La corsa
di Francesco Gallo

La telefonata arrivò mentre il tempo gli scorreva tra le dita. Video brevi, uno dopo l’altro: guerra, una risata registrata, un corpo che si muoveva per qualcuno che non era lì. Non c’era ordine, solo continuità.
Il numero dell’agenzia comparve sul più bello, quando il movimento di un culo si faceva promessa. Ma lo schermo si oscurò.
Rimase un attimo col pollice sospeso. Poi rispose.
La ragazza dell’agenzia parlava in fretta, con l’entusiasmo di chi teme che una buona notizia cambi idea se la si trattiene troppo al telefono.
«C’è un signore molto interessato.»
L’uomo portò il telefono all’orecchio.
«Molto interessato quanto?»
«Molto interessato nel senso che oggi stesso sarebbe disposto a fare la visita. E se gli piace come gli sono piaciute le foto, anche una proposta.»
L’uomo guardò fuori dalla finestra. Il cielo sopra i tetti era basso e grigio.
Si era trasferito lì qualche mese prima, quando aveva capito che attraversare la città per andare al lavoro era una perdita di tempo.
«A che ora?»
«Riesce fra… quaranta minuti?»
«Sì,» disse. «Ce la dovrei fare.»
Aveva lasciato la casa pronta per le visite.
Un tavolo, due sedie, una pianta. Il necessario per accennare una vita senza suggerire troppo.
«Benissimo. Il cliente preferisce fare la visita con il proprietario.»
«Lei quindi non viene?»
«Ho un’altra visita. E le ho detto, col proprietario. Non dimentichi le chiavi.» Infilò una mano in tasca. Le sentì.
«Mi raccomando, non faccia tardi. Mi ha dato l’impressione di essere uno serio.»
La ragazza puntava spesso sulla serietà. In tre mesi aveva visto passare nell’appartamento abbastanza persone da formare ormai una categoria precisa: le persone serie. Così serie da non buttare soldi in case.
Entravano con passo prudente, come se la casa fosse una creatura suscettibile.
Guardavano le stanze. Le immaginavano piene. Aprivano i rubinetti, bussavano sui muri. Chiedevano della facciata, delle spese, del vicino del piano di sopra. Poi se ne andavano con un sorriso educato.
Si alzò. Prese il cappotto. Ritastò le chiavi nella tasca dei pantaloni e uscì.
Aveva piovuto fino a poco prima e il marciapiede luccicava. Alzò una mano.
Un taxi si fermò accanto a lui. Era un’auto scura, pulita, ma piuttosto vecchia. Salì e diede l’indirizzo.
«È dall’altra parte della città», disse il tassista.
Aveva una voce calma, neutra, una voce che non si lamentava: constatava.
«Ho un appuntamento. Dice che in mezz’ora ce la facciamo?»
«Ce la faremo.»
All’inizio il tragitto non ebbe nulla di strano. Le strade erano quelle di sempre: semafori, officine, il negozio di materassi, il bar con le sedie rovesciate sui tavolini, un autobus fermo in doppia fila. Se il traffico teneva, sarebbe arrivato con qualche minuto di anticipo.
Guardò il cellulare: due tacche di batteria. Lo rimise in tasca e si sistemò meglio sul sedile. L’abitacolo profumava di plastica tiepida e di un deodorante al pino tanto discreto da sembrare un cipresso.
Il tassista guidava bene. Non accelerava mai inutilmente. Non inchiodava. Non parlava.
A un certo punto, ebbe l’impressione che stessero facendo un percorso insolito.
«Scusi,» disse, sporgendosi appena. «È la più veloce?»
«È la più scorrevole.»
Guardò fuori. Non riconosceva nulla, ma questo di per sé non significava molto. Da quando aveva lasciato il suo quartiere, si accorgeva di quanto poco conoscesse la città oltre i tragitti abituali.
Passò altro tempo. Poi altro ancora. Le macchine diminuirono. Anche i palazzi si fecero più radi. Comparvero capannoni, un distributore abbandonato, prati spelati con pneumatici in fondo, un cavalcavia sopra un cavalcavia sopra un altro ancora.
«Ma… quanto manca?»
Il tassista sollevò appena gli occhi verso lo specchietto.
«Non molto.»
