Scampagnata

di Lucia Mancini
Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui e oggi c’abbiamo da accompagnare i villeggianti su per i monti che altrimenti quelli in mezzo ai nostri boschi e con questi paesini tutti uguali mica se la riescono a sbrogliare da soli. Ma non è solo un lavoro. I miei amici dicono che lo fanno per convinzione. Lo dico pure io, ma non lo so mica se è davvero così. Non sono il più sveglio della covata, lo so e non me ne faccio un cruccio. Nemmeno i miei sanno perché sono così, forse per colpa della caduta o della brutta febbre che ho avuto da fantino. Oppure così ci sono proprio nato e non ha senso cercare colpe. Comunque, se non era per i miei amici me ne starei in un canto della piazza a giocare coi tollini o a suonare l’organetto, invece ora ho un compito importante: suonare l’organetto alle scampagnate dei villeggianti.
Quando ci sono queste scampagnate, per prima cosa ci troviamo noi amici in piazza, non quella davanti casa mia, anche se è la più vicina al loro alloggio, ma quella vicino a casa di Lauretta, perché anche se è una femmina è lei il nostro capo. Non ce lo diciamo, però sappiamo tutti che è così.
Di solito sono sempre io il primo ad arrivare, invece stamane Lauretta è già giù. Anche se andiamo in montagna e ci sarà da camminare e da tribolare si è messa tutta precisa e ordinata, con la gonnellina nera e le calzine e la camicina bianca. Chissà come se la riduce quella camicina dopo la caccia. Non so se i vestiti se li lava lei e se glieli lava la su ma. La mia, dopo la prima scampagnata, si è messa a piangere e ha detto che quello scempio me lo dovevo sistemare da solo. Poi è scappata a chiudersi in camera. Io ero fuori al fontanile in strada e la sentivo urlare e singhiozzare dalla finestra aperta e francamente mi è sembrato un po’ esagerato per una camicia e un paio di calzoni. Ma visto che il babbo non c’è e le mie sorelle sono sposate, in casa siamo rimasti solo io e lei e per quieto vivere da allora ai miei cenci ci penso da me.
Ma perché sto parlando di cenci sporchi e dei problemi con la me ma? Il fatto è che io sono così, mi si attorcigliano i pensieri e perdo il filo.
Lauretta si è messa anche due fermagli sopra le orecchie per tenersi i capelli in ordine, li porta corti e un po’ gonfi, come le donnine del cinematografo. Ha pure la borsetta. Dentro ci porta un borsello, un fazzoletto ricamato e una scatola di fiammiferi. Lo so perché una volta me l’ha fatta tenere. Lauretta fuma, ma le sigarette non le ha: ha solo i fulminanti perché così può accendere la sigaretta agli altri e chiederne una in cambio. Non è un cambio molto vantaggioso, per gli altri dico, ma a lei riesce sempre. Se ci provassi io mi riderebbero in faccia. Ma tanto io non fumo, che quando c’ho provato mi sono sentito un rospo in gola. I miei amici hanno riso, ma non mi hanno preso in giro. Loro non mi chiamano infelice, idiota o mentecatto o con altre brutte parole come gli altri ragazzi. È per questo che a loro ci voglio bene e faccio tutto quello che mi dicono.
Lauretta è nervosa e batte il piedino sul selciato. Tiptiptip. Io ci dico solo buongiorno perché so che di prima mattina è inversa e oggi è davvero presto, manca un’ora all’alba. Anzi, no, secondo me è ancora più prima perché il cielo è nero nero. La me nonna diceva che il mattino c’ha l’oro in bocca, ma secondo me quello di Lauretta c’ha il fiele.
«Dove diavolo sono finiti gli altri?»
Io mi gonfio tutto perché Lauretta non mi parla spesso. È perché sono un po’ lento mentre lei è veloce.
«Arrivano, arrivano. Hanno fatto solo un po’ tardi.»
«Dovrebbero essere già qui» fa lei. Ma mi sa che stavolta non è arrabbiata, sembra preoccupata. Si morde pure una pellicina e lei non lo fa mai perché le mani delle donne non devono essere da contadina e non devono avere le unghie mangiate. Lo ha detto una volta e io me lo ricordo ancora perché sto attento quando parla lei. «Spero che i bastardi non li hanno presi.»
Ah, ecco perché è preoccupata. Lei sì che è intelligente, io non ci avevo punto pensato ai bastardi.
