«Brava Giulia» di Anna Toscano, il romanzo delle parole ritrovate

di Antonella Cilento

“Le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio”, scrive Jeanette Winterson in Perché essere felice quando puoi essere normale?, titolo del suo straordinario memoir che proprio Anna Toscano, tanti anni fa, mi fece leggere.

Ho pensato a questo assunto sin da quando Anna mi inviò il manoscritto di Brava Giulia, che per un anno è stato accanto al mio computer, pronto per essere commentato con l’autrice, in attesa che guarisse, o stesse un po’ meglio. Di volta in volta, saliva e scendeva dalla pila, sempre in cima alle stampate da correggere, agli esercizi degli allievi, ai miei quaderni man mano che finivano. Sotto la copertina c’era il biglietto scritto nella sua bella grafia larga e chiara che mi diceva: te lo mando stampato, perché io detesto leggere a schermo e pure tu.

Ne avevamo parlato a Pordenone e poi a Milano, le ultime volte che ci siamo viste da vicino: il primo romanzo di Anna Toscano dopo tanti libri di poesia (Doso la polvere, Una telefonata di mattina, Al buffet con la morte per La vita felice, Cartografie, per Samuele edizioni), dopo i libri di studio (Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza, la curatela delle poesie di Sapienza, Ancestrale, entrambi ancora per La vita felice) e le antologie dedicate alle poete (due volumi, Chiamami col mio nome), usciti sempre per La vita felice, e dopo i libri in cui Anna aveva usato la prosa per incarnare e raccontare altre donne o personagge, invenzioni di altre scrittrici: era stata Lisetta Carmi, celebre fotografa, o la Modesta de L’arte della gioia che per una volta raccontava la sua autrice, Goliarda Sapienza, in due preziosi libri editi da Electa nella collana Oilà, Con amore e con amicizia e Il calendario non mi segue.

Dopo la passione per Agota Kristof, per Susan Sontag, per Mariella Mehr e per tante altre, era venuto il suo momento, senza alibi, senza travestimenti, come già accadeva in poesia. Adesso, invece, c’era lei, senza filtri, scrittrice di romanzo.

Poi, lo scorso dicembre, Anna ha lasciato questo giardino per raggiungerne un altro da cui avrà guardato, questo 17 aprile, Brava Giulia uscire da nottetempo edizioni, grazie all’amore e alla determinazione di Gianni Montieri, suo marito, a sua volta poeta e scrittore. In copertina, una delle sue splendide foto, poiché l’arte dello scatto era la sua seconda anima. Una gioia che avremmo voluto condividere con lei e che qui celebriamo.

Dunque, le famiglie infelici come cospirazioni di silenzio.

“Da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne.” A raccontare la storia di Brava Giulia in prima battuta è proprio Giulia, che ricava questa fulminea intuizione dal fatto che suo padre è sempre muto, mentre la madre, le nonne, le zie, parlano eccome. Giulia è cresciuta in una famiglia davvero speciale, dove però c’è antagonismo, anzi una guerra è in corso: “medici contro eccentrici”.

La famiglia del padre è composta infatti solo da medici: i nonni, suo padre, e naturalmente tutti si aspettano che anche lei faccia il medico, la vedono già primario in corsia. Fare il medico è un habitus, un’attitudine che esclude ogni altra idea di mondo: i nonni sono curvi come se portassero tutti i giorni ancora lo stetoscopio al collo.

La famiglia della madre è eccentrica: artisti, artigiani, si occupano di stoffe di design. L’azienda di stoffe d’arte per il padre di Giulia è una “fabbrica di stracci” mentre per la madre di Giulia è un “covo di bellezza”, per suo nonno è stato “impresa”, per il bisnonno “azienda”.

Dunque, Giulia è uno scherzo del sangue: medicina e arte s’incontrano in lei, al punto che da bambina empatizza con i quadri esposti nei musei, dove sua madre la porta, a dispetto di suo padre, avvertendo i dolori di vecchiaia di san Geronimo o il freddo che la bambina con in mano una colomba, ritratta da Simon Vouet ed esposta al Prado, avverte. Ma per il padre l’ipersensibilità di Giulia e di sua madre sono solo avvisaglie della depressione suicidaria che scorre nel ramo femminile e artistico della famiglia. Occorre trattare la madre, e anche la figlia, come malate.

In verità, tutti i genitori sono chimici dilettanti: nella famiglia di Giulia l’operazione algebrica, la reazione chimica, fra i coniugi, assai infelici, dà come prodotto Giulia stessa, che ci racconta la sua versione dei fatti, e solo dopo ascolteremo la versione della madre e per ultima quella del padre. Naturalmente, gli episodi sono spesso gli stessi ma la visione del loro senso e significato, il valore emotivo, l’interpretazione non collima mai.

Si tratta di trovare la soluzione, di eseguire bene il compito, sta a Giulia essere brava, come il titolo recita, brava come quando fa tanti esami all’università con esiti straordinari, così brava da sciogliere un nodo gordiano che i genitori e i nonni non hanno fatto altro che imbrogliare e stringere sempre di più, al punto che il romanzo è costellato da tre morti, quella del nonno, il suicidio di uno zio, il suicidio della mamma malata terminale.