Guardò il tassametro. L’importo saliva con una rapidità irritante ma ancora compatibile con un disguido. Decise di non dire niente. Un uomo adulto non può agitarsi per una deviazione di dieci euro. Un uomo che sta per vendere casa deve mostrarsi all’altezza.
Passarono davanti a un cimitero. Le linee bianche si persero poco dopo lungo una serie di campi sportivi, oltre un quartiere di villette tutte uguali. Alla rotonda con la statua di una vela in cemento capì di non essere mai stato in quel posto.
«Mi scusi, ma questa non è la strada.»
«Dipende.»
«Da cosa?»
«Da dove bisogna arrivare.»
L’uomo sorrise, non perché avesse trovato la frase divertente ma per educazione, come si fa con gli estranei quando si teme di aver sentito male.
«Ma ha capito bene l’indirizzo?»
«Ci arriviamo. Non si preoccupi.»
«Quando?»
Il tassista non rispose subito. Girò a destra. Un sole basso entrò nel parabrezza e restò per qualche secondo sospeso nell’abitacolo, come un ospite che avesse pagato anche lui la sua corsa.
«In tempo per il suo appuntamento.»
L’uomo avvertì una stanchezza precisa, la stanchezza delle cose cominciate male. Decise di non farne un problema. Avrebbe aspettato ancora dieci minuti, poi avrebbe chiesto di fermarsi e sarebbe sceso.
Dieci minuti dopo costeggiavano un canale lattiginoso lungo il quale crescevano alberi senza foglie. Le sponde erano coperte di una brina sottile.
Si raddrizzò.
«Ma un’ora fa non era ottobre?»
Il tassista non sembrò sorpreso dalla domanda.
«Era una stagione di passaggio.»
Nei campi c’erano strisce bianche. Non pioggia, non nebbia: neve vecchia, compatta. Un uomo con una pala camminava sul bordo della strada. Per un attimo gli sembrò di conoscerlo. Si voltò di scatto, ma il taxi l’aveva già dimenticato.
«Fermi un momento.»
«Qui?»
«Sì, qui.»
«Non conviene.»
«Perché non conviene?»
Il tassista esitò un istante.
«Non è ancora il punto giusto.»
Sentì montare un fastidio più pulito della paura. Si sporse fra i sedili.
«Guardi, io ho un appuntamento. Lei mi sta portando in giro da non so quanto. Si fermi.»
Il tassista accostò. Il motore restò acceso.
Fuori c’era una distesa bianca e piatta. Non un edificio, non un cartello, non un’edicola, non un essere umano. Solo il respiro del riscaldamento e un tergicristallo che, senza bisogno, strisciò sul vetro.
«Benissimo,» disse il tassista. «Se desidera scendere, possiamo finirla qui.»
L’uomo guardò fuori. Il vento trascinava aghi di ghiaccio rasoterra.
«Dove siamo?»
«A metà.»
«A metà di cosa?»
«Del tragitto.»
«Non ha senso.»
«È la strada.»
Ebbe l’impressione che, se avesse aperto la portiera, il paesaggio lo avrebbe assorbito senza restituirlo a niente di riconoscibile. Non aprì.
«Andiamo,» disse.
«Come preferisce.»
Dopo l’inverno venne una primavera torbida. Non avrebbe saputo dire quanto tempo dopo. Lungo la strada comparvero campi gialli, biciclette appoggiate a recinzioni, ragazzi in maniche corte. A un certo punto l’uomo pensò di aver dormito. Si svegliò con il collo piegato e la certezza di essersi perso qualcosa di importante.
«Possiamo fermarci a mangiare?» chiese.
«Si può.»
Non si fermarono.
Il tassista, però, allungò una mano verso il sedile accanto al cambio e gli porse una brioche.
«Non la voglio.»
«Come crede.»
Passò un’ora, o un mese, e l’uomo la mangiò. Aveva un sapore di tempo e zucchero.
Il paesaggio mutava senza transizioni. Un pomeriggio primaverile diventava pioggia d’estate. I boschi diventavano cantieri. I cantieri centri commerciali. Gli stessi cartelloni tornavano con pubblicità diverse, come se il tempo mutasse la pelle lasciando intatto lo scheletro.
Controllò il viso nello specchietto. Gli sembrava uguale, poi più stanco, poi uguale di nuovo. Una mattina notò un filo grigio che non ricordava.
«Da quanto stiamo viaggiando?» chiese.
