AzioneAtzeni – Discanto Ventinovesimo: Chiara Miscali
lettura di Andrea Solinas
Azione Atzeni – Discanto Ventinovesimo: Chiara Miscali

Discanto XXIX
Un giorno, un’ora, pochi minuti bastano a vivere esperienze che segnano una vita, cambiano un uomo. Vent’anni di tutti i giorni uguali non lasciano traccia nella memoria. Il ricordo cancella la noia, la monotonia? Conserva lampi, immagini, echi di sogni, parole che si sono incise e nessuno può scacciare – liberarsene sarebbe un unguento sulle piaghe…
da Il quinto passo è l’addio, di Sergio Atzeni
Il sesto passo è il rifiorire
di
Chiara Miscali
Sulla mensola troneggia il garofano rosso ormai esangue. Il garofano del Santo, che ha corso sulle spalle degli uomini vestiti di bianco, immerso nello scrosciare di mille mila piedi scalzi sul terreno battuto. Processione di polvere e di sangue. Canto di passi pesanti rimbomba fra le braccia del Golfo, che richiuso nel suo ventre cristallino coccola le colonne fenice e i lamenti nuragici. Il vento amplifica e lenisce. L’aria è tiepida, non calda: da questo lato della lingua di terra non lo è mai. Qua, l’alito pesante del Nord Ovest l’hanno compreso e ammansito presto: si son stanziati dandogli le spalle, di là sull’altro versante della lingua di terra. Che, pur essendo lingua, sta muta, senza un tremore nemmeno flebile, il linguaggio non l’ha imparato mai e vive bene, senza parole. Senza coscienza. Come sta in pace, la natura, senza quel verbo principio di tutto. Eppure parla, racconta, si fa mistero e poi rivelazione. Forgia l’esuberanza di chi crede di ammansirla, si lascia ammansire, si fa sfondo di mare e di cielo e di deserto. Ad animarla – finché non si ribella – è la carne viva di questo presente denso. La vedo in questo giorno d’estate. Carne a perdita d’occhio, corpi scoperti, umidi di sole e di sale, stesi, eretti, accucciati, chinati; parlano, mangiano, ridono, nuotano. Spasimi irrequieti di un presente bulimico, propaggini di modernità. Unico corpo pulsante, osservato da questa prospettiva distante ma non troppo: torre sul cocuzzolo dolce di una delle ultime chine della lingua di terra.
Non è vita lenta, ma apologia ostentata della lentezza. L’ostentazione ha in sé la menzogna.
Qui, in alto, la torre aragonese racconta che guardare l’orizzonte dalla riva è atto remissivo. Scappate!, finché potete. Finché attraverso queste feritoie, fra i flutti, non vedrete arrivare i corsari, siete ancora in tempo.
Persino quei vecchi disfatti sulle sdraio arrugginite, giù sulla spiaggia, ne hanno ancora, di tempo. Fino all’ultima goccia di respiro si può ancora immaginare. Pensare alla costa mentre si va alla deriva, anziché pensare alla deriva dalla costa.
Il garofano rosso è appassito due giorni fa. Quand’è che appassisce un fiore? Avantieri era così come oggi, ma avantieri non lo chiamavo appassito. Mi pareva che qualche cristallo di rosso sanguigno ancora lo innervasse. Era la mia immaginazione, lo so, e lo sapevo avantieri, ma l’immaginazione è capace di grandi cose e resuscita persino i fiori. I fiori benedetti possono mai appassire? Credevo di no, eppure il mio garofano rosso adesso si è fatto di un colore più denso della porpora. Sangue rappreso sullo scaffale, sangue che una volta pulsava dentro al tremore di un bacio. Garofano che una volta correva sopra i passi scalzi dei devoti, adesso sta immobile: che ne è stato del suo andare ora che appassisce? La benedizione non s’infrange, si sa: quel che è stato benedetto una volta, tale resta per sempre. Persino nell’appassire. Ma la benedizione dell’andare dove si arena? Uno, due, tre, quattro, cinque passi, l’addio. E poi, dopo: il paradiso? Forse. La lingua di terra che abitiamo ne sembra essere promessa: è già eden. L’eden degli atei. Ride, il maestrale, mentre invochiamo i Santi, qua attorno, persino nel nome di spiagge che una volta erano dominio di politeisti devoti. Lo stratificarsi del tempo, delle carni, della storia, ci ha ammansito i sensi, li ha intorpiditi e anestetizzati a vivere nel fagocitante presente che predica lentezza e brama rapidità. Che tutto finisca presto, allora: quest’ora, questo giorno, questa vita. Prendi il largo. Se il quinto passo è l’addio, il sesto è vita nuova, già dimentica della precedente. Ci penso guardando l’orizzonte dalla feritoia della torre aragonese. Se camminassi: uno, due, tre, quattro, cinque… ma qua attorno il mare esonda nello sguardo. Dunque son passi o bracciate?
Attraverso lo spiraglio della feritoia l’orizzonte si riduce a un frammento. Un frammento d’infinità è sopportabile, sta dentro allo sguardo interamente, anzi, cuce lo sguardo e lo educa alla piccolezza, alla frammentarietà, all’eleganza delle cose parche. La vela inquadrata al centro della feritoia fluttua tra vento e mare. Cosa vede lei di me? La vela – elegante gabbiano dall’apertura alare pterodattile – di me vede solo la sagoma di una torre, al massimo lo spazio scuro di una feritoia.
La vela osserva il mio non esistere: la lingua di terra mi mastica. Gioca con me sbattendomi nel palato e fra i denti. Quand’è che ci ingurgiterà tutti? Scappate!, finché potete. Uno, due, tre passi e l’addio viene un attimo prima del previsto. Quattro, cinque bracciate e l’acqua sommerge la vela. Sei e il garofano rosso, benedetto, rifiorisce.

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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