AzioneAtzeni – Discanto Ventiseiesimo: Luciano Marrocu
Lettura di Stefania Marongiu
AzioneAtzeni – Discanto Ventiseiesimo: Luciano Marrocu

Discanto ventiseiesimo*
“Crediamo d’essere principi … Principi senza titolo, senza terra, senza denari. L’orgoglio della mia famiglia è ridicolo e penoso, un’allucinazione, un’oscura mania di grandezza, non siamo nulla e nessuno.”
da Il quinto passo è l’addio, di Sergio Atzeni
L’arte della fuga
di
Luciano Marrocu
La nave scivolava sul mare scortata dal verso rauco dei gabbiani. Mentre Civitavecchia si avvicinava, gli tornava in mente il suo primo viaggio per mare, quando, dopo che suo padre in vista della costa gli aveva annunciato che entro pochi minuti avrebbe messo “piede a terra”, lui aveva pensato di aver vissuto sino ad allora su una sorta di tavola di sughero galleggiante tra Mar di Sardegna e Tirreno.
Da sempre aveva pensato di andarsene. Pensato, agognato, fantasticato, tramato, annunciato. Non erano mancate le false partenze, la più grottesca quando, sbarcato da un volo Ryanair a Beauvais, dopo aver preso atto che Beauvais non era Parigi e anzi ne distava un centinaio di chilometri, si era accampato in aeroporto sino a trovare un volo diretto per Cagliari. Sentendosi ormai a fine corsa, il tema assumeva un’urgenza particolare, anche perché il versamento di contributi al fondo speciale INPS cominciava da qualche mese a fruttargli una pensione non del tutto disprezzabile. Quel che doveva fare l’aveva fatto, almeno come scrittore. Non si sentiva però abbastanza lucido da immaginare se il suo lavoro, in un futuro non meno insondabile del presente, sarebbe stato celebrato o dimenticato. Visto che quel tanto di fama e autorità che godeva era circoscritto alla sua città, la sua fortuna dipendeva dal grado di barbarie in cui sarebbe precipitata Cagliari nei decenni futuri.
Comunque fosse, il capitolo scrittura era definitivamente chiuso. Adesso negli ultimi tempi preferiva imbrattare costose tele con costosi colori a olio. A parte i discutibili risultati, i suoi dipinti avevano intenzioni artistiche non inferiori per ambizione a quelle che aveva nutrito come scrittore. Con la differenza che, nella stesura dei suoi scritti, la difficoltà o forse l’impossibilità di tradurre le sue lodevoli intenzioni in realizzazioni l’aveva amareggiato, ora tutto filava senza problemi e a volte si meravigliava che quei suoi pastrocchi – non si nascondeva che di pastrocchi si trattasse – avessero in qualche modo acquistato una loro modesta ma pur sempre riconoscibile aura.
Anche il capitolo Maria Adelaide era chiuso. La possibilità che lei lo seguisse nel suo trasferimento in una qualche città straniera e lontana non era neppure stata presa in considerazione. Questo, però, almeno a sentir lui, non significava che tra loro fosse finita. Si sarebbero scritti, si sarebbero sentiti per telefono, si sarebbero pensati: questo ogni giorno. Mentre diceva queste cose, gli tornavano alla mente i lampi di sfrontatezza nello sguardo di lei quando l’aveva conosciuta, e come quello sguardo fosse ora solo indifferenza e rassegnazione. All’inizio della loro relazione, lei gli era parsa come un ovvio complemento, capace di soccorrerlo nelle sue cadute depressive, anche grazie a una riserva di calibrate insulsaggini e sentimentalismi. Solo che lei, a un certo punto, era sembrata convincersi che le insulsaggini non fossero insulsaggini e che i sentimentalismi rappresentassero – parole di lei – “il linguaggio stesso dell’amore”. Quando la depressione si faceva più acuta, lei lo portava per due o tre giorni in qualche paese del circondario: Uta, Decimomannu, Assemini, località assurde dalle quali lui voleva solo fuggire.
