Stefano Bottero: «questo libro è un dalmata bianco»
di Stefano Bottero 
«Jeannie says my symptoms are unusual as normally you would expect one
eye to go. They’ve never seen two eyes affected in the same way.»
Derek Jarman, luglio 1990
«Questo libro è un dalmata bianco che perde i suoi bambini». [installazione] figure della perdita di Stefano Bottero è il nuovo titolo dei Cervi Volanti, collana di scritture poetiche che curo insieme a Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili.
«Libri come laboratori, primi confronti, materie pensanti, montaggi e scavi attraverso la carta; libri senza profitto, in tiratura limitata, consegnati agli autori e alle autrici, che ne gestiscono liberamente il transito (esoeditoria); libri evidenti nella loro invisibilità, indirizzati a chi saprà ospitarne l’implicita consegna; libri col solo intento di essere vigilie per una geografia del dopo-diluvio.»
Pubblico qui alcuni estratti in anteprima. Le partiture visive sono di Giuditta Chiaraluce.
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17
L’opera presuppone dal corpo una fuoriuscita.
Non solo la spaccatura ma la spaccatura come varco – perdita di un corpo che cola. Emidio Clementi riprende John Cage e scrive «contenitori che perdono acqua noi siamo | nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». «We swim, drowning now and then». Tutto questo consuma.
Nel gesto formale si esaurisce in progressione il corpo. L’opera come il punto dello svuotamento – con Adonis [tradotto da Fawzi al-Delmi] accade «fino a svuotarsi del tutto».
Corrispondere come pesci nell’annegamento, senza lessico. Sguardo che muove nel significato che è il nero, per un momento nel corpo – dopo, il collasso.
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11
Procede per consumazione. La poesia implica in un luogo verbale il vuoto del significato, muove da uno spazio immateriale a un altro, materico. Alterità che si attesta in una forma – gravando sul corpo, lo apre. Fino a dove ha ragione il fisico, l’atto formale incrina progressivamente. Gli occhi dell’artista restano in vita ma senza sguardo.
Penso alle vene di Rothko. Si sporge per valutare lo spazio. Danneggia le costole, si annerisce progressivamente il respiro, porta l’oggetto a essere l’altro e sé stesso. Quando il corpo si contrae la crepa si allarga.
La composizione è quindi il ripetersi continuo del preludio – mai conclusione in essere. Dove avviene il significato, dove si mostra Godot e le costole passano dall’incrinatura alla compromissione, l’atto formale è impossibile. Lo svelamento del nero annulla la pièce.
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19
Dalla poesia alessandrina in avanti – la composizione impone all’artista non più il collasso ma il ripetersi del collasso. La possibilità di contatto immediato con il significato è ormai negata: la parola della tragedia arcaica è diventata insostenibile.
Insopportabile, il gesto diventa serie – il farsi dell’opera accade una volta per sempre e ripete. si ripete.
La composizione è così esperienza dell’ininterrotto. Dal terzo secolo avanti Cristo il dire è per l’artista pratica del dire, raggiungimento che si nega –
il racconto di Kafka non ha termine.
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19.1
La relazione con la parola poetica è di per sé una separazione. Rapporto basato sul contatto del corpo, ma contatto tra limiti. Estasi che ricade nel nero – altrimenti
«dovresti stornare gli occhi», scrive nei Quaderni in ottavo, «o diverresti una statua di sale».

