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“L’amore malfatto”, il progressismo esorbitante di Giusy Sardella

di Carola Susani

Giusy Sardella, L’amore malfatto, Fazi 2026

L’amore malfatto di Giusy Sardella è molto altro rispetto a quello che appare a un primo sguardo. Certo è la storia di un coro di personaggi, molto ben raccontati, vividi, che abitano in Abruzzo alla fine della seconda guerra mondiale. Angela, zoppa, la gamba deforme, per via della polio contratta da bambina, Isolina, beccamorto e ostetrica: due donne acute, la cui stessa condizione porta a opporsi allo stato delle cose, se non altro a fare attrito. C’è poi Nino, per il quale le due donne hanno uno sguardo di protezione e attesa, Isolina ne è l’ostetrica, Angela la zia. Nino è ermafrodita ed è stato fatto crescere da maschio, ma ora, alla soglia della pubertà, è segregato in casa dal padre e dalla madre chiusi nell’angoscia per un segreto non più sostenibile. Questo è il nodo che dà avvio alla storia. Attorno a loro, Italia, madre di Nino, Alfonso, suo fratello, Bernardo, il padre, Gaetano (personaggio bellissimo, un mediocre in perenne fuga da se stesso), e così via, una gran quantità di personaggi, notati anche solo per un tratto ma mai con distrazione. C’è una conoscenza dell’umano, della sua propensione all’obnubilamento, all’incantarsi di fronte al disgustoso o anche solo di fronte alla stranezza, bella perché senza paura.

Non a tutti i personaggi principali ci si avvicina allo stesso modo, alcuni sono guardati da fuori o da lontano, la voce della narratrice risuona pienamente in Angela e soprattutto in Isolina. Sembrerebbe la trama di un libro che si legge senza inciampi, progressista, dove le donne mettono in discussione la società, dove la disabilità, l’ermafroditismo e altre condizioni non conformi alle aspettative culturali vengono messe a tema in chiave di giustizia negata, fino all’ineluttabile esito tragico.

Un bel libro affabulatorio che se ti acchiappa difficilmente riesci a mollare. Peppe Stamegna, che come me conosce Giusy Sardella a partire da un racconto fantastico, Il pesce Fred (uscito su Linoleum, la rivista online che Giusy ha fondato con Elena Panzera), esilarante e crudele, recensendo il libro positivamente ha scritto sul suo blog Memoriette & favole che qui la narratrice ha boicottato la scrittrice. Se si confrontano le due opere istintivamente si è portati a dargli ragione. La scrittura nell’Amore malfatto è trascinante, in più si piega all’oralità, costruisce l’atmosfera di un parlato che si vuole contadino, gioca con il dialetto senza mai scivolare oltre la soglia della comprensibilità; funziona molto bene con un lettore, una lettrice che abbia voglia di lasciarsi trasportare dondolando.

Eppure, ci accorgiamo che qualcosa spinge, rende inaspettata qua e là una riga, già a pag.2: “Uno strusciare, scavare, frugare nel dirupo l’aveva tenuta sveglia fino all’alba e un nervosismo dalla gamba era sceso come un prurito verso il basso”, in cui la similitudine abbassa inaspettatamente il nervosismo in prurito, un prurito animale, preparato da tutto quello strusciare, o anche, a pag.39, e questo è Bernardo, che: “Pareva ammorbare l’aria con le parole: gli uscivano dalla bocca e volavano per aria come i frantumi di carne e sangue quando, nel macello, l’accetta spacca le ossa”. Sembra che paragoni e similitudini stiano lì a contenere un’energia che altrimenti potrebbe montare. Ma anche, inaspettate intuizioni sensoriali, “Alfonso, disteso, sentiva l’umidità della terra come fosse il proprio sudore” (pag.164). L’amore malfatto è un romanzo in cui il corpo è sede di effetti e li produce, un romanzo di sensi, di orecchio, di olfatto, di tatto. I personaggi prendono consistenza a partire dai dati fisici, la gamba di Angela; dalle idiosincrasie, il disgusto di Gaetano per tutto quello che non è pulito, preservato, che si capovolge nella travolgente passione per la gamba deforme di Angela.

Anche su un piano diverso, quello delle scene, ci sono dei momenti di energia così intensi che rompono le aspettative che abbiamo sul romanzo storico dell’oppressione sociale e ci portano in tutt’altro territorio: il ballo sfrenato di Angela e Nino attorno alla radio, un ballo nuovo, deforme, per creature deformi e galvanizzate a dispetto; l’ansia di Gaetano nell’avere a che fare con il volatile caro a sua madre e con le sue deiezioni; le rane pulsanti che giunte in casa di Isolina da chissà che pantano risolvono un parto disperato; l’allegria esplosiva dei centrini. Quando l’energia vince sulla struttura, ci sono immagini che fanno pensare alla scrittrice catalana Merce Rodoreda e desiderare che Giusy Sardella si lanci a capofitto, rompa gli argini.

L’umido, il sensoriale, il denso, l’enigmatico ci portano nel livello intermedio, quello che indica nel libro la presenza del realismo magico, di uno spirito della terra che si manifesta, di una magia ctonio, naturale. Potremmo fermarci qui, di nuovo lasciarci trasportare nel già noto, ma forse faremmo un torto a Giusy Sardella, che sì, parla della natura, ma della natura, della condizione dei viventi, ha sua una visione. Qui la natura non è il sostrato atavico e selvaggio che emerge brumoso dai recessi, non esattamente, non soltanto. L’idea di Sardella tiene insieme vitalità, evoluzione e sviluppi più prossimi della scienza, quanti e stringhe. Questa natura è vitale, sì, ma darwiniana, Darwin riletto alla luce di una passione sfrenata per il nuovo; in questa chiave, le deformità sono mutazioni e le mutazioni promettono un futuro inimmaginabile, la novità ben più radicale di quella arendtiana è la sua legge. Questa natura è anche uno scenario in cui l’osservatore cambia la realtà. Il miracolo stesso è continuamente e naturalmente iscritto nelle sue leggi. In questo senso sì, il libro di Giusy Sardella è un libro progressista, non di un progressismo pettinato che conosce già la forma del suo desiderio, ma di un progressismo esorbitante, un futurismo ctonio, appunto una novità.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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