Ma i bastardi questa volta non c’entrano perché dall’angolo della piazza spuntano Otta’, Miglio e quel lungaccione di Durante. Portano tutti a tracolla uno schioppo per la caccia, mentre io a tracolla c’ho l’organetto.
Lauretta mi prende per il braccio e mi trascina dagli altri e mi ribolle il sangue, perché lei non mi tocca mai.
«Cecco è più affidabile di tutti voi messi insieme.» Si mette le mani sui fianchi e mi sembra ancora più carina. Un po’ perché così si vedono di più le puppe, un po’ perché mi ha fatto un complimento. Ma non ha tempo di rampognarli perché si rischia di fare ancora più tardi coi villeggianti, che quelli sono buoni e cari, ma sull’organizzazione non sentono ragioni. E così corriamo a rotta di collo e ci fermiamo solo all’angolo prima del loro alloggio così possiamo tirare il fiato e sistemarci perché noi ai villeggianti ci facciamo da guida e li aiutiamo, ma loro devono capire che siamo loro pari, che non scattiamo sull’attenti appena schioccano le dita. Per tutta la corsa sono rimasto un metro dietro a Lauretta, così con la gonnellina che saltellava ci ho guardato per tutto il tempo le cosce. Sarò pure lento, ma per certe cose sono furbo.
Lauretta apre la borsa e piglia uno specchietto. Ecco, prima mi sono dimenticato di dire che nella borsetta ci tiene pure quello. Comunque piglia lo specchietto e si mette il rossetto. Il rossetto non se l’era messo mai, quindi non ero tenuto a sapere che aveva pure quello. È buffa, sembra che si è sporcata con la pomarola, ma questo non lo dico perché mi sa che per lei invece è importante quel rossetto, che poi chissà dove l’ha trovato. Comunque quando si è rimessa in ordine ci passa in rassegna. Sistema la camicia di Miglio, il fazzoletto di Durante e poi si lecca una mano per abbassare il ciuffo di Otta’, che capelli così sgrendinati non ce li hanno nemmeno i bastardi. A me non sistema niente e un po’ mi dispiace, però non devo rimanerci male, significa che andavo già bene, no?
Ci fa cenno e svoltiamo l’angolo. Lauretta per prima. Otta’, Durante e Miglio dietro e io per ultimo. I villeggianti sono già tutti sulle camionette e ci urlano qualcosa. Certo che campano male questi, anche se stanno in villeggiatura sono sempre neri. Il capo dei villeggianti ci viene incontro e gesticola come un matto. Durante, che parla un po’ della loro lingua ed è diventato amico del loro cuoco che gli passa sottobanco qualche lattina di latte condensato e di carne, una volta mi ha detto che i villeggianti ci prendono in giro perché parliamo forte e gesticoliamo tanto con le mani. Mi ha fatto pensare a quella storia che raccontano i preti sulla trave e il ruscello, perché francamente come urlano e gesticolano questi qui io non ho visto mai nessuno dalle nostre parti.
Comunque Lauretta ci dice qualcosa, pure lei parla un po’ della loro lingua, ma questo non stupisce perché lei impara sempre tutto quello che c’è da sapere. E quello subito si calma. Sbuffa un po’, questo sì, però è tranquillo. Ci fa montare sul cassone delle camionette, insieme ai villeggianti. Io e Lauretta siamo insieme, uno di fronte all’altra. Durante e Miglio, che conoscono meglio la strada, sono saliti di fianco a due autisti mentre Otta’ è finito su un altro cassone. Poveretto: è da solo e non capisce niente, quindi può solo dormire o guardare il panorama. Non può nemmeno giocare a carte perché magari loro giocano con regole diverse e possono pensare che li vuole gabbare.
Partiamo. Le camionette tossicchiano e borbottano, mi ricordano il rumore del paiolo con la zuppa. Usciamo dalla città e cominciamo a salire su per i monti. Il cielo è scuro, ma le montagne cominciano ad avere un po’ di aureola quindi significa che l’alba si sta avvicinando.
Le strade sono messe male. Erano bruttine pure prima, però adesso con i botti di questi e i botti di quelli sono tutte un crepaccio e sul cassone ballonzoliamo come patate in un sacco. Era pure divertente se potevamo buttarci di qua e di là seguendo le curve o saltando quando la camionetta prendeva una buca. La prima volta che sono partito per una scampagnata facevo proprio così e continuavo a buttarmi contro il mio vicino che però non era tanto simpatico e mi ha subito urlato: «Capù». Aveva uno sguardo così arrabbiato che mi sono fatto piccolo piccolo e per tutto il viaggio me ne sono stato buono buono abbracciato al mio organetto. È stato a quel punto che mi sono accorto che sul cassone della camionetta i villeggianti stanno buoni buoni e fermi fermi, e mi è tornato in mente quello che ci dice sempre Lauretta: «Se non sapete cosa dovete fare, guardate gli altri». E in effetti funziona sempre.
Un po’ devo aver dormito perché adesso siamo molto più in alto, il cielo è rosa e ho il mento tutto sbavato. Lauretta scherza con il villeggiante vicino a lei. Ha le gambe un po’ allargate e ci vedo le mutandine. Al ritorno se le toglie e si allontana con uno dei villeggianti. Forse il fortunato di oggi è lui. Mi sa che i ragazzi ci piacciono biondi e col naso piccolo, ma chissà, magari quando i villeggianti se ne tornano a casa deve farsi andare bene i bruni col nasone. Una volta, dopo una scampagnata, l’ho vista con un villeggiante. Erano appoggiati alla camionetta e lui aveva i calzoni alle ginocchia. Lo sapevo che mi sa che me ne dovevo andare, però lei mi ha visto e non si è arrabbiata. Anzi, si è messa a guardarmi e a miagolare più forte e a quel punto mi sono toccato. Di solito cerco di resistere perché è peccato e la Madonnina piange, ma quella sera lì non ce l’ho proprio fatta. La notte mi sono sentito tanto in colpa che continuavo a girarmi nel letto e non riuscivo a dormire. La mattina, di buonora, sono andato a confessarmi. L’ho detto subito ed ero tutto preoccupato perché pensavo che don Martino s’arrabbiava. Ma don Martino è stato zitto. Io ho contato aspettando che mi sgridava, sono arrivato a quarantasei però non ho cominciato subito, quindi era di più. Invece lui mi ha chiesto: «E non devi dirmi altro?». Io ci ho pensato e ho detto di no, che la me ma non sapeva niente perché i vestiti della scampagnata me li lavo da solo, e che comunque ero molto dispiaciuto e non lo facevo più. Ed è stato a quel punto che don Martino si è arrabbiato. È uscito dal confessionale, mi ha tirato per un braccio che credevo che me lo staccava e mi ha buttato fuori dalla chiesa. Ha detto che, povero di spirito o no, lui lì dentro non mi ci voleva vedere mai più e che l’unico peccato della me ma era che non mi avvelenava la minestra, che Gesù Cristo l’avrebbe perdonata. Ci sono rimasto male, ma mica perché si è arrabbiato, lo sapevo che avevo fatto una cosa che non si fa e infatti ce l’avevo detto subito. Ci sono rimasto male perché non ha accettato le mie scuse e voleva farmi confessare altre colpe che però io non avevo, perché non avevo dato incomodo alla me ma. Comunque in chiesa non ci sono più tornato, anche se adesso don Martino non c’è più. Ci hanno sparato in testa una settimana fa, è morto in mezzo alla piazza. La testa ci è esplosa e quello che c’era dentro si è tutto streminato per terra. Io ho detto: «Sembra un cocomero spiaccicato». Ho copiato quello che aveva detto Miglio a una scampagnata, solo che quando l’ha detto lui tutti hanno riso, mentre quando l’ho detto io la me ma è scappata a casa e quelli che stavano portando via il corpo di don Martino mi hanno guardato male. Forse perché mi sono sbagliato e ho detto «spiaccicato» invece di «spappolato», che se dicevo «spappolato», come aveva detto Miglio, magari faceva ridere. Comunque sono stati tutti molto cattivi. Uno ha detto che gli idioti come me andrebbero affogati da piccoli, come si fa con i gatti. Un altro che il mio babbo, a sapermi così, moriva di crepacuore. Che poi anche lì, è difficile capirli. Prima tutti mi tiravano i sassi e mi prendevano in giro perché el me ba è al confine, mentre ora dicono solo «povero il tu babbo». Comunque ce l’ho raccontato ai miei amici e loro mi hanno detto di non preoccuparmi, che si prenderanno cura di me, ed è per questo a loro ci voglio così bene.
Mi sa che siamo vicini perché il monte col nome d’uccello è proprio qui, el me ba me ci provava a insegnarmi i monti ma io sono poco buono coi nomi, non mi ci vogliono rimanere nella testa. Anche questo fiumiciattolo lustro qua di sicuro el me ba me l’ha detto come si chiama. Per questo il maestro a scuola mi bacchettava le mani e mi mandava dietro la lavagna, mettendomi in capo il cappello d’asino. Anche con le persone c’ho lo stesso problema, devo vederle spesso e allora sì che i nomi me li ricordo. Come per i miei amici.
La nostra camionetta, quella di Miglio e quella di Otta’ si ferma, mentre quella dove c’è Durante a guidare l’autista prosegue insieme ad altre due. L’importante, quando si fanno queste scampagnate, è la panificazione, l’ho sentito dire a Lauretta. Bisogna che i villeggianti si fermino in due punti e poi piano piano si vengano incontro per trovarsi a mezza via, perché così i polli e i bastardi non possono scappare e la caccia è più grossa. Però ieri diceva che secondo lei di bastardi oggi ce ne toccano pochi, solo polli, perché di sicuro quelli hanno sentito la storia della santa e sono scappati. Devono avere l’orecchio fino questi bastardi perché sentono sempre storie che io non conosco. Comunque ha detto che noi e i villeggianti ci faremo andare bene quello che troviamo, e questa è una grande dimostrazione di saggezza. La me nonna me lo diceva sempre che si campa bene solo se ci si accontenta.
Smontiamo e ci raccogliamo all’inizio del paese. È un paese come ce ne sono tanti in queste montagne qua e infatti io non so proprio come facevano a sbrogliarsela da soli i villeggianti se non c’eravamo noi a indicarci la via. Be’, lo so che la via ce l’hanno indicata Otta’ e Durante, non voglio fare la parte di quello che si prende i meriti degli altri, ma come dice Lauretta noi siamo una cosa sola, come le dita di una mano, e quello che fa uno è come se lo avessero fatto gli altri, e se qualcuno fa qualcosa a uno di noi è come se l’avesse fatta a tutti. Noi siamo più di una famiglia, siamo amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.
I villeggianti scaricano l’attrezzatura, sono tutti bardati, chissà che caldo sentono. Quando siamo tutti pronti Lauretta mi fa un sorriso e con un gesto del capo mi incoraggia a partire. Eh sì perché questo è il mio momento e lei si è impegnata tanto a strappare il permesso al capo dei villeggianti, dice che è il nostro numero distintivo. E così io mi incammino per l’unica via del paese con tutti dietro e attacco a suonare l’organetto. Lauretta dice che così tutti capiscono che siamo noi e che cosa ci sta per succedere perché nessun altro ha un suonatore di organetto che accompagna le scampagnate. Dice che così cominciano a farsela sotto prima ancora di vedere gli schioppi. Capito? Il numero distintivo sono io, sono io che faccio capire che siamo noi! Non ero mai stato così importante per nessuno. E allora io do sempre il meglio quando suono. A dire la verità non è che mi costa tanta fatica, perché suonare è l’unica cosa che mi è sempre venuta, mi basta sentire una musica che subito la so rifare. Dipenda che c’ho l’orecchio soluto. El me ba se n’è accorto quando ero piccino ed è stato lui a comprarmi l’organetto. La me ma mi rinfaccia che lui non ha mangiato un mese per comprarmelo e che ora lo uso per sviolinare quelli che l’hanno mandato al confine, ma mica sono stati i miei amici a mandarlo via e mica suono un violino. Comunque nel silenzio del primo mattino con il cielo ancora rosa e il ruscello che cinguetta io attacco a suonare e la musica del mio organetto riempie il paese, rotolando contro i muri e rimbombando. Cominciano a sentirsi dei rumori che vengono dalle case, ma non è che capisco mai bene, perché sono concentrato a suonare e a camminare, perché ci manca che inciampo proprio sul più bello.
Il mio momento non dura mai tanto, però non so se è davvero così perché quando suono mi sembra che il tempo passa in fretta. Poi i villeggianti cominciano a fare baccano: prendono a calci le porte, entrano nelle case ed escono trascinando i polli per i capelli. E qui secondo me sono un po’ esagerati perché vabbè che i polli sono stupidi, però magari se ce lo chiedi gentilmente escono pure da soli. Ma forse loro ce l’hanno chiesto e quelli non ne hanno voluto sapere e allora i villeggianti sono stati costretti a fare così, io questo non lo so perché sto sempre fuori e faccio avanti e indietro coll’organetto. Qualche sparo c’è subito, ma pochi, mica come dopo. Comunque i botti fanno scappare gli uccelli e comincia il finimondo. La gente esce per strada e cerca di scappare, di andare nei boschi e su per i monti. Mi sa che aveva ragione Lauretta, sono quasi tutte donne e vecchi. E poi ci sono i fantini e gli storpi. Però non bisogna farsi ingannare perché magari non sono bastardi però sono loro amici. Qualche giorno fa i villeggianti avevano preso una ragazza. Non era una bastarda, ma credevano che sapeva qualcosa. Magari ci era amica o magari era una loro stufetta. Che poi anche i bastardi sono un po’ polli, che bisogno hanno di una stufetta ad agosto? Ma ora non devo perdere il filo, che mentre suono mi fa bene raccontarmi le storie. Insomma, i villeggianti avevano preso questa fanta e l’avevano portata al loro alloggio. Era pomeriggio e io e i miei amici eravamo lì fuori. Durante e Lauretta fumavano, Miglio e Otta’ no perché non erano riusciti a farsi offrire una sigaretta e per questo erano un po’ inversi. La ragazza era tutta altezzosa e quando ci ha visto ci ha sputato contro. Io ci sono rimasto male perché non la conoscevo, e che bisogno c’è di essere cattivi con qualcuno che non conosci? Miglio però si è messo a ridere e ci ha urlato dietro: «Brava, brava, mo ci pensano loro a farti la festa». I villeggianti l’hanno portata fuori che era quasi il tramonto e io me ne stavo giusto andando perché la me ma non mi fa mangiare se arrivo tardi. Lei era tutta disordinata e un po’ traballante, sembrava briaca. È mezzo inciampata e un villeggiante l’ha riacchiappata per un braccio, lei però ci ha dato uno schiaffo e sembrava che piangeva. A quel punto io ci ho urlato: «Guarda che mica erano tenuti a farti la festa!». Perché a un certo punto ai maleducati bisogna dirlo che sono maleducati. I miei amici si sono girati tutti verso di me e sono scoppiati a ridere, e hanno battuto forte forte le mani. Al che la fanta mi ha guardato e ha detto: «Tu sei quello che mi fa più schifo di tutti». E se n’è andata. E a me il dubbio che la conoscevo è venuto, perché altrimenti come faceva a dire così? Ma Lauretta mi ha detto che noi siamo famosi e ci conoscono tutti: «Noi siamo quelli dell’organetto». E allora io penso che el me ba sarà orgoglioso che il su figliolo è diventato famoso coll’organetto che ci ha regato lui.
Le donne corrono per strada, urlano ai bambini di nascondersi dove sanno. I proiettili fischiano. Sono sempre un gran casino queste cacce. Lo so che casino è una brutta parola e non la dovrei usare, però ogni tanto nella mia testa mi scappa. Io non so perché ci insegnano che ci sono le brutte parole che non vanno usate e quando andavo a confessarmi da don Martino e ci raccontavo delle brutte parole che mi dico nella testa lui non sembrava curarsene e voleva sapere di altri peccati che però non avevo fatto. Perché oltre alle parole brutte e a quella cosa di Lauretta che ora non voglio ridire perché altrimenti mi distraggo, io di altri peccati non ne ho mica sulla coscienza. Avrei voluto chiedercelo a don Martino, ma lui mi ha cacciato e adesso non c’è più.
Durante spara alla testa alle donne e Lauretta si arrabbia, dice che è meglio se prima di ucciderle si spara ai loro figlioli così quelle urlano e si disperano, che così è più divertente. I villeggianti hanno radunato una ventina di vecchi e storpi contro una parete e ci hanno montato davanti un treppiede. Grande macchina, quella! Con una sventagliata falcia tutti, quando vengono colpiti i corpi fanno una specie di balletto tipo burattini e rimangono in piedi finché il treppiede non smette di sputare proiettili, poi si afflosciano e finiscono per terra. Alla fine sono tutti così scomposti e mischiati che sembrano una brancata di rumenta. L’unica cosa che non mi piace del treppiede è il rumore. È troppo forte e dopo mi sembra di sentire tutto ovattato, ho paura che non mi fa bene all’orecchio soluto, che è l’unica cosa che ho. Ma Lauretta dice che il bello è proprio quello, e allora mi sa che sono storto io.
Miglio ha preso per la collottola una ragazza e la sta portando in casa, mi sa che ci vuole fare la festa. Io non lo so come fanno a sapere quando è il compleanno o lo nomastico delle ragazze per farci la festa, ma è per questo che non sono il più svelto della covata, ma non mi lamento: a me basta sapere che devo correre un metro dietro a Lauretta e che mi devo sedere davanti a lei sul cassone della camionetta.
Comincia a sentirsi odore di bruciato, mi sa che i villeggianti hanno portato pure lo sputafuoco. Ecco quello non mi piace per niente, mi fa paura. Però me lo tengo per me perché Lauretta dice che è saltante, e Miglio dice sempre che i polli hanno proprio l’odore dei polli.
Lauretta ha preso una donna che stringe in braccio uno fantino piccolo piccolo e viene verso di me. La donna cade in avanti e boccheggia, Lauretta si gira e questa volta si arrabbia proprio con Durante perché lui lo sapeva cosa voleva fare. Gli va contro a brutto muso e ci dà pure uno schiaffo. Durante dice a Lauretta che dovrebbe accontentarsi di ammazzarli, e Lauretta dice a Durante che così lui toglie tutto il divertimento. Che poteva essere il brindisi di quella sera, perché lei brinda sempre al pollo che ci dà più soddisfazione. Stanno litigando e a me non piace proprio perché noi siamo amici e gli amici si devono voler bene. Comunque Lauretta rivolta il corpo della donna, prende il fantino che è piccolo piccolo perché è ancora in fasce e dice qualcosa all’orecchio del fortunato di oggi. Quello ride. Lei allora lancia in aria il fantino e quello ci spara contro. Il bambino esplode come un uovo e cade a terra. Io non lo so come mi sento, e non mi piace quando succede così, mi sembra sbagliato. Ma io non ho fatto niente quindi posso stare tranquillo. E poi Lauretta sa quello che fa, e questi polli hanno aiutato i bastardi che hanno ucciso dei villeggianti e che vogliono cacciare il caro duca, soffrire l’ordine stituito, bruciare le chiese e far venire baffone. E non va mica bene. È per baffone che el me ba è al confine, se non c’era lui, el me ba rimaneva con me.
Comunque io continuo a fare su e giù per la via coll’organetto. Le mani cominciano a essere stanche, mi fanno male le dita, però non posso mollare mai. «Boia chi molla» dice il duca e lo diciamo anche noi amici. E perciò continuo con le quadriglie, i valzer e le porchette. Ogni tanto pure le canzoni che canta Otta’: Baciami piccina, Maramao e Falcetta nera. Quando proprio le dita sono pesanti pesanti vado coi ritmi lenti, quando poi mi sono riposato un po’ vado su quelli più veloci. Ai margini della via c’è una donna riversa a terra con un palo che ci attraversa la pancia. Si trascina e lascia una scia, mi ricorda una lumaca. Quando ero piccolo, dopo la pioggia, el me ba mi portava a raccoglierle, poi la me ma ce le cucinava. Andavamo pure nel bosco a raccogliere le castagne, novembre era il mese che si mangiava meglio e che si mangiava di più.
Stanno suonando le campane, non so perché. Però potrebbe essere la mia testa, quando sono molto stanco mi fa sentire cose che non ci sono. Però questa volta dovrebbe essere vero, perché nel campanile mi sembra di vedere il riflesso di qualcosa che si muove e che luccica. Bisogna stare attenti alle campane perché possono essere un segnale per i bastardi.
La strada è tutta un pasticcio, è sporca e scivolosa come il pavimento del mattatoio e c’è pure lo stesso odore. In alcuni punti devo trattenere il fiato perché ho lo stomaco debole e rischio di rovesciare. E non farei una bella figura a rovesciare davanti ai villeggianti e ai miei amici. Non voglio lamentarmi perché non è giusto lamentarti quando hai la fortuna di coprire un ruolo di responsabilità, però più passa il tempo e più diventa difficile. È una cosa che mi dimentico tutte le volte e poi me la ricordo solo quando mi ricapita: le dita pesanti, la strada scivolosa, il fiato da trattenere, far attenzione a non intralciare la caccia. Sono tante le cose che vanno tenute a mente e io mi stanco. E ora ci si mettono pure le mosche, arrivano a nuvole, io non so come fanno a essercene sempre così tante. Non so perché quando non si caccia non ce ne sono, e quando la caccia comincia e spunta il sangue arrivano e coprono il cielo e allora io mi chiedo dove stanno di solito.
