Oltre la diaspora. Storie di fantasmi

di Daniele Comberiati

Quello che segue è un estratto del primo capitolo del romanzo Oltre la diaspora. Storie di fantasmi uscito per Rubbettino. Nel libro si racconta la storia di Antonio, rimasto a vivere in Italia, mentre tutti intorno a lui partivano: Barcellona, Amsterdam, Stoccolma, i racconti dei suoi amici espatriati riempiono gli spazi ormai vuoti della sua città. Un giorno riceve una telefonata: il suo amico Livio, emigrato da tempo nel quartiere di Sant Andreu, a Barcellona, è sparito nel nulla. Ma Livio non è il solo ad essere scomparso: Silvia ad Amsterdam, Francesco a Stoccolma, e con loro molti espatriati italiani di cui all’improvviso non vi è più traccia. Antonio inizia così una ricerca impossibile, nei suoi affetti e nella diaspora italiana di ieri e di oggi, affidandosi a memorie personali e a documenti storici. Le lotte sociali di Barcellona all’inizio del secolo, con gli italiani che combattevano nei due fronti, fra gli anarchici e gli agenti infiltrati; la “rivolta degli spaghetti” nella Amsterdam del 1961, quando gli emigranti che lavoravano al porto pretesero cibo decente; i quartieri operai nella Stoccolma degli anni Sessanta e Settanta, un tempo ghetti e ora trasformati in quartieri di lusso. La fuga dei cervelli attuale si lega all’emigrazione storica, attraverso un viaggio nelle tre città che è destinato a non finire mai: perché chi è partito è già diventato altro e gli italiani che cerca Antonio, semplicemente, non esistono più.

Il treno che usciva da Torino percorrendo orizzontalmente la Francia meridionale era uno dei vanti della Rotschild. Quel modello spaccava l’Europa in due: Budapest, Vienna, Torino, Nizza, Barcellona, l’oriente e l’occidente, il nord e il sud del continente erano finalmente riuniti. Anno di grazia 1884, la locomotiva aveva una forma basica nella sua semplicità: macchina con quattro grandi ruote per ogni lato, un fumo nero denso che usciva dal fumaiolo (come una ciminiera…), il tender che sembrava scoppiare per quanto era pieno. Carbone, vapore, fumo, pistoni, cilindri: quel modello era il simbolo di un mondo che era già cambiato, ma an- che una testa di ponte, o un cavallo di Troia. I padroni lo avevano fatto costruire a operai malpagati e sfruttati, e ora proprio quegli operai lo avrebbero utilizzato per trasportare non le merci del capitale, ma le idee della rivoluzione.

Sono anni strani: in Francia un secolo prima c’è stata la rivoluzione, ma la gente continua a sentirsi sfruttata e a scendere in piazza. L’Italia è da pochi anni finalmente unita, eppure i contadini del sud sono poveri come prima, alcuni anche di più. Nelle fabbriche tedesche e inglesi, teoriche avanguardie della rivoluzione industriale, si fanno strada idee diverse, conflittuali, ma accomunate dal desiderio di cambiare, abbattere, andare oltre. Perfino i commerci olandesi e belgi sono in crisi: cominciano a circolare anche lì, apparentemente indistruttibili, i libri di Marx ed Engels, ma la cosa più strana è che questi libri per alcuni sono già vecchi. Bakunin ha passato diversi mesi in Italia a spiegare a operai e contadini che non c’è rivoluzione comunista che tenga se si continua a mantenere l’idea di Stato. Lo Stato, dice Bakunin, conserva i rapporti di potere, le gerarchie, lo sfruttamento. È la semplice sostituzione di una classe sociale con un’altra, per quanto maggioritaria. Ma è davvero questo che vogliamo, dopo una rivoluzione?

No, certo, o almeno non tutti. Molti militanti italiani sono frustrati. Hanno combattuto per l’unità nazionale accanto a Garibaldi pensando a Mazzini e credendo di cambiare il mondo. Si sono ritrovati Cavour, il massacro dei briganti e i Savoia. Alcuni, come Foscarini, sono ancora giovani. Hanno creduto in Venezia e si ritrovano Crispi che vuole invadere l’Eritrea. Hanno sognato l’internazionalismo e la caduta delle frontiere e si sono svegliati nel colonialismo di fine Ottocento. Per loro, come per Bakunin, la dittatura del proletariato è solo una dittatura. Nessuna delega, nessuna rappresentanza. Se la massa si ribella, la massa prenderà il potere. Foscarini è uno dei più accesi, nei dibattiti a fine turno nelle campagne emiliane: contro i padroni, contro il Re, ma anche contro il sindacato e contro il partito, ennesimi esempi di un potere centrale che vuole reprimere la forza del popolo.