«Abbastanza.»
«Quante ore?»
«Non saprei.»
«Lei non guarda il tempo?»
«Ho il tassametro.»
L’uomo cercò di mettere ordine nei pensieri. Aveva messo in vendita l’unica cosa di valore che possedeva, un valore diventato scomodo.
Ripercorse le stanze, una per una. Ingresso stretto, soggiorno con la finestra larga e il radiatore che ticchettava, la cucina dove d’estate si moriva, il bagno con la piastrella crepata dietro al bidet, la camera che al mattino prendeva luce da est.
«Lei l’ha mai vista, la mia casa?» chiese all’improvviso.
Il tassista sterzò a sinistra.
«Quale casa?»
«La mia. Quella dove stiamo andando.»
«Potrebbe chiamarla ancora sua?»
Sentì un colpo allo stomaco. «Finché non la vendo, sì.»
«Certo,» disse il tassista. «Finché non la vende.»
Attraversarono una zona di colline. Su una di queste c’era un condominio identico al suo: stessa facciata ingiallita, stessi balconi chiusi a veranda, stesse tende azzurre. Per un istante ebbe la certezza che il suo appartamento fosse lì, al terzo piano, e che se avesse suonato si sarebbe aperto lui stesso, qualche stagione più giovane, con una tazzina di caffè in mano.
«Si fermi.»
Il tassista rallentò.
«È quello?»
«Vuole che sia quello?»
Guardò meglio. Al balcone del terzo piano era steso un lenzuolo con stampati dei limoni enormi. Lui non aveva mai posseduto un lenzuolo del genere.
«No,» disse. «Non è quello.»
Il taxi riprese la sua corsa.
Una sera – la chiamò sera per via della luce arancione, ma avrebbe potuto benissimo essere un’alba di settembre o il riflesso di un incendio lontano – cominciò a parlare da solo, per non lasciare al motore del taxi l’unica compagnia possibile. Elencò a bassa voce gli oggetti rimasti nell’appartamento: la pianta, le due sedie, gli asciugamani, il tavolo. Poi ripassò i pregi dell’immobile, come se dovesse ancora illustrarli a un cliente: posizione strategica, doppia esposizione, spese contenute, vicinanza ai servizi, soffitti alti, stabile tranquillo. A “stabile tranquillo” rise. Rise abbastanza da tossire.
«Vuole un po’ d’acqua?» chiese il tassista.
«No. Ha già piovuto abbastanza.»
Accadde anche che fuori, sopra un qualche marciapiede, comparisse sua madre. Non intera: prima il cappotto color cammello che portava l’inverno in cui si ruppe il femore; poi, più avanti, il modo in cui inclinava il capo davanti alle vetrine. L’uomo non disse nulla. Era cambiato abbastanza da non essere più nemmeno suo figlio.
Una mattina di un mese qualunque, il tassista disse:
«Ci siamo quasi.»
L’uomo non reagì. Lo aveva già sentito due o tre volte, forse di più.
Fuori comparvero strade sempre più note. La panetteria all’angolo con la saracinesca rigata, il tabaccaio, la cancellata verde della scuola, il platano storto che sollevava i sampietrini con le radici.
Si sporse in avanti. «Questo lo riconosco.»
«Immagino di sì.»
Il cuore cominciò a battergli forte.
Anche il negozio di ferramenta dove aveva rifatto le chiavi. Il fruttivendolo che teneva le cassette delle arance così in fuori che se eri distratto ci andavi contro. E il bar dove, il giorno del rogito dei suoi genitori, avevano festeggiato con un prosecco e un succo all’albicocca.
Il taxi rallentò. Svoltò nella sua via. E davanti al portone, si fermò.
L’uomo rimase qualche secondo fermo.
Il condominio era lì. Il citofono con i nomi storti. La cornice annerita dell’ingresso. Il vaso di orchidee finte nell’androne. Al terzo piano, dietro la finestra del soggiorno, gli sembrò di vedere il riflesso del cielo sulla parete vuota.
Si toccò la tasca per sentire le chiavi. Non si erano mosse da lì.
«Sì… Siamo arrivati. Quanto le devo?»
Il tassista spense il motore.
Poi girò il tassametro verso di lui. L’uomo guardò la cifra. La lesse una volta.
Poi una seconda.
Poi avvicinò il viso come se il problema fosse la vista.
Ma quello era il prezzo da pagare. Non arrotondato. Non approssimato. Esattamente quello. Fino agli ultimi tre nove che l’agente immobiliare gli aveva suggerito per ragioni psicologiche e che ora gli si ribaltavano addosso come una maledizione.
Sentì un vuoto nelle gambe. «C’è un errore.»
«È stata una corsa lunga.»
Guardò il portone. Poi di nuovo il tassametro. Poi l’uomo davanti a lui. Studiò per la prima volta con attenzione il suo volto: sui cinquanta, forse meno, con un viso ordinario, pulito, senza alcun tratto memorabile se non l’indifferenza. Le mani sul volante erano asciutte, curate. Lo guardava con la calma di chi si presenta a un appuntamento dopo essere arrivato in anticipo.
«Nessuno può pagare una cifra simile per una corsa in taxi.» Ridacchiò. «Chi è lei, il Diavolo?»
Allora rise anche l’uomo davanti. «Possibile che non l’abbia capito?»
Si fermò. E capì. Il cliente. Lo pensò con la fatalità con cui si sarebbe scritto il nuovo cognome sul citofono del terzo piano a sinistra.
Un colpo di fiato. «Questo non ha nessun senso.»
«Al contrario. Ci serviva quella cifra.»
«A lei! Ma io che ci guadagno?»
«Lei ha avuto la sua corsa.»
«È assurdo.»
L’uomo davanti si girò a guardarlo. «Lei aveva un immobile di cui voleva liberarsi e io un mezzo. Lei ha chiamato e io sono venuto.»
La cifra non si muoveva più. Era arrivata dov’era necessario arrivasse.
«Lei mi ha truffato.»
«Non direi. La corsa è stata reale.»
Guardò fuori. Dietro quel portone c’erano trentadue anni di vita compressi in settanta metri quadri: le domeniche di febbre, la muffa nell’angolo nord, il primo stipendio contato sul tavolo della cucina, il padre seduto vicino alla finestra con le scarpe ancora ai piedi, la donna che una notte di agosto gli aveva detto che non sarebbe rimasta, il soffitto osservato per ore quando il sonno non arrivava, il silenzio dopo i temporali, la piastrella rotta, l’alone del quadro all’ingresso, l’odore del detersivo nelle mattine d’inverno.
«Lei non può comprarsi una casa così,» disse.
«Perché no?»
«Perché non si comprano le case con una corsa in taxi.»
«Molti le comprano con molto meno.»
Strinse le chiavi nel pugno fino a farsi male. «E adesso dovrei semplicemente darle le chiavi?»
«Se preferisce possiamo salire insieme. Controllo lo stato dell’immobile.»
La frase lo colpì più di tutto il resto. Non la truffa, non l’assurdo, non la cifra. Quel tono professionale, quasi notarile. Era questa la cosa più intollerabile.
Guardò ancora quella cifra. Esatta. Guardò il portone.
Dal balcone del primo piano una donna scosse una tovaglia a fiori. Le briciole caddero nel vuoto e si dispersero nell’aria. Qualche briciola cadde sul parabrezza.
«Lei cosa ci farà?»
«Ci abiterò.»
«Tutto qui?»
«Non basta?»
Non seppe rispondere. Era la risposta più terribile. Non speculazione, non vendetta, non truffa. Solo abitare. Entrare, sistemare le proprie cose, aprire le finestre, mettere una tazza in un pensile, dormire dove lui aveva dormito, guardare la stessa luce arrivare sul pavimento.
Il cliente tese una mano aperta, discreta, verso le chiavi.
Avrebbe potuto scappare. Attraversare la strada, infilarsi nel bar all’angolo, chiamare qualcuno, gridare. Ma raccontare cosa? Di aver preso un taxi troppo a lungo? Che il tempo era scivolato troppo in fretta? Che il taxi non era solo un mezzo ma anche il fine?
Aprì il pugno.
Le chiavi gli lasciarono nel palmo un segno rosso.
Le posò sulla mano del cliente, che le prese senza avidità, come si ritira un documento atteso o un testimone alla fine di una corsa.
«Grazie,» disse.
«E io?»
L’uomo infilò le chiavi nella tasca interna della giacca e il tassametro tornò lentamente a zero.
«Se vuole,» disse al passeggero, «posso riaccompagnarla a casa.»