Lauretta è con Miglio e il fortunato. Durante non c’è, si vede che ci sta lontano per non litigare. Tengono per le braccia una pregna. Deve mancare poco, perché cammina come quelle che stanno per sgravare, con le gambe larghe e i piedi d’infuori. Si dimena e chiede pietà per il bambino. Lauretta la tranquillizza, dice che glielo faranno vedere il bambino e che stasera brinderanno a loro. Avevo ragione: la camicina se l’è conciata da buttare. È tutta rossa e tutta bagnata, le sta appiccicata alla pelle e si vede il reggipetto. In alcuni punti il sangue ha cominciato a seccarsi ed è diventato marrone, ma a lei non sembra dispiacere per la camicia, forse le palanche che prende le usa per i vestiti e magari per il rossetto. Anche a me le avevano date, ma io non so che farci e allora dico ai miei amici di spartirsele. Perché quando le ho portate alla me ma lei è scoppiata a piangere. Ha ragione Miglio a dire che le donne son buone solo a piangere, lo dice quando Lauretta non c’è perché lei non è come le altre e non vuole offenderla. Comunque la me ma i soldi non li ha voluti, ha detto che i soldi sporchi di sangue in casa nostra non dovevano entrare. E allora io li ho controllati e ci ho detto: «Oh ma, non son mica sporchi questi soldi». E lei ha pianto ancora più forte e mi ha buttato fuori casa. Quella notte ho dormito in strada e mi è andata bene che cominciava già a fare caldo, perché altrimenti avrei patito il freddo. Potevo andare dai miei amici, che loro mi avrebbero ospitato, ma non volevo che loro poi parlavano con la me ma. Perché quando qualcuno mi tratta male loro poi ci vanno a parlare e dopo tutti mi lasciano in pace. Ma anche se la me ma qualche volta è cattiva, a me non mi va che la trattano male, e allora piuttosto soffro io. Perché la notte che el me ba l’hanno portato via, lui me l’ha detto che dovevo fare il bravo figliolo e voler bene alla mamma.
Mi sa che la scampagnata sta finendo, sono rimasti solo i villeggianti e uno di loro mi guarda e si passa il dito sotto la gola, da destra a sinistra. O da sinistra a destra, non lo so mai. Comunque quello è il segno che usano per dirmi che ho finito e che posso fermarmi. Mi metto l’organetto in spalla e vado a cercare i miei amici. C’ho le mani pesanti, le orecchie che fischiano, lo stomaco che brontola e mi fan male i pe. Risalgo la via per andare nella piazzetta che ho visto facendo su e giù e che sta più o meno a metà paese, secondo me sono tutti là. Mentre cammino vedo Otta’ che rivolta i corpi di quelli sparati dal treppiede per controllare le loro tasche, perché con la miseria che c’è è un peccato che i morti si tengano risorse che possono aiutare i vivi. Tanto a loro non servon più, no? E infatti Otta’ a un certo punto fischia e esulta perché ha trovato un bel po’ di tabacco.
Nella piazzetta ci sono tutti e Lauretta mi chiama e dice: «Cecco, Cecco vien a vedere!». E magari il fortunato stasera sono io. Mi avvicino e vedo che la pregna è seduta su una panca. Ha uno squarcio dalle puppe in giù e in braccio c’ha un groppo piccolo piccolo e coperto di sangue e io ci metto un po’ a capire che è il suo fantino. Ma non riesco a guardarli più di tanto perché Lauretta mi prende sottobraccio e riscendiamo alle camionette. Durante non c’è, magari si è offeso, lui ogni tanto si offende e per un po’ non si fa vedere, ma poi ritorna. Ritorna sempre. Lauretta fa passetti corti corti per non scivolare e si regge stretta stretta a me, ride e chiacchiera veloce che non riesco a starle dietro. Però quando mi dice «oggi sembravi proprio indiavolato con quell’organetto» lo sento bene e mi inorgoglisco tutto.
I villeggianti caricano le loro cose e alla fine montiamo sul pianale. Io sempre davanti a Lauretta. Lungo il viaggio però mi addormento. Quando mi sveglio è quasi notte, Lauretta sta baciando il fortunato di oggi, fanno degli schiocchi umidi. Lui le infila una mano sotto la gonna e avevo ragione: si è tolta le mutandine, ce le ha arrotolate a una caviglia, ma è quasi buio e non si vede niente. E penso che sono stupido, perché magari se stavo sveglio il fortunato di oggi ero io. Comunque va bene così, sono stanco ed è tardi. Quando arriviamo in città saluto tutti, i miei amici mi chiedono se voglio andare con loro all’osteria a bere un bicchiere di vino e brindare alla donna sbudellata, ma dico di no. Ho bisogno di dormire tanto e poi la me ma mi chiude fuori se arrivo tardi a casa. Loro non insistono perché sono buoni e sanno cosa è meglio per me. È questo che la me ma non capisce: loro non mi forzano mai a fare le cose, se faccio qualcosa è perché lo voglio fare.