Qualcuno ne parla a qualcun altro che aveva conosciuto per vie traverse Bakunin, o una cosa del genere. Anche nel movimento anarchico, sottili come steli d’erba ma ugualmente fastidiose nel solleticare la superficie del corpo, esistono le gerarchie. Magari non entrano nel sangue, ma segnano l’epidermide provocandole un ricordo fisico leggero ma non per questo più facile da dimenticare. È uno di questi “emissari” che lo contatta. C’è bisogno di te, in Europa. Ogni idea va amata, come una religione. C’è bisogno di gente che sappia trasmettere il Verbo. E tu, caro Foscarini, sei tra gli eletti.

Per questo su quel treno diretto a Barcellona, nella primavera del 1884, c’era anche il giovane italiano. E con lui decine di anarchici, socialisti, comunisti e -isti vari, pronti a portare testa, cuore e pancia nelle fabbriche catalane, dove si preparava – con toni epici – l’Esposizione Universale del 1887. E quindi cantieri, operai e padroni. E scioperi, boicottaggi, manifestazioni. Riunioni, scontri, rivolte.

articoli correlati

Transcription

di Lucrezia Fontanelli
Ho ordinato e letto Transcription sull’onda di un amore furioso per la scrittura di Ben Lerner che ancora non mi abbandona. In poche pagine, Lerner costruisce un libro estremamente stratificato, che ruota attorno al confine tra realtà materiale e digitale, tra arte e vita, tra la memoria e la sua cancellazione.

Ombre dell’autenticità

di Andrea Inglese
Oggi ognuno è chiamato a produrre prove sempre maggiori e sempre più rassicuranti della sua singolarità, in contesti ibridi tra la sfera privata e quella pubblica, come nel caso dei social. Non si tratta di una scelta spontanea, ma di un imperativo sociale.

Tra le tracce del colonialismo italiano: «Il posto dove dovrei morire», di Marco Perez

di Mattia Bonasia
La memoria distorta del colonialismo italiano continua a godere di non poca fortuna. “Italiani brava gente”: l’Italia avrebbe condotto un colonialismo minore, tendenzialmente associato al ventennio fascista e alla volontà di ripresa del mito della Roma Imperiale da parte di Mussolini.

Il senso di Gori per la fine

di Massimo Palma
In "Vendo tiroide causa doppio regalo" (Nottetempo), la scrittura di Gori agisce come medium. Tutto il libro è una seduta spiritica

Non si uccide di martedì

Gianni Biondillo intervista Andrea Molesini
Perché questo rapporto continuo nei tuoi romanzi con la Storia? È una fuga dal contemporaneo o un modo di vederlo meglio?

La verità e la biro

Gianni Biondillo intervista Tiziano Scarpa
"La verità e la biro" non sembra un romanzo. È un memoir, un diario, un saggio, un viaggio, una raccolta di aneddoti. O forse, proprio per questo, è un romanzo?
silvia contarini
silvia contarini
Vivo a Parigi e insegno all’Université Paris Nanterre. Ho pubblicato, anni fa, testi teatrali, racconti, romanzi (l’ultimo: I veri delinquenti, Fazi, 2005). Ho tradotto dal francese saggi e romanzi. In ambito accademico mi occupo di avanguardie/neoavanguardie, letteratura italiana ipercontemporanea, studi femminili e di genere, studi postcoloniali e della migrazione (ultima monografia: Scrivere al tempo della globalizzazione. Narrativa italiana dei primi anni Duemila, Cesati, 2019). Dirigo la rivista Narrativa (http://presses.parisnanterre.fr/?page_id=1301). Leggo i testi che ricevo via Nazione Indiana; se mi piacciono e intendo pubblicarli contatto l’autore, altrimenti no. Non me ne vogliate.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: