questo quadro rappresenta una soglia politica per le organizzazioni femminili, i movimenti delle donne e le donne con rappresentanza democratica.
Perché sappiamo che i diritti non esistono solo nel momento in cui vengono conquistati, ma esistono nella misura in cui vengono praticati e difesi. Il silenzio, il più delle volte, non è neutralità: apre spazio all’espansione della violazione.
La normalizzazione odierna della violenza antifemminile in un territorio, la vita di quali donne dovrà colpire un domani affinché venga finalmente compreso che si arriva ad agire tardivamente?