Questa è quindi la storia di una profonda incomprensione, di una famiglia che, come forse tutte le famiglie del mondo infelici, come scriverebbe Tolstoj e ripete Winterson, non ha una lingua comune, anzi non ha proprio lingua.

L’immagine più potente del romanzo è racchiusa nella visione di Giulia che osserva la nonna preparare le lingue salmistrate per le anziane amiche che “le sono rimaste”: enormi lingue di vacca che assorbono parole al punto che Giulia si chiede quante parole possa contenere una lingua grande come quelle, rivalsa di una famiglia “senza parole, senza bocca, dai sorrisi stirati e i baci secchi”. Giulia una notte avrà un incubo: vedrà tutte le lingue salmistrate mettersi a parlare. A ogni parola salta fuori una rana, e tutte le rane si mettono in fila per saltarle in bocca, risvegliandola urlante.

S’immagina subito, leggendo queste pagine, che La lingua salvata di Elias Canetti sia l’antenato diretto di Brava Giulia (e naturalmente La lingua perduta delle gru di David Leavitt). Se a Canetti si aggiunge un’atmosfera linguistica, oltre che geografica, di diretta appartenenza, il Veneto, ecco l’altro antenato di parole perse e salvate, Goffredo Parise.

E ai racconti di Parise si pensa spesso leggendo Brava Giulia, perché questo è un esteso racconto, che avanza con l’andamento misterioso che a volte i romanzi non hanno.

Qui abitano le antenate, anche: il rapporto madre-figlia sempre al centro dei romanzi e delle pièce di Fabrizia Ramondino, da Althènopis a Terremoto per madre e figlia. Ma anche Natalia Ginzuburg e Alice Ceresa, scrittrici che più diverse non si può ma che contengono nelle proprie pagine lo smarrimento dell’infanzia e lo sguardo alieno delle bambine sugli adulti che Anna Toscano qui centra in pieno.

A chi tagliano la lingua: alle bambine che troppo vedono e sentono, o la questione è che dagli adulti si apprende sempre e solo a tagliare la propria lingua?

Giulia, che da grande studia arte a Londra, è il prodotto del silenzio del padre e dell’atipica essenza della madre: la madre la ama, le trasmette passioni, è accanto ai suoi amori. La “materia amore” che Giulia sceglie a scuola, innamorandosi di Nico, una sua compagna di pallavolo, è quella che a casa più le manca, perché, come ha scoperto, non si può essere amati da tutti e chi ci ama spesso lo fa nel modo sbagliato.

Padre e madre, entrambi, credono di amare Giulia nel modo giusto e che l’altro genitore la ami nel modo sbagliato. Si litigano un amore che cercano di preservare, di salvare dalle mani dell’altro. E Giulia, in mezzo, viene strappata.

Eppure, se amare significa trovare nell’amato o nell’amata un mondo nuovo, questo accade sia al padre di Giulia, che da giovane lo trova in sua moglie, sia a Giulia che lo vede chiaramente in Nico. Eppure anche chi ama giudica: il padre oculista che è divenuto intimamente cieco alle emozioni altrui a furia di guardare negli occhi degli altri e che con gli occhi giudica e taglia. Tanto che sua figlia si vede odiata, come sua madre, e a sua moglie non resta che indossare occhiali colorati, anche se pure quelli il padre, per errore, calpesterà. Sono indimenticabili le tre voci di questo romanzo, per differenza, per la straziante impossibilità a tradursi, a capirsi, a farsi conoscere fra loro, per la lama che taglia la famiglia.

La scrittura di Anna Toscano si travasa nella prosa con la stessa esatta e acuta nitidezza che ha quando si esprime in poesia: Giulia che ha lo sguardo ceruleo e sorpreso di chi arriva a una festa e sta già finendo. E l’immagine di Ritratto di bambina con colomba, anno di grazia 1622, dove Simone Vouet ritrae sua figlia, mostra lo scatto della piccola Giulia che la romanziera fa usando un quadro: arrossata, la bocca schiusa a un gridolino di felicità, gli occhi stropicciati d’amore, la camiciola in disordine, bruna e allegra, la colomba fra le mani. Ma Giulia la guarda e dice alla mamma: ha freddo.

Scrive Patrizia Zappa Mulas a margine di La morte del padre di Alice Ceresa che esistono scrittori per lettori e scrittori per scrittori, a sottolineare la qualità di chi scrive non asservendosi a logiche di mercato ma compiendo la propria, rischiosa, personale ricerca: Anna Toscano in Brava Giulia ha portato a termine una ricerca personale e stilistica, formale di straordinaria e gentile qualità, come era lei, e al tempo stesso lascia un romanzo che sarà un buon viatico anche alle giovani lettrici di solo romance. Perché di famiglie infelici ve ne sono ovunque e di giovani lettrici in cerca, anche. L’augurio che facciamo loro è di incrociare Brava Giulia.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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