Non ci metto tanto ad arrivare a casa perché non abito lontano dall’alloggio dei villeggianti, è più lontana la casa di Lauretta. Comunque quando arrivo trovo la me ma tutta precisa e ordinata con il vestito che ha messo per il matrimonio de la me sorella e con i capelli belli pettinati. Mi sorride e mi saluta felice e a me sembra di essere tornato a quando c’era el me ba e vorrei abbracciarla ma lei fa un passo indietro, io mi guardo e allora capisco che non voleva sporcarsi il vestito. «Vado subito a lavarli.» Ma lei mi dice di no, mi dice di buttare i vestiti nel fuoco e di andare di sopra, che mi ha messo il cambio buono sul letto. E io ci chiedo se è impazzita a bruciare i vestiti che le palanche non crescono mica sugli alberi. E lei mi dice che ci aveva dei risparmi e allora penso che ha ragione Miglio quando dice che alle donne non bisogna crederci perché la me ma diceva sempre che non avevamo gli occhi per piangere e invece i soldi c’erano. E allora lei mi dice che questa notte partiremo per un viaggio e che andremo dal babbo, e possiamo lasciare tutto che poi ci pensa lui a noi. E a me viene da piangere perché sono tanti anni che non vedo el me ba e pensavo pure che era morto e non volevo crederci perché faceva troppo male e ora sono felice e ho fatto bene a non crederci perché stanotte andiamo da lui. Corro a lavarmi e a vestirmi. La me ma mi ha fatto trovare la brocca e il catino e pure il cencio per asciugarmi e sul letto ho i calzoni buoni e la camicia del matrimonio della Piera. Mi lavo e mi vesto tutto preciso e vado in cucina. La me ma dice: «Prima mangiamo». Vedo che a capotavola ha messo la foto incorniciata del babbo. Io mi siedo e lei mi versa la minestra. La assaggio ed è buonissima, ha un sapore che non conosco. Ne ha fatta tantissima, non so da quanto tempo non ne preparava così tanta. Continua a versarmela e se la versa anche lei. «Che buona, con cos’è?» Lei si pulisce la bocca, guarda el ba e dice: «Stamane sono andata per erbi». Qualche volta ce l’ho accompagnata, ci chiedevo sempre di insegnarmi anche a me ma lei non ha voluto perché diceva che è niente scambiare un’erba per un’altra. Però mi faceva ripetere i nomi: borasna, cicerba, orecia d’asen, piscialetto, papavero, raponzolo, ortiga, margherite, pimpinela, crescione, radicchio, sciopeti… Sono tanto felice e ce lo dico alla mamma, perché voglio che io e lei andiamo d’accordo e ci dico pure questo. E lei mi guarda, è triste però sorride. Si asciuga gli occhi, ma mi sa che stavolta piange di felicità. Son strane le donne, piangono per piangere e piangono per ridere. E mi dice:
«Lo so, è colpa mia. Dal babbo dovevamo andarci prima». E lo penso anch’io che dal ba dovevamo andarci prima, ma io mica lo sapevo che nell’isola di confine potevamo andarci pure noi che sennò glielo dicevo io di andarci prima. «Lui mi voleva più bene di tutti» e quasi mi viene da piangere, ma non lo faccio perché tra poco lo rivedo. «Lo so» dice la me ma, «e di sicuro è contento che andiamo da lui, lo avrebbe fatto anche lui al mio posto.» Mangio finché non sono pieno pieno e rimango a chiacchierare con la me ma. Era tanto che non chiacchieravamo così. Da quando ho fatto amicizia con i miei amici lei era sempre inversa e da quando ho cominciato a suonare alle scampagnate non mi parlava più e ce lo dico. Lei però dice: «Non parlare di loro, non stasera. Parliamo del babbo». E allora continuiamo a parlare del ba finché non mi sento gli occhi pesanti pesanti e anche alla me ma deve essere venuto sonno perché sbadiglia pure lei. E dice: «Vai a riposarti figlio mio, quando ti svegli siamo dal babbo».
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Sebbene molte delle efferatezze qui descritte si siano effettivamente consumate nei paesini apuani lungo la Linea Gotica, questo racconto rimane un’opera di fantasia. Come pure di fantasia sono tutti i personaggi. Per approfondire l’argomento rimando al libro di Agnese Pini, Un autunno d’agosto (Chiarelettere, Milano 2023), che ricostruisce con umanità e precisione storica alcuni dei più tragici eccidi perpetrati dalle SS e dalla Brigate nere nella provincia di Massa Carrara [NdA].