Maria Adelaide leggeva le prime stesure dei suoi romanzi man mano che lui li scriveva. Quando si trattava di romanzi storici, l’innervosiva l’inaccuratezza con cui lui disegnava gli sfondi, ignorando gli appunti che lei forniva dopo essersi puntigliosamente documentata. Si accendeva allora una discussione nella quale lui rivendicava la libertà di reinventare il passato, mentre lei sosteneva che il dovere di un romanziere era attenersi alla verità storica. A questa affermazione invariabilmente faceva seguito da parte di lui un’alzata di spalle, che metteva fine alla discussione. S’era poi ritagliata un ruolo pubblico come sua addetta stampa. Quando sul quotidiano locale era apparsa una recensione di un suo romanzo non del tutto favorevole, lei era intervenuta con una lettera al direttore, a precisare e in parte a ribattere. Non era chiaro quanto lui avesse gradito l’iniziativa. Sul merito della lettera non si era pronunciato. Non c’erano dubbi che considerasse Maria Adelaide la più vicina di ogni altro essere umano alle intenzioni profonde della sua scrittura, ma questo non significava che le riconoscesse una reale comprensione della sua opera. Maria Adelaide gli aveva letto la lettera – a cui il giornale aveva dedicato un’intera pagina – e lui l’aveva ascoltata in un mummiesco silenzio, screziato appena, il silenzio, da qualche sorriso sghembo in corrispondenza ai passaggi più accesi. Aveva commentato l’episodio, dicendo che costituiva per lei un’anticipazione del ruolo a cui sarebbe stata chiamata – “in un futuro ormai prossimo”, aggiungeva funereo – di interprete unica della sua eredità letteraria. A un certo punto la Facoltà di Lettere della locale università gli aveva assegnato l’insegnamento di Letteratura comparata, riconoscimento e istituzionalizzazione insieme della sua posizione di massimo scrittore cittadino, oltre che gradito supporto a un reddito soggetto agli alti e bassi dei diritti d’autore sui suoi libri.
La sua vocazione di scrittore aveva assunto agli esordi toni disperati, dovendosi confrontare con la totale mancanza di modelli a portata di mano a cui fare riferimento. Quelli che il sentire comune gli indicava come i massimi scrittori cittadini, gli apparivano sin dall’aspetto, ometti ridicoli. Uno di loro, in particolare, baffetti curatissimi e un eloquio irrefrenabile, lo si vedeva spesso passeggiare impettito sotto i portici di via Roma. Nei suoi confronti aveva sviluppato un’ostilità del tutto sproporzionata all’irrilevanza letteraria dello scrittore in questione e anche, se si può dire, immeritata, visto che si trattava di un buon uomo colpevole solo del fatto di aver inondato quotidiani e riviste locali di un numero imprecisato di corsivi, elzeviri, novelle, racconti di viaggio improntati al più smaccato bellettrismo. Rifiutando l’idea di pubblicare con un’editrice della sua città e non avendo ancora trovato spazio nell’editoria nazionale, il nostro giovane scrittore aveva tentato la via del teatro, pensando che questo mezzo espressivo potesse garantire tutta l’autonomia che la radicalità delle sue intenzioni richiedeva. Aveva scritto e poi personalmente diretto un pezzo che arieggiava al Marat/Sade di Peter Weiss. Alla prima (e unica) rappresentazione, avevano assistito otto persone, tra le quali un gruppo di femministe che avevano ferocemente contestato l’impianto maschilista del pezzo teatrale. Di questo esordio, però, non era stato insoddisfatto, visto che “almeno aveva agitato le acque”. Poi le cose avevano preso un’altra piega. C’era stata la pubblicazione del primo romanzo presso un’autorevole casa editrice nazionale, a cui erano seguiti altri romanzi, accolti con crescente favore dal pubblico cagliaritano. Sotto il profilo del gusto almeno, un osservatore esterno non avrebbe trovato differenze tra il pubblico che aveva fatto del baffetto il letterato cagliaritano per antonomasia e quello che stava sanzionando il successo del nostro ora non più giovane scrittore. Quanto a lui era combattuto. A chi non piace essere fermato per strada da lettori e lettrici riconoscenti, o essere celebrato da una città intera come il proprio massimo scrittore? Allo stesso tempo lo attanagliava il sospetto che ci fosse del marcio nel favore che gli tributava quella che in altri tempi era stata la “piccola città, bastardo posto” della canzone di Guccini. Era stato l’ingigantirsi di questo sospetto che finalmente l’aveva spinto ad andarsene.
Sul ponte, appoggiato alla balaustra, aveva visto avvicinarsi un giovane. Quella faccia non gli era nuova, ma non se ne era curato più di tanto sino a quando il giovane non gli aveva rivolto la parola.
“Professore, lei sicuramente non mi riconosce; anni fa ho frequentato un suo corso su Nabokov”.
“Nabokov chi, il collezionista di farfalle?”
“Non scherzi, professore, lo devo a lei se ho letto Lolita cinque volte.”
“Com’è che hai sviluppato questa fissazione ?”
“Sto provando a scrivere un romanzo, professore, e Lolita mi sembra un modello, certo inarrivabile …”
“Cosa vuoi che ti dica … buona fortuna. E ora dove stai andando?”
“A Roma. Scrivo per un quotidiano di Roma.”
“Giornalista, quindi:”
“Quasi, non ho ancora un contratto.”
“Giornalista senza contratto, ma giornalista. Meglio che scrittore, comunque.”
“Le due cose non sono in contraddizione.”
“Se lo dici tu …”
“E lei, professore? Dopo Civitavecchia che città l’attende?”
Se avesse saputo cosa dire, forse gli avrebbe risposto. Non lo sapeva, per cui lo salutò e si allontanò lungo il ponte.

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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