Sotto la stessa luna gialla

Foto di falco da Pixabay

di Pio Quinto

Ell’ùll’è molto giulivo, giulivo assai poicch’ella l’ha chiamato per dìgli “vabbè vabbè” in risposta e in ragione al fatto della proposta che luill’è aveva fatto quaqque giorno prima. Una proposta ch’era di andare da lui una sera; un proposta che aveva fatto, non da persuaso, anzi subito pentendosi perlui illuso che una così figurattì. Envece adesso, varda qua varda là, ella stava venendo (verbo da intendersi transitivo) e trallull’era felicissimo. Preparava la casa e si preparava anco gliù stesso, perben’accogliergliela, anche ad esempio sbiancandosi i denti con il bianchetto da inchiostro.

DRIIIN…N…N.

Occhecca’ chill’è, pensa lui, chill’è che ven a disturbà propio quando sta per esser’il moment incù vien’ella?

E’ ella.

L’emozione.

Ella è, e sale le scale, e arriva.

Lui non proferisce alcunchè: l’emozione.

Ella neanco: le scale.

Ella entra.

Lui esce: l’emozione.

Rientorna e si fà precedere lungo il corridoio che porta alla porta aperta del salotto, ov’entrano e siedono poltonizzandosi.

Scambiano per divagar sorrisi, scontatezze d’approccio, divaghi su comuni friends, sguardi di valutazione anatomico-dimensionale. Po’ adduncert punt, ella dadd’intendere d’aver fame, esplicitandosi con una mano in bocca e fandanc’un verso gutturale d’inequivocabile senso tipo: “Anghaaghaaaaa”. Lul và immantinente alla cucina. Di questa n’apre il frigo, ma WUOOTISWEIIV CAAASSUSCLEEEII! v’è solo burro e pane. S’impressiona. Nunsachefà. Possibile che non possa servirla e riverirla in maniera quantomeno degna così anche da propiziarmi l’averla? Poi un’iddèa gliè viè, VUAL BOYS! e lo sospira di sollievo. Prende del pane, eddinsullo, spalmal burro. Mette quindi mano alla vaschetta dei pesciolini rossi e se ne mena seco sei. Li fetta, onde farli simil-salmone. Poi anco rompe il barometro del nonno, per il mercurio, mercurio che sul burro sul pane, ben fungefinge da caviale.

Eella embè, eggià, s’assai appaga nel vedersi portare salmone e caviale sul burro sul pane. Pensa ch’è duopo l’esser ‘sì servita. Dunque mangia. Mangia sì, ma sente che forse qualcosa è strano. Elello dice, senza però farlo sembrarlo lamentarsi. Dice solo: “Chettrano gusto”, colla sua vocetta stridula (che seno mica era da lui quella sera, senon’era per quella vocetta ch’allaltro, quello a cui, lei, avrebbe portato salmone e caviale, all’altro, non piace quella vocetta stridula chell’a ha, merita, ecceterà). Edl’è forse anche per quella vocetta, per quel “Chettrano gusto” eccessivamente stridente, che i due non sentono, uno “STACK”, uno “STACK” che viene da due piani sotto…

…da due piani sotto, dall’umidità fredda della cantina, da tralle polveri, muffe, damigiane, vecchiezze varie, da tra ‘ste cose è che vien quello “STACK”. Quello “STACK” che comunque forse ugualmente non avrebbero sentito, uno “STACK” di legno e metallo; metallo e legno rapidamente venuti a quasi contatto. Quasi, perchè v’è a dividerli, un collo. Un collo. Un minuto collo d’un’innocente ingenuo topolino, il cui esil’esofago deformato a convergere, a tratti si congiunge da parte a parte. E il misero topolino, al mancar dell’aria, s’affanna colle zampette in cerca del respiro, del respiro che poi trova, così di modo chel petto torna veloce a riempirsi e svuotarsi, riempirsi e svuotarsi. E la mente anche torna a pensare, a pensare all’impietoso destino suo. Destino d’animali zannuti e piedidinosaurici cal solo vederlo lo fuggono terremotificando il tutt’intorno. Destino di bipedi gonnuti che sisterizzano balzando su alberi morti squarciati, piallati e intavolati, urlando al vederlolo. Destino ch’è quella sbarra di metallo fredda sul collo, che soffoca senza sentimento.

Ma lor su, lor sì, su, stavan’avendo ogni tutto. Col lento ritmo d’un disco soave, colle luci soffuse di candele qua e là sapientemente diffuse, e con anco i massaggi che luì le fà e cheella permette; colla camicia che luì le chiede di togliere, eccheella toglie.

Poi quando senza neanco più proporre, lu le slaccia l’elastiseno, colle mani che già gli fornicano, ella ormai più nulla obietta. E va lui, delicato e deciso, pressando giusto, ampliando sempre più i gesti, sulla pelle liscia, soffermandosi sui punti che sente essere più sensibili, e sfiorandola talvolta appena, fino a farla rabbrividire. Poi, all’unisono con il respiro di lei, e col desiderio d’entrambi, curva, al di là della schiena, e fà piene le mani di seni. I vestiti vanno a sformarsi or qui or là. I sessi ci sono. Lui si rallegra nel veder ch’eella, oltre che di bocca prensile, è anco una di quelle a cui giova l’esser nuda. Edd’ella, al veder il di lui effervesciuto totem, troneggiar alto e sacro, va in estasi, e si prostrae devota.

Or lui però s’accorge impròvviso di n’avere roba tipo membrana un poco adiposa missione anticoncepimento; dunque come anche prima in cucina, lull’è bastevelmente colto da panico torbido, ma vualà, un’altra iddèa gliè viè, cioè piglia il totem suo (che per il pensare già s’è dimezzato in dimensioni meno sacre), edd’in sullo fa colare della cera che c’è sciolta sulle candele che stanno lì, quasi beatificanti, intorno ai due finalmente copulanti.

Edd’è tensione corpica, respirar imprevedibile, vocalizzare incontrollato.

Ell’aria è densa, calda.

Edd’è silenzio, sotto la luna.

C’è una luna alta nel cielo.

C’è una luna gialla, quella notte.

Notte diversa, per il topolino speciale. Cos’altro gli serve da questa vita, ora che il metallo, al collo l’ha colpita.

Ora è là, come in croce che tende a quel bugiardo latte salato.

La zampetta senza più forze, si piega. L’incattivitosi metallo, chiude il suo percorso verso il basso.

Senza più respiro, dimenandosi sempre meno, dopo qualche ultima contrazione, tra la muffa nel buio freddo della cantina, il piccolo innocente topolino, lancia il suo ultimo sguardo sul mondo distratto e crudele.

Poi gli occhi gli si fan fissi. Fissi sulla finestra a sbarre al là delle quali, nel cielo stellato, nel silenzio assordante, sta la luna: la stessa luna gialla.

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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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