Limoni neri

Foto di Kássia Melo

di Francesca Coppola

L’estate in cui si fece donna, Cora raccoglieva mozziconi sulla spiaggia. Li fumava di nascosto sul retro di una barca. Polvere e salsedine.

La notte di San Giovanni, si scioglievano tavolette di piombo per interrogare il futuro. A lei non importava, faceva il bagno il ventiquattro di giugno.

«Cosa fai?» le chiese inclinando la testa.

La ragazza sobbalzò. Le cadde il mozzicone, un segno grigio su un angolo del piede.

«Ah ah ah, che bambina!»

Cora si alzò ma il giovane la bloccò.

Neanche lei sapeva perché si fosse nascosta dietro la barca dello zio di Nevio.

Gli undici pescherecci erano in rimessa sulla spiaggia. Nello stretto fra i due palazzi del Corso si rivendicava da cinquant’anni lo spazio destinato ai bagnanti.

«Il polipo ha nove cervelli e tre cuori» disse la ragazza, ricordando di averlo letto da qualche parte.

Il ragazzo fece una smorfia divertita. «Sei fuori di testa ma…»

«E allora?» rispose Cora.

«Sei carina» e le toccò i capelli.

Un vento leggero, il mare liscio. Nel buio gli occhi di Nevio erano ancora più scuri. Si mormorava non ci fossero labbra che lui non avesse toccato.

«Ma fammi il piacere…» rise.

Cora si allungò verso l’acqua ma vide il busto di San Giovanni galleggiare in mare. Solo lui poteva farlo. Un avvertimento che, negli anni, era diventato un canto. Lo si intonava ai bimbi, la sera. Veniva usato per mettere paura ai ragazzi che entravano in acqua di notte. I vecchi lo avevano appreso da tempo, dalla sera dei limoni neri: un rito nato tra le reti dei pescatori quando si incagliavano contro gli scogli e i pesci morivano prima di arrivare a riva.

Erano trascorsi diciassette anni dalla notte in cui partirono dodici imbarcazioni.

“Non si cambiano i nomi alle barche” avevano detto gli altri pescatori al padre di Nevio. La moglie aveva sciolto il piombo per scoprire se avrebbero avuto figli, lui aveva sognato i limoni neri. Erano sposati da sei anni, la pelle cotta dal sole. I limoni piccoli e scuri rappresentavano i bimbi che avrebbero avuto. Così Pandemonio prese il nome di Limone nero, auspicio di prosperità.

Partirono la notte di ferragosto, il mare non raccoglieva preghiere. Un lampo preannunciò la mareggiata. Gli uomini cercarono di mantenere la rotta ma dall’acqua salì il tanfo di alici marce.

La mattina seguente le undici barche tornarono in fila indiana, come a un funerale.

«Allora sei frigida» le disse.

«Ti piacerebbe, vero?»

«E perché mai?»

« Nessuno può resistermi.»

«Gne, gne, gne».

Cora non aveva capito.

Il padre di Nevio non fu mai ritrovato. Da quella notte i limoni caduti dagli alberi vennero rinchiusi nei barattoli di vetro e stipati all’interno della cupola costruita al posto della barca scomparsa. “Il mare non dimentica, prende sempre ciò che è suo”, diceva lo zio.

Per i due mesi successivi le reti calate in acqua restarono vuote.

Fino a quando la moglie dell’uomo scomparso scoprì di essere incinta di Nevio.

Ogni anno, il ventitré giugno a mezzanotte, la gente si inginocchiava davanti al falò, stringendo fra le mani piccoli oggetti di piombo.

Cora aveva provato a interpretare il futuro. Si erano formati dei cuori. Avrebbe voluto sapere dei sogni che faceva, del sangue dalla bocca e del mare che scompariva quando provava a bagnarsi. A volte spostava la frangia dagli occhi, per sentirsi più grande. Due settimane prima, aveva messo il blush sugli zigomi e aveva spento quindici candeline.

«Ha qualcosa di magico la processione, non è vero?» le chiese.

«Boh! L’odore di bruciato mi inquieta.»

«Tuffiamoci allora» propose il ragazzo.

Cora sentiva il cuore saltare come una pietra nell’acqua.

«Se non mi avessi fermato, lo avrei fatto» rispose seccata.

«Il mare è tuo». Nevio restò fermo sulla riva. Gli occhi fissi su di lei.

Il falò non era lontano, le spighe bollivano nei bidoni neri, i gabbiani erano statue sulla scogliera.

La ragazza prese un respiro e si bagnò i piedi. L’acqua era calda come se qualcuno l’avesse già attraversata. Fece un passo indietro. Sotto la superficie qualcosa si mosse. Piccoli limoni neri risalivano dal fondo. Uno dopo l’altro, oscillando. Ne sfiorò uno con la punta del piede: questo si sollevò lento, fino a toccarle la pancia. Cora serrò gli occhi e il mare lesi richiuse intorno. Tremò. I capelli si distesero, le mani aderirono ai fianchi. Trattenne il fiato. Quando riemerse i suoi occhi erano diventati scuri come quelli di Nevio.

